Piano paesaggistico, il caso Toscana esempio per l’isola

L’articolo di Sandro Roggio, pubblicato il 10 aprile 2015 su “La Nuova Sardegna”, consiste in una intervista ad Anna Marson, Assessore all’urbanistica della Regione Toscana.

Il piano paesaggistico della Toscana è stato approvato. 

Dopo uno scontro che rispecchia le contrastanti opinioni nel PD su questi temi. 

In una temperie sfavorevole alla custodia di valori screditati dalla crisi, e da provvedimenti come “SbloccaItalia”. 

Anna Marson è l’assessore all’urbanistica che si messa in mezzo, per impedire il tiro a segno di emendamenti allo strumento frutto di un lavoro accurato. 

Con l’obiettivo di non disperdere la ricchezza di una regione speciale, azionista essenziale dell’iconografia italiana celebrata nel Mondo. 

Il paesaggio conta. 

E a proposito di ricchezza è normale chiedersi se senza l’armonia che distingue le campagne tra Firenze e Siena ci sarebbero ad esempio quei vini preziosi.

Ci sono analogie con la Sardegna. Anche contro il piano paesaggistico voluto dal governo Soru ci sono state e ci sono ostilità. In fondo pesa il disorientamento nel dibattito a sinistra.

In effetti, in entrambi i casi si è configurato contro il piano un blocco bipartisan. 

In Sardegna ciò ha provocato addirittura la caduta di Soru. 

In Toscana sia l’ampia mobilitazione a livello sociale e culturale che l’intervento del Mibact, hanno consentito un recupero in extremis. 

L’argomento pretestuosamente usato in entrambi i casi è stato quello della contrapposizione tra tutela e sviluppo, mentre anche il caso sardo – raccontato di recente nel bel libro a cura di Edoardo Salzano, «Lezioni di piano» – evidenzia con chiarezza come ciò che si intendeva perseguire bloccando l’ulteriore edificazione della costa fosse un diverso modello di sviluppo, capace di mettere in valore lo straordinario patrimonio insediativo esistente nelle aree interne.

È possibile spiegare in sintesi perché il piano della Toscana può servire a consolidare la ricchezza di una regione già molto fortunata?

Anche la Toscana condivide la situazione di crisi in cui si trova oggi l’Italia, ed è oggetto di diverse acquisizioni da parte di gruppi finanziari globali.  

Decidere come comunità regionale ciò che si può fare perché qualifica il paesaggio e valorizza il territorio con ricadute positive, è in questo momento fondamentale.

E va fatto con le regole e con l’esempio. 

Il piano è proporzionato al valore dei luoghi. Eppure nella maggioranza che amministra la Toscana sono emerse ostilità, nello sfondo l’insofferenza di una parte della sinistra ai principi del Codice dei beni culturali.

Sono sempre stata una convinta federalista, ponendo fiducia nei municipi come istituti dell’autogoverno delle comunità. 

La democrazia rappresentativa in questi anni si è tuttavia fortemente contratta, e in troppi casi le decisioni vengono prese senza interrogarsi pubblicamente su ciò che è utile per la comunità rispetto a ciò che interessa ad alcuni soggetti. 

In questa situazione l’intervento di chi si appella al principio di tutela è visto con fastidio, sia che esso venga dal basso – le associazioni ambientaliste, i comitati- sia dall’alto – il Ministero dei beni culturali e del paesaggio.

Le richieste di accomodamenti sono sembrate lontane dalla saggezza antica che ha originato il paesaggio toscano – il Buon governo negli affreschi di Ambrogio Lorenzetti – e pure dal rigore della scuola urbanistica fiorentina.

L’affresco che illustra gli effetti del Buon governo rappresenta in realtà un progetto (a fronte di pratiche che anche allora non sempre erano virtuose), una sorta di “norma figurata”, diremmo noi oggi, un progetto retto dai princìpi rappresentati nell’Allegoria: Giustizia, Sapienza, Concordia, Saggezza, Magnanimità …e così via. 

Il Comune di Siena è rappresentato come il Bene Comune, dunque l’essenza dell’interesse collettivo. Interrogarsi su ciò dovrebbe essere sforzo costante delle istituzioni pubbliche.

C’è chi ha pensato di influenzare il dibattito per perpetuare privilegi nello sfruttamento di risorse che dovrebbero stare fuori dal mercato. C’è il tema delle cave ma non solo.

Certo, e questo atteggiamento è stato rafforzato dalla prossimità con le elezioni. 

Però la CGIL si è schierata dalla parte del piano. 

La CGIL sulle cave si è schierata con il piano condividendo il tentativo di garantire quanto più possibile la lavorazione in loco del materiale estratto, a fronte dell’esportazione di gran parte dei blocchi grezzi. 

Negli ultimi decenni i rapporti tra quantità estratte e posti di lavoro sono andati divaricandosi. 

Il tentativo con il piano del paesaggio è stato quello di socializzare almeno parte dei guadagni, riducendo i costi ambientali e paesaggistici.  

La Fillea ha condiviso l’ipotesi di evitare il consumo di suolo per promuovere la riqualificazione delle aree urbanizzate con interventi capaci di coniugare una maggior qualità dell’abitare con la qualità del lavoro impiegato per realizzare le opere.

Nel PD affiorano posizioni distanti dalla cultura ambientalista. Non è una novità che nella Toscana rossa si manifestino propensioni a ridurre le tutele del territorio, penso alla speculazione Fiat-Fondiaria a Firenze impedita da Occhetto nel 1989. Ecco l’utilità di sguardi vicini e lontani che si intrecciano. In questo caso l’intervento dello Stato attraverso il Mibact è servito a contenere lo stravolgimento del piano.

L’intervento del ministro, e della sottosegretario Borletti Buitoni, è stato decisivo. 

Nella mia esperienza il fatto che i livelli di decisione siano diversi è fondamentale per dare corpo ai principi di adeguatezza, interesse collettivo e sussidiarietà.
 

 

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