Blocca lo sblocca Italia: prima giornata di presidio a Montecitorio

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I movimenti ambientalisti italiani sono scesi questa mattina in piazza a Roma a manifestare pacificamente a Montecitorio, soprattutto giovani e a colorare l’ambiente con striscioni, decine e decine da tutta Italia che raccontano in slogan la storia delle battaglie dei comitati di ogni singolo territorio minacciato da opere impattanti, devastanti, e non perdono la speranza di riuscire là dove le lobbie del cemento e del petrolio vogliono imporre la loro logica distruttiva.

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Più di 180 le adesioni alla manifestazione: non mancano i Comitati cittadini ambiente della valle Peligna che combattono contro il progetto metanodotto rete adriatica e centrale di spinta della Snam.

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Foto Adriano Bucciarelli

Si sta formando un vero e proprio fronte contro le trivelle selvagge, le opere strategiche fortemente impattanti e i progetti che devastano l’ambiente che stanno riaffiorando e rivivendo a causa del decreto (S)blocca Italia.

Cosa possono fare, a questo punto, i cittadini?

Se condividono le battaglie portate avanti dai comitati cittadini italiani basta unirsi al presidio, di domani dalle 10 alle 14 sempre a piazza Montecitorio.

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Il decreto sblocca italia, soprannominato dal Movimento 5 stelle Sfascia Italia e dagli ambientalisti Decreto fossile, è il documento dell’esecutivo varato dal Governo Renzi il 13 settembre.

Un provvedimento che condanna il Belpaese all’arretratezza di un’economia basata sul consumo intensivo di risorse non rinnovabili e concentrata in poche mani.  

È un vero e proprio assalto finale delle trivelle al mare che fa vivere milioni di persone con il turismo; alle colline dove l’agricoltura di qualità produce vino e olio venduti in tutto il mondo; addirittura alle montagne e ai paesaggi sopravvissuti a decenni di uso dissennato del territorio.  

Basti pensare che il Governo Renzi rilancia le attività petrolifere addirittura nel Golfo di Napoli e in quello di Sorrento tra Capri, Ischia ed Amalfi.  

Si arriva al paradosso che le produzioni agricole di qualità, il nostro paesaggio e i tanti impianti e lavorazioni che non provocano inquinamento, compresi quelli per la produzione energetica da fonti rinnovabili quando realizzati in maniera responsabile e senza ulteriore consumo di territorio, non sono attività strategiche a norma di legge.  

Lo sono, invece, i pozzi e l’economia del petrolio che, oltre a costituire fonti di profitto per poche multinazionali, sono causa dei cambiamenti climatici e di un pesante inquinamento.  

Mentre il mondo intero sta cercando di affrancarsi da produzioni inquinanti, il Governo Renzi per i prossimi decenni intende avviare la nostra terra su un binario morto dell’economia.  

Eppure l’industria petrolifera non ha portato alcun vantaggio ai cittadini ma ha costituito solo un aggravamento delle condizioni sociali ed ambientali rispetto ad altre iniziative legate ad un’economia diffusa e meno invasiva.  

Nel Decreto la gestione dei rifiuti è affidata alle ciminiere degli inceneritori, mentre l’Italia dovrebbe puntare sulla necessaria riduzione dei rifiuti e all’economia del riciclo e del riutilizzo delle risorse.  

Tanti comuni italiani hanno raggiunto percentuali del 70-80% di raccolta differenziata coinvolgendo intere comunità di cittadini.  

Bruciare i rifiuti significa non solo immettere nell’ambiente pericolosissimi inquinanti producendo ceneri dannose alla salute e all’ambiente ma trasforma in un grande affare, concentrato in poche mani, quello che potrebbe essere una risorsa economica per molti.  

Le grandi opere con il loro insano e corrotto ‘ciclo del cemento’ continuano ad essere il mantra per questo tipo di ‘sviluppo’ mentre interi territori aspettano da anni il risanamento ambientale.  

Chi ha inquinato deve pagare.  

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Servono però bonifiche reali, non affidate agli stessi inquinatori e realizzate con metodi ancora più inquinanti; l’esatto opposto delle recenti norme con cui si cerca di mettere la polvere tossica sotto al tappeto.  

Addirittura il ‘sistema Mose’ diventa la regola, con commissari e ‘general contractor’ che gestiranno grandi aree urbane in tutto il Paese. 

Questo Decreto anticipa nei fatti le peggiori previsioni della modifica della Costituzione accentrando il potere in poche mani ed escludendo le comunità locali da qualsiasi forma di partecipazione alla gestione del loro territorio.  

Il provvedimento si configura come un primo passaggio propedeutico alla piena realizzazione del piano complessivo di privatizzazione e finanziarizzazione dell’acqua e dei beni comuni che il Governo sembra voler definire compiutamente con la legge di stabilità. 

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Riteniamo che il Parlamento debba far decadere le norme di questo Decreto chiarendo che le vere risorse strategiche del nostro paese sono il nostro sistema agro-ambientale con forme di economia diffusa, dal turismo consapevole all’agricoltura, dalle rinnovabili diffuse alle filiere del riciclo e del riutilizzo.

Contrastare questo Decreto è un impegno affinché la bellezza del paese non sfiorisca definitivamente sacrificata sull’altare degli interessi di pochi petrolieri, cementificatori e affaristi dei rifiuti e delle bonifiche”.

 

 

 

 

 

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