No al lavoro gratis, la cultura si paga

Articolo di Roberto Cicccarelli pubblicato il 30 novembre 2014 su “Il Fatto Quotidiano”.

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Roberto Cicccarelli

Per la seconda volta in un anno, ieri archeo­logi, biblio­te­cari, archi­vi­sti, sto­rici dell’arte e restau­ra­tori hanno mani­fe­stato a piazza del Pan­theon a Roma con­tro il «modello Expo» adat­tato ai beni cul­tu­rali. 

Sotto una piog­gia bat­tente, cen­ti­naia di gio­vani pro­fes­sio­ni­sti hanno denun­ciato il ricorso pro­gram­ma­tico dello Stato e dalle sue pro­pag­gini locali al lavoro gra­tis o al volon­ta­riato.

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È stato denun­ciato il bando della Soprin­ten­denza capi­to­lina che cerca volon­tari per svol­gere atti­vità gra­tuite nei musei e nelle aree archeo­lo­gi­che della Capi­tale. 

Pro­prio come a Milano, dove il Tou­ring club sta reclu­tando mille volon­tari per svol­gere il ruolo di guide ai monu­menti durante l’Expo, a Roma si ricorre al lavoro gra­tuito o a pre­sta­zioni pagate sim­bo­li­ca­mente (3 euro l’ora) per svol­gere ser­vizi di prima acco­glienza, infor­ma­zione e accom­pa­gna­mento. 

I tagli, il ricorso siste­ma­tico ai pri­vati e il fatale blocco del turn-over e dei con­corsi (quando si fanno, non si assume) hanno spinto il Mini­stero dei beni cul­tu­rali a cre­dere che il volon­ta­riato sia un’attività sus­si­dia­ria all’assunzione di figure specializzate.

La tra­sfor­ma­zione è stata uffi­cia­liz­zata men­tre il Mibact è pas­sato da Mas­simo Bray a Dario Fran­ce­schini. 

Con il pre­ce­dente mila­nese, si può dire che è diven­tata sistema in tutto il paese. 

Un sistema che elude la nor­ma­tiva del codice degli appalti, già fune­stato dal ricorso gene­ra­liz­zato alle gare al mas­simo ribasso. 

Oggi è diven­tata la regola anche nel mondo dei beni cul­tu­rali dove, solo pochi giorni fa, il mini­stro Fran­ce­schini e il sot­to­se­gre­ta­rio Luigi Bobba hanno siglato un pro­to­collo inter-istituzionale per il reclu­ta­mento di 2 mila «gio­vani» da impie­gare gra­tui­ta­mente per la tutela, frui­zione e valo­riz­za­zione del patri­mo­nio. 

Lo Stato userà mano­do­pera volon­ta­ria sotto forma di «ser­vi­zio civile». 

Abo­lito negli anni Due­mila, oggi viene recu­pe­rato per tro­vare un’occupazione a costo zero per lau­reati o diplo­mati. 

Una prima con­te­sta­zione con­tro que­sto accordo è avve­nuta venerdì all’entrata dei Musei Capi­to­lini, bloc­cata sim­bo­li­ca­mente con un nastro rosso. 

Lo slo­gan era: «Noi non siamo a costo zero».

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La mobi­li­ta­zione di ieri è stata pro­mossa dall’Associazione Nazio­nale Archeo­logi (Ana) e da Con­fas­so­cia­zioni (160 asso­cia­zioni, con 275 mila iscritti) e ha voluto affer­mare un prin­ci­pio ele­men­tare: «La cul­tura è lavoro e il lavoro si paga». 

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Nella sua sem­pli­cità rivo­lu­zio­na­ria, que­sto slo­gan può essere appli­cato all’università, o al gior­na­li­smo, al lavoro nello spet­ta­colo come a quello arti­stico. 

Rivela una con­di­zione comune e coglie uno degli ele­menti del post­for­di­smo appli­cato alla cul­tura: il sistema degli appalti e dei subap­palti appli­cato tanto nei beni cul­tu­rali, quanto nella logi­stica (ad esem­pio) e il ricorso alle coo­pe­ra­tive che sfrut­tano i «cot­ti­mi­sti» del lavoro cul­tu­rale: gli archeo­logi, i biblio­te­cari o gli archi­vi­sti. 

Lo stesso accade ai fac­chini nella logistica.

Cre­sce dun­que la mobi­li­ta­zione, spinta dal pro­gres­sivo rico­no­sci­mento di una con­di­zione comune anche agli stu­denti.

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Alla mani­fe­sta­zione di ieri hanno par­te­ci­pato Link e la Rete della Cono­scenza. 

E cre­sce anche la capa­cità di coor­di­na­mento e auto-organizzazione alla quale par­te­ci­pano anche sto­rici dell’arte o l’associazione nazio­nale dei restau­ra­tori. 

Insieme hanno ela­bo­rato un mani­fe­sto con­tro il «dum­ping spre­giu­di­cato» del lavoro volon­ta­rio. 

Sull’onda del pro­ta­go­ni­smo cul­tu­rale e poli­tico degli archeo­logi si è for­mato un coor­di­na­mento con Con­fas­so­cia­zioni e le altre realtà mobi­li­tate. 

Tra le richie­ste c’è quella dell’assunzione dei vin­ci­tori l’ultimo con­corso di Roma Capi­tale e il ritiro del bando della Soprin­ten­denza capi­to­lina. 

La domanda che spiega il senso del con­flitto in corso è: «Se siamo abi­tuati a pagare il medico, per­ché non paghiamo archeo­logi o restau­ra­tori che curano il nostro patri­mo­nio culturale?».

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