Riflessioni su “Puliamo gli alvei dei fiumi”

Su questo stesso sito il 16 novembre 2014 è stato pubblicato un articolo di Giorgio Nebbia dal titolo ““Puliamo l’alveo dei fiumi” (http://vasonlus.it/?p=8924#more-8924) che invitava ad un dibattito sull’argomento, che è stato accolto.

Riportiamo le considerazioni di Ugo Leone e Cristiano Manni pubblicate il 19 novembre 2014 su “Eddyburg”.

Altri commenti (Fausto Pradolesi, Pier Paolo Poggio, Maurizio Consoli, Enrico Ottolini, Sauro Turroni) si trovano in calce all’articolo di Nebbia come aggiornamento

Ugo Leone, 15 novembre 2014

È, come al solito, interessante e stimolante di riflessioni l’intervento di Giorgio Nebbia “Puliamo l’alveo dei fiumi”. 

E a riflettere invitano anche le osservazioni di Fausto Pardolesi il quale, peraltro interviene anche come tecnico del settore.

Le due posizioni –«puliamo subito gli alvei», «stiamo attenti a non accelerare la velocità dello scorrimento» – mi sembrano separate solo, per così dire, dalla diversa cronologia delle azioni.

Personalmente ritengo che quali che siano i problemi che riguardano la sicurezza del territorio, bisogna innanzitutto intervenire con immediatezza prima di passare alle fasi più lunghe per quanto definitive. È, per esempio, quanto dico e scrivo a proposito della cosiddetta “terra dei fuochi” nelle province di Napoli e Caserta per la quale i molti che vi abitano e che da mesi alimentano una fiera protesta, invocano la bonifica. 

Interventi di bonifica richiedono anni, mentre nel frattempo l’importante è delimitare le zone interessate, bloccare la produzione agricola, rimuovere i rifiuti velenosi e prima di passare alla eventuale bonifica lasciare alla natura il suo corso…

Nel caso dei fiumi capisco le preoccupazioni di Pardolesi il quale verosimilmente avrà vissuto e vive personalmente i problemi che prospetta. 

Ma concordo con Nebbia nel sollecitare innanzitutto soluzioni immediate di pulizia. 

Se, poi, la pulizia degli alvei accelera la velocità di scorrimento dell’acqua, per lo meno questa non trasporterà anche tutto ciò che ne ostacola il deflusso. 

E che, peraltro, ostacolandolo non fa defluire l’acqua a valle ma la fa più facilmente esondare nelle terre circostanti.

Se, poi, tutto questo – come da diecine di anni andiamo dicendo, dalle alluvioni nel Polesine, ai disastri dell’Arno e via discorrendo di anno in anno; se tutto questo dando finalmente una “sistemata” definitiva al nostro territorio idrogeologicamente dissestato e, nel farlo, alimentasse l’occupazione di qualche diecina di migliaia di persone, finalmente, tanto meglio. 

Un new deal anche da noi potrebbe risolvere non pochi problemi di crescita virtuosa dell’economia.

Immagine.Ugo Leone

Ugo Leone è presidente del Parco nazionale del Vesuvio

 

Cristiano Manni, 17 novembre 2014

Ho letto l’opinione di Giorgio Nebbia sulla pulizia dei fiumi sul vostro sito, di cui sono assiduo frequentatore, e che apprezzo molto.

Ho letto altri interventi del sig. Nebbia, e mi sono trovato quasi sempre a concordare con lui. 

Tuttavia in questo articolo egli esprime, forse inconsapevolmente, una posizione che anche l’opinione pubblica reputa giusta, ma che in realtà non lo è affatto. 

Nel settore delle scienze idrologiche ci sono due paradigmi che si scontrano: quello riduzionista-ingegneristico, che vede i fiumi come semplici condotti idraulici, e quello olistico-sistemico, che li inquadra invece nella teoria dei sistemi complessi. 

Un fiume è infatti non solo alveo, portata, corrivazione, sponde, bacino idrografico, coefficienti di scabrezza, ecc… ma è soprattutto un ecosistema, con tipiche piante di alveo, tipiche piante di sponda e tipiche piante di golena, tipica ittiofauna ed avifauna, tipici sistemi insediativi, economici, sociali, urbani, ecc…

L’approccio ingegneristico, che è l’unico che appare nei giornali, è fuorviante e spesso del tutto controproducente, poiché innesca fenomeni di riassetto e riequilibrio fluviale che non sono prevedibili, sempre secondo i principi dei sistemi complessi, ma che sono quasi sempre disastrosi, almeno se visti dall’ottica umana. 

Possono migliorare una situazione nell’immediato, ma rendono il sistema fluviale instabile, e a lungo e medio termine innescano fenomeni alluvionali o franosi con dinamiche di retroazione, sia positiva che negativa. 

Le scienze idrologiche parlano invece chiaro, ed anche la normativa tecnica delle varie regioni ammette l’importanza della vegetazione di sponda per la mitigazione del rischio idraulico, solo che non viene mai applicata, perché l’ingresso all’alveo avviene con grandi mezzi meccanici, che richiedono la totale “pulizia” non solo delle stesse piante di alveo, ma anche di quelle di sponda e di golena. 

Dopo il fenomeno di Sarno del 1998, si è dato il via, in tutto il paese, ad una politica idraulica dissennata e devastante, fatta di “ripuliture” dei fiumi, che ha distrutto bellissimi ed importantissimi ecosistemi e paesaggi, e che oggi è importante concausa del dissesto idrogeologico. Oggi si parla molto, in ambiente scientifico (e mai sulla stampa!) d riqualificazione fluviale: interventi mirati al ripristino delle funzioni autopoietiche dei fiumi, con opere di ingegneria naturalistica, meandrizzazione, aree umide, vegetazione riparia. Ci vuole un nuovo equilibrio fra uomo e fiume, fatto di razionalità e saggezza.

Nel nord europa questi principi sono più sviluppati, poiché là si è attraversato il picco del paradigma ingegneristico già tra il XIX e il XX secolo. 

Si pensi che Berlino è immune da esondazioni, poiché il fiume che lo attraversa, la Sprea, ha un grandissimo bosco igrofilo a monte della città, un ambiente bellissimo, votato al turismo sostenibile, e che assorbe totalmente le piene del fiume, e che lascia i berlinesi dormire sogni tranquilli. Gli alberi degli alvei sono flessibili, e contribuiscono a rallentare le acque di piena e ad aumentare i tempi di corrivazione (più lungo è tale tempo, più la piena sarà lenta e graduale).

Gli alvei lisci sono come autostrade che portano “bombe d’acqua” a valle dove, se c’è un punto sensibile, si scarica tutta l’energia della piena.

Le piante che cadono sul fiume formano, coi loro tronchi e i loro rami, delle briglie naturali, creando ecosistemi di acque lente, consolidando le sponde franose con le radici e l’apposizione di sedimenti al piede, rappresentano punti di esondazione controllata, innescano la formazione di meandri fluviali.

Non a caso il Decreto legislativo 152 del 2006, che ha inglobato la prima legge organica sulla protezione del suolo, del 1989, auspica, nell’elencazione dei principi generali, che le aree golenali e ripariali dei fiumi divengano oggetto di tutela naturalistica. 

Tutta quella normativa è lettera morta. 

Stranamente e paradossalmente, la politica idraulica delle istituzioni segue la pancia dei cittadini.

L’unica soluzione economicamente praticabile a lungo termine, se non vogliamo buttare tutti i sodi pubblici in vana “manutenzione” e “messa in sicurezza” del territorio, è avere il coraggio di spostare le infrastrutture dalle aree a rischio, e riconcedere al fiume i propri spazi.

Un saluto a Giorgio Nebbia, con l’auspicio che possa leggere e valutare ciò che ho scritto, e con la disponibilità ad un confronto.

Cristiano Manni si occupa di dissesto idrogeologico. Laureato in Scienze forestali a Firenze, si è specializzato presso la facoltà di ingegneria idraulica di Vienna.

 

 

 

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