Usa: Sioux a Washington, la sfida impossibile contro l’oleodotto dell’Uomo Bianco

 

WASHINGTON . Alla fine di un lungo sentiero delle lacrime, a duemila e cinquecento chilometri dalla loro terra all’altro capo del tempo e dell’America, Lakota Sioux, Cheyenne, Arapaho, Corvi, Cherokee hanno portato a Washington la loro invincibile sconfitta.

Nel gelo di un weekend che li aveva accompagnati dalla tundra delle Grandi Pianure del Nord, hanno tentato l’ultima battaglia contro l’ennesimo stupro che il “Uasìchu“, l’Uomo Bianco, “colui che si prende il grasso e lascia le ossa agli altri” in lingua Lakota, sta compiendo nel corpo della loro terra.

Ma sanno che il tubo di acciaio che il nuovo oleodotto pomperà dai giacimenti del Nord Dakota fino a Chicago sotto la terra, i laghi, i ruscelli delle loro riserve si farà, si sta facendo, perché così ha ordinato il Viso Pallido dai Capelli color di Carota che vive nella grande tenda bianca.

Per due giorni, anche sotto un improvviso nevischio che ha stroncato le prime fioriture dei ciliegi giapponesi nel centro della città, gli indiani, guidati dai Lakota Sioux della Standing Rock Reservation in South Dakota, hanno alzato i loro tipì di tela, prima davanti al massiccio palazzo della Posta divenuto oggi un Hotel Trump e poi attorno all’obelisco di marmo dedicato a George Washington.

Hanno portato in corteo, nei canyon di cemento e vetro delle strade dei lobbysti, serpentoni di gomma per rappresentare l’oleodotto e per gridare “L’acqua è vita“, quell’acqua che le inevitabili fughe di greggio intossicheranno con foto di paperelle incatramate e di volpi stecchite.

Si sono accampati e hanno danzato con i piumaggi d’onore, lance e tomahawk, a torso nudo davanti alla Casa Bianca, cantando “Trump must go”, se ne deve andare e si sono concessi qualche amara ironia, come Jobeth Brownotter, Lontra Bruna.

Indossava uno dei cappellini distribuiti a milioni dalla campagna elettorale di Trump con la scritta “Make America Great Again”, rifacciamo grande l’America, ma trapassato da una freccia, come nei vecchi film western.

 

(Articolo di Vittorio Zucconi, pubblicato con questo titolo il 12 marzo 2017 su “la Repubblica”)

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