Jihad di periferia

Per un approfondimento sul tema di scottante attualità del degrado in cui versano le periferie delle nostre città su questo sito è stata pubblicata la seguente copiosa serie di articoli:

«Nelle periferie non luoghi la politica dimentica la gente»16 novembre 2014 (http://vasonlus.it/?p=8932)

– Cosa accade nelle nostre periferie malate?24 novembre 2014 (http://vasonlus.it/?p=9244)

Case popolari addio. Arriva il decreto per metterle all’asta25 novembre 2014 (http://vasonlus.it/?p=9254)

– La violenza nelle periferie26 novembre 2014 (http://vasonlus.it/?p=9263)

– Roma, la questione urbanistica e il capro espiatorio – 27 novembre 2014 (http://vasonlus.it/?p=9269)

Il paese a cemento zero28 novembre 2014 (http://vasonlus.it/?p=9272)

– Le città ingovernabili, il collasso della democrazia30 novembre 2014 (http://vasonlus.it/?p=9384)

Fassino chiama Piano “Ci serve il tuo aiuto per guarire le periferie” – 3 gennaio 2015 (http://vasonlus.it/?p=10162)

Renzo Piano e la città messa ai margini della vita quotidiana 3 gennaio 2015 (http://vasonlus.it/?p=10303)

Periferie, se la politica delega le archistar15 gennaio 2015 (http://vasonlus.it/?p=10514)

Cara signora, l’urbanistica non fa per lei15 gennaio 2015 (http://vasonlus.it/?p=10525&preview=true)

Il difficile rapporto tra democrazia e trasformazioni urbane – 15 gennaio 2015 (http://vasonlus.it/?p=10533)

Completiamo per ora l’approfondimento con l’articolo di Fabrizio Bottini, che dopo gli attentati di Parigi ha voluto dare questo titolo al suo scritto pubblicato l’11 gennaio 2015 su “Today.it”

Immagine.Fabrizio Bottini

Fabrizio Bottini

Ce l’hanno raccontato in lungo e in largo, come la biografia degli autori degli attentati di Parigi sia inscindibile dall’ambiente della banlieu

E del resto da qualche anno, con notevole puntualità e regolarità, che siano i saccheggi dei negozi perbene a Londra, o le manifestazioni surreali tra le villette e i fast food di Ferguson, o qualche comportamento oltre i limiti della demenza dalle nostre parti italiane, non si manca mai di collegare un certo tipo di spazi ad alcuni problemi. 

Il collegamento però deve essere preso molto alla lontana, non perché non esista, e non sia per certi versi diretto, ma perché ha bisogno di una serie fin troppo lunga di precisazioni e contestualizzazioni. 

Infatti se solo ci pensiamo un istante, la nostra testa quando evoca quelle arterie commerciali britanniche, i parcheggi del suburbio americano, o certe nostre distese di prati spelacchiati tra palazzi razionalisti, ricostruisce spazi diversissimi, chiamandoli nello stesso modo. 

E dicendoci in modo piuttosto chiaro, che se hanno qualcosa indubbiamente in comune, non si tratta delle forme fisiche.

Hanno tutte la capacità di produrre quel genere di disagio che spesso sfocia, seguendo un canale o l’altro, nelle psicopatologie violente e senza sbocco non autoreferenziale. 

Che siano i saccheggi e gli incendi di negozi per rubacchiare stupidaggini da consumi infantili, o urlanti confuse spesso autolesionistiche manifestazioni contro tutto e contro tutti, o addirittura l’innescare l’altrettanto confusa conflittualità estrema che poi sfocia nella criminalità organizzata o nelle varie forme di terrorismo, a seconda del caso che fa incontrare i disagiati con questo o quel maître à penser

Questo plasmare cervellini particolarmente fragili è un carattere delle periferie, evidentemente non proporzionale alla distanza tra gli edifici, agli standard a parcheggio o verde, allo stato di manutenzione delle tubature, o degli spazi comuni. 

Ovvero tutti quegli aspetti che, attraverso processi partecipativi o meno, con assemblee nelle scuole, urla di casalinghe, riunioni pensose al centro civico, affrontano i vari cosiddetti piani per le periferie, puntualmente focalizzati nel risolvere tutto ciò che evidentemente, almeno così da solo, non produce affatto disagio.

Del resto basta a volte spostarsi di qualche centinaio di metri, nel medesimo quartiere, per scoprire che il disagio pare svaporato per miracolo, pur restando immersi nei medesimi spazi fisici, tipi di edifici, strade, verde. 

A volte esiste qualche indizio abbastanza chiaro almeno a indicare un percorso di riflessione: come le case in proprietà anziché in affitto, ad esempio, che secondo molto pensiero conservatore sono sinonimo di identità e stabilità, delle famiglie e degli individui.

Oppure l’epoca di costruzione e tipo di occupazione dei fabbricati, o presenza o meno di attività economiche in qualche pianterreno. 

Altre volte neppure un indizio labile del genere, salvo la constatazione che in un posto c’è il disagio, nell’altro no, e che di sicuro gli spazi fisici sono identici. 

Ma una cosa è certa: quegli spazi, da soli, non cambiano nulla. 

E chissà che quest’ultima traumatizzante esperienza, di pochissimi balordi psicopatici terroristi, che si sono maturati tutto il loro disadattamento nel brodo di coltura della periferia, non convinca qualcuno di importante. 

Lo convinca, sul serio, a piantarla per sempre, ogni qual volta succede qualche manifestazione di disagio nelle periferie, ad uscirsene con la solita pensata: chiamiamo un bravo architetto!

 

 

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