Cop22, la febbre verde contagia Marrakech

 

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La febbre verde contagia la città ocra.

E Marrakech che in questi giorni ospita la Conferenza Onu sul clima scopre la sua vocazione ecologica.

Persino i cartelli mobili di ‘Alt’ usati dalla polizia hanno micro pannelli solari per illuminare il segnale.

Ma ai 30 mila operatori della COP22 l’ingresso in città riserva molte sorprese.

C’è il senso umoristico delle compagnie aeree che si dicono “ingaggiate per il clima” e invitano a “imbarcarsi per una causa planetaria”.

Ci sono poi serissime pubblicità di carte bancomat “bio” e cartelloni che invitano al “rispetto della natura”.

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Non c’è mai stato tanto verde a Marrakech.

Il viale Mohammed V, uno dei più lunghi d’Africa con i suoi 32 chilometri, è un’esplosione di fiori e fontanelle.

Capitale del Sud, porta del deserto, Marrakech è però anche la città che ospita 11 campi da golf dal green impeccabile.

Per mantenere quei prati, molto spesso la medina rimane a secco.

Pensare “verde” è l’obiettivo del sindaco che ha cambiato tutte le lampadine in led a risparmio energetico.

L’investimento per rinnovare il parco dei mezzi pubblici è pari a 200 milioni di Dirham (18,5 milioni di euro circa) per avere 120 autobus elettrici entro il 2019.

Al momento sono 30, color rosso fuoco, quelli che collegano i punti nevralgici della città.

I taxi color beige hanno appiccicato le vetrofanie con il simbolo della COP22, ma sono le auto inquinanti di sempre.

Dallo scorso luglio sono vietati i sacchetti di plastica in tutto il Marocco.

Non si possono produrre, distribuire e nemmeno importare.

Al grido di “zero mika” (mika è la parola araba per sacchetto) i commercianti si sono organizzati.

Le plastiche, ricercatissime, si trovano sottobanco, tra gli ambulanti che vendono melograni o banane appena colte dagli alberi, ai margini della strada.

Chi li trova ne fa incetta e tra casalinghe la voce passa di porta in porta.

Trecento biciclette sono state piazzate nei punti di principale interesse per i turisti: si possono noleggiare.

Il meccanismo è ancora complicato; di sicuro non è affare per gli abitanti di Marrakech che, in gran parte, non posseggono carte di credito necessarie per la tracciabilità dei dati.

Niente raccolta differenziata.

Affidato a operatori stranieri, lo smaltimento dei rifiuti viene fatto attraverso grandi discariche e forni ai margini della città.

Ogni moschea ha poi il suo hammam di riferimento, il posto pubblico dove poter fare il bagno di vapore.

Un dovere per i musulmani praticanti, fonte di piacere per i turisti, l’hammam viene riscaldato con un forno a legna che brucia in realtà molto spesso anche altri rifiuti.

Ce ne sono 10 mila in tutto il Marocco, ognuno dei quali consuma in media 1,5 tonnellate di legna e 125 metri cubi d’acqua al giorno.

Un progetto punta a convertirli in centri eco-sostenibili nel giro di tre anni.

Il primo esempio, a Marrakech, è scaldato a pannelli solari e con una fornace che brucia bionmassa a base di noccioli di olive.

 

(ANSA del 7 novembre 2016, ore 14:06)

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