Ecologia politica: alle soglie del 2014

Editoriale di Giorgio Nebbia

Immagine.Giorgio Nebbia E’ abbastanza curioso  che, mentre si moltiplicano i segni del malessere ambientale in Italia, così  poco spazio sia riservato alla lotta a tale malessere nei programmi governativi,  se si eccettuano qualche promessa di stanziamenti di un po’ di soldi per  rimediare i disastri dovuti alle frane e alle alluvioni o una generica promessa  di rimuovere un po’ di rifiuti tossici nella ormai famosa “terra dei fuochi”  della Campania.

Eppure le cose da fare sarebbero tante e tutte offrirebbero  occasione per raggiungere il principale obiettivo del paese: più lavoro per  tutti.

Una delle priorità è  certo quella di diminuire i crescenti danni dovuti al dissesto idrogeologico,  aggravati dalle bizzarrie climatiche, attraverso azioni decise e lungimiranti  sia per il controllo delle vie di scorrimento delle acque.

Non basta alzare gli  argini dei fiumi, perché anche tali argini sono facilmente scavalcati dalle  acque delle piene, quando gli alvei non ce la fanno più, non hanno più spazio  per contenere le acque.

Bisogna piuttosto vigilare su fiumi e torrenti per  eliminare continuamente gli ostacoli che si sono accumulati e continuano ad  accumularsi in seguito all’erosione del suolo nelle valli e colline e montagne,  e bisogna frenare tale erosione con una politica di rimboschimento, come  avveniva prima che il territorio fosse considerato soltanto spazio su cui  costruire nuovi edifici e strade e ponti.

Opere che, fuori di una pianificazione  ispirata ad una vera cultura ecologica, diventano loro stesse ostacoli al moto  delle acque verso il mare e quindi cause delle sempre più frequenti  alluvioni.

Quelle che ho chiamato  bizzarrie climatiche sono in realtà la conseguenza del riscaldamento planetario  dovuto al crescente inquinamento dell’atmosfera.

Qualsiasi emissione gassosa  proveniente dai camini delle centrali e delle fabbriche, dai tubi di scappamento  degli autoveicoli o dalle putrefazioni dei rifiuti, anche in un piccolo paese  come il nostro, con appena 60 milioni di abitanti, rispetto ai settemila milioni  di abitanti della Terra, va ad aggiungersi ai gas atmosferici responsabili del  riscaldamento del pianeta.

Agli inizi del Novecento l’atmosfera della Terra  conteneva 2000 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, il principale, ma  non l’unico, gas responsabile di tale riscaldamento; nel 2010 ne conteneva ben  3000 miliardi di tonnellate, una quantità che aumenta in ragione di 15 miliardi  di tonnellate all’anno, con velocità crescente a mano a mano che vengono  bruciati carbone, petrolio, gas naturale, che aumenta la distruzione delle  foreste.

Paesi ricchi e poveri,  grandi imperi e piccoli paesi industriali come l’Italia, emergenti giganti  economici e paesi poveri e arretrati, stiamo camminando tutti uniti, mano nella  mano, verso un disastro climatico che è il prezzo amaro dell’apparente  progresso.

Senza contare che l’inquinamento dell’aria contribuisce al  peggioramento non solo del clima del clima, ma anche della salute, al punto che  per attenuarlo in molte grandi città gli amministratori sono costretti a  limitare almeno la circolazione degli autoveicoli e le ore di riscaldamento  invernale.

Il malessere urbano cresce con l’aumentare delle persone che  affollano le grandi città alla ricerca, spesso vana, di lavoro e di migliori  servizi, in una reazione a catena di malessere ecologico.

L’aumento delle  popolazioni urbane comporta un aumento della richiesta di acqua potabile di  buona qualità e una crescente produzione di acque inquinate che finiscono nelle  fogne e poi contaminano i fiumi e le falde idriche sotterranee, quelle da cui  spesso viene attinta l’acqua potabile per le città stesse.

Una situazione di disagio  che potrebbe essere attenuata con un grande sforzo tecnico-scientifico di  progettazione, costruzione e corretta gestione di impianti di depurazione delle  acque sporche provenienti sia dalle città, sia dalle fabbriche e dagli  allevamenti animali.

Nella sola Italia i liquami contenenti gli escrementi degli  allevamenti di bovini, suini, e pollame hanno un potere inquinante equivalente a  quello dell’intera popolazione umana italiana.

Alla contaminazione delle acque contribuisce anche lo smaltimento irrazionale dei rifiuti solidi: in Italia si  tratta di 150 milioni di tonnellate all’anno, in parte urbani, in parte  industriali; ogni anno milioni di tonnellate di rifiuti nocivi provenienti dalle  città, dalle centrali a carbone, da industrie metallurgiche e chimiche, dagli  stessi inceneritori di rifiuti, finiscono in discariche spesso illegali, da cui  metalli, elementi radioattivi e prodotti di putrefazione colano nel sottosuolo e  contaminano le acque.

Per farla breve, la  difesa dell’ambiente richiede prima di tutto conoscenze scientifiche sulla  qualità e quantità delle merci e dell’energia prodotte e usate e dei loro  prodotti di trasformazione, quelli che finiscono nell’aria, nelle acque, nel  suolo; solo così è possibile far rispettare le leggi, che pure esistono e  progettare impianti di filtrazione e depurazione di gas, liquidi e solidi  inquinanti.

Occorrono soldi pubblici e occorre del coraggio per dire no a,  spesso potenti, interessi privati; il premio è un miglioramento della salute, un  aumento dei posti di lavoro, un aumento di cultura, scientifico-tecnica ma soprattutto civile, e, perché no ?, una crescita della  democrazia.

(articolo pubblicato sul quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno di martedì 7 gennaio 2014, riportato anche sul sito della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia www.fondazionemicheletti.it/nebbia)

 

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