L’economia dei Parchi resiste meglio alla crisi: 68.000 imprese solo nei 23 parchi nazionali

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Le aree protette nel nostro Paese sono 871, per una superficie di 32mila kmq, ai quali si aggiungono oltre 28mila kmq di mare e circa 2.300 siti di importanza comunitaria identificati dalle Regioni.

I soli parchi occupano invece un’area di 15mila kmq, pari al 5% del territorio italiani, un’area vasta quanto la Calabria

Una realtà di enorme valore sia sotto il profilo ambientale, sia per quanto riguarda la storia, la cultura e le tradizioni del nostro Paese.

Per conoscerla approfonditamente, scoprendone anche le dinamiche economiche, il tessuto produttivo che in esse opera e quindi la possibilità di creazione del valore, Ministero dell’Ambiente e Unioncamere hanno promosso la realizzazione della prima edizione del Rapporto su “L’economia reale nei parchi nazionali e nelle aree naturali protette”.

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Il Rapporto Economia reale nei parchi nazionali è stato presentato a Roma il 16 settembre.

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Obiettivo dell’analisi è offrire gli strumenti conoscitivi per individuare, valutare e valorizzare iniziative economiche in grado di affiancare conservazione della biodiversità, produzione di beni comuni e sviluppo.

Le aree protette costituiscono un grande laboratorio di nuove pratiche innovative e ecocompatibili”, ha detto il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello.

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Ferruccio Dardanello

Un polmone verde che, negli ultimi anni, è al centro di un interessante risveglio socio-economico. 

Nella sostenibilità e nell’economia a dimensione delle comunità locali c’è la vera essenza del modello produttivo italiano.  

Per questo l’attenzione alle aree naturali protette è per noi congeniale al tema dello sviluppo e del rilancio dell’economia.  

Un modello vincente che insieme al dicastero dell’Ambiente, con il quale abbiamo avviato da alcuni anni una preziosa collaborazione nel campo della blue economy e della green economy, vogliamo sostenere, accompagnando la transizione delle economie locali verso una crescita sostenibile”.

Dal rapporto emerge che tra il 2011 e il 2013, a fronte di una perdita media di valore aggiunto delle imprese italiane pari all’1,8%, le imprese che operano nei parchi nazionali e nelle aree naturali protette hanno perso “solo” lo 0,6%.

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Dell’effetto parco non sembra beneficiare però il Mezzogiorno.

Se si paragona infatti un gruppo di Comuni nei parchi naturali con un altro simile ma non in un’area protetta si vede che al Nordovest il valore aggiunto pro capite nei primi è superiore di 6mila euro, al Centro di 1800 euro, nel Nordest è simile tra i due gruppi, mentre al Sud è maggiore di 2500 euro per i Comuni che non sono all’interno di un’area protetta.

Dallo studio emerge inoltre che nei parchi c’è una presenza di imprese giovanili e femminili più alta della media nazionale.

Complessivamente nei 23 parchi nazionali italiani operano 68 mila imprese.

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Ai 23 parchi, spiega il documento, si aggiungono i 2299 siti della rete Natura 2000, aree destinate alla protezione della biodiversità, che invece occupano 58mila chilometri quadrati e sono presenti in tutte le provincie, con una maggiore presenza al Sud.

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A completare il quadro anche 27mila aree marine protette e due parchi sommersi, dove operano quasi 52mila delle 180mila imprese dell’economia del mare.

Il tasso di imprese giovanili è del 13,1% contro l’11,1% nazionale, mentre quelle femminili sono il 26,8% contro il 23,6%.

Proprio il ‘processo di ritorno’ dei giovani, spiega il rapporto, ha rallentato lo spopolamento del territorio, con una presenza di under 30 del 31,2%, superiore alla media nazionale che è del 29,4 con punte del 38% in alcune aree del Meridione come il Vesuvio e il Gargano.

In queste aree la densità delle imprese è di 9,7 ogni 100 abitanti contro 10,2 della media nazionale.

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