Quinta tappa del percorso formativo del progetto Alternanza Scuola-Lavoro sulla “Valorizzazione dei beni archeologici e ambientali del Parco Volusia”: visita al museo di Malborghetto

 

Il percorso formativo del progetto Alternanza Scuola-Lavoro sulla “Valorizzazione dei beni archeologici e ambientali del Parco Volusia” è proseguito lunedì 13 novembre 2017 nell’istituto “Gaetano De Sanctis”.

In questa quarta tappa sono stati costituiti i seguenti 3 gruppi di lavoro:

– Pannelli (gruppo di III D e gruppo di III E);

– Brochure (gruppo di III D);

– Valorizzazione e Comunicazione (gruppo di III D e gruppo di III E).

Per ora hanno mandato i testi solo quelli che hanno scritto i Pannelli.

La 5° tappa del perso corso formativo si è svolta ieri mattina con una visita al museo di Malborghetto al Km. km 19,4 della Via Flaminia, con appuntamento alle ore 9,30 in via Baldassina davanti al museo dove risalta la targa marmorea che l’associazione “Verdi Ambiente e Società” (VAS) è riuscita a far mettere in memoria del Dott. Gaetano Messineo.

Prima di dare inizio alla visita la Dott.ssa Margherita Bartoli ha riunito le due classi di liceo in via di Malborghetto.

Ha quindi distribuito ad ognuno dei ragazzi il rispettivo foglio da firmare per registrare la loro presenza.

Si è poi soffermata davanti al tracciato della antica via Flaminia di cui sono ancora evidenti i resti del basolato di epoca romana, facendo sapere che questo tracciato è stato poi abbandonato per un nuovo percorso che passava davanti al museo (attuale via Barlassina), a sua volta abbandonato per la odierna sottostante via Flaminia.

 

La Dott.ssa Margherita Bartoli ha quindi raccontato ai ragazzi presenti la storia dell’edificio di Malborghetto oggi adibito a museo, facendo sapere che quello che oggi appare come un austero casale era in realtà, in epoca romana, un arco tetrapilo, cioè un arco quadrifronte ovvero a quattro arcate.

La struttura architettonica della costruzione originale era quella di un arco quadrifronte a pianta rettangolare (14,86 m x 11,87 m) di proporzioni imponenti (si ipotizza fosse alto circa 18 m) paragonabili al cosiddetto arco di Giano del Velabro come si può evincere dai basamenti di travertino dei quattro archi: viene citato nei Cataloghi regionari del IV secolo col nome di Arcus Divi Costantini.

La costruzione era attraversata in direzione nord – sud dalla via Flaminia ed in direzione est – ovest dalla via Veientana (delle quali sono ancora presenti resti del basolato all’interno del casale e nel perimetro esterno dell’arco).

La Dott.ssa Bartoli ha fatto sapere che la via che da Veio raggiungeva la valle del Tevere passando sotto due dei 4 archi in direzione est-ovest, è stata molto utilizzata per il trasposto del marmo di cui è ricca la valle del Tevere.

L’archeologo tedesco Fritz Toebelmann che studiò l’arco per cinque anni arrivò alla conclusione che fosse stato edificato prima della fine del IV secolo dopo Cristo.

La struttura muraria in laterizio, ancora visibile, lascia supporre un rivestimento di lastre di marmo ancorate tramite grappe metalliche a fori quadrati ancora presenti sulle pareti esterne: si ipotizza la presenza di colonne su due o quattro facciate sormontate da una imponente trabeazione.

L’attico sosteneva un tetto piano ed era diviso, al suo interno, da due muri che creavano tre ambienti comunicanti tramite aperture ad arco.

Ricostruzione grafica dell’arco di Malborghetto di Fritz Toebelmann

Ricostruzione grafica dell’arco di Malborghetto dei prof. Alberto e Marco Carpiceci

La presenza di un arco onorario sulla Via Flaminia è stata messa in relazione alla discesa delle truppe di Costantino da settentrione proprio lungo questa strada per opporsi a quelle dell’imperatore Massenzio.

La tradizione cristiana vuole che Costantino, accampatosi in questo luogo, abbia visto al tramonto nel cielo il segno della croce (greca), fenomeno che la dott.ssa Bartoli ha attribuito presumibilmente ad un meteorite visto quel giorno anche dal biografo di Costantino, che ha fatto cambiare gli stendardi apponendovi sopra una croce.

Il giorno dopo, 28 ottobre del 312, Costantino sbaragliava ai Saxa Rubra l’esercito del rivale e lo stesso Massenzio periva nelle acque del Tevere: a seguito di questa vittoria, nel 315, il Senato Romano fece erigere nell’Urbe l’arco bifronte presso il Colosseo e forse nel Suburbium quello di Malborghetto.

Da un atto di compravendita del 1256 si è venuti a sapere di una divisione di beni di proprietà della famiglia Orsini, dove viene citato come un piccolo borgo protetto da una doppia cinta muraria.

Nell’ XI sec. diventa chiesa fortificata dedicata alla Vergine e nel XIII viene inserito nella cinta muraria di un castrum, denominato dalle fonti “Burgus S. Nicolai de arcu Virginis”.

A tal ultimo riguardo la dott.ssa Margherita Bartoli ha fatto presente ai ragazzi come a quell’epoca nella zona nord di Roma (fino anche a Cesano) molti edifici di culto siano stati intitolati ai santi Nicola e Antonio.

L’arco fu trasformato in chiesa a croce greca con la chiusura dei quattro fornici e la costruzione di un’abside sul lato orientale.

Plastico ricostruttivo dell’arco di Malborghetto trasformato in chiesa (esposto all’interno del museo)

Il basolato stradale fu deviato all’esterno (attuale via Baldassina).

Nel 1485 il borgo fu assediato e incendiato dalle truppe degli Orsini, durante le lotte fra questi e la famiglia dei Colonna e da allora fu chiamato “Borghettaccio” o “Malborghetto”, optando alla fine per quest’ultimo nome.

L’edificio cadde in completo abbandono fino alla metà del Cinquecento quando fu preso in affitto da un aromatarius (erborista) milanese che risiedeva a Roma, di nome Costantino Pietrasanta, che lo ristrutturò completamente nel 1567 lasciandone una scritta su una parete.

L’edificio, ridotto a casale, divenne un’osteria nel Seicento, mentre nel 1744 vi si installò una stazione di posta con una stalla ed una piccola chiesa dedicata ai santi Nicola e Bernardino.

Veduta del casale con la chiesetta antistante

Tornato ad essere un semplice casale, solo nel 1982 è entrato a far parte dei Beni del Demanio, grazie all’opera del Dott. Gaetano Messineo che lo fese comprare dallo Stato per la cifra di 50 milioni delle vecchie lire e che dopo una attenta opera di restauro ne ha fatto un museo esemplare ed un polo culturale con un giardino pubblico aperto a tutti, facendo amare così l’archeologia e la storia.

Il Dott. Gaetano Messineo ha voluto anche insediare a fianco del museo una sede distaccata della Soprintendenza.

Oltre ai reperti di Malborghetto il museo raccoglie anche quelli provenienti dagli scavi effettuati nelle aree archeologiche connesse con l’antica Via Flaminia: necropoli di Tor di Quinto, di Grottarossa e di Volusia (via Bracciano), tomba Celsa e torre di Prima Porta.

La Dott.ssa Margherita Bartoli ha quindi portato i ragazzi all’ingresso del museo, per far vedere da una parte i resti visibili del basolato di epoca romana.

Ha quindi parlato del parco con resti di ruderi visibile dalla parte opposta.

Le due classi sono quindi entrate nel museo.

Si è entrati al piano primo del museo, da cui si dirama a destra una scala che porta al piano superiore, non visitabile per ragioni di sicurezza, dove si trovano gli ambienti di epoca medievale e moderna, mentre una’altra scala dalla parte opposta porta al sottostante piano terra.

Da questo piano si sale ad saletta attigua dove è conservato il plastico ricostruttivo dell’arco di Malborghetto trasformato in chiesa.

Dopo averne illustrato le varie parti, la Dott.ssa Margherita Bartoli ha portato per due gruppi i ragazzi al sottostante piano terra, per causa degli ambienti troppo stretti.

Si è soffermata sull’ambiente a destra della scala, dove sono conservati i resti della necropoli di Volusia (situata in via Bracciano).

Ha spiegato i vasi di bucchero di epoca etrusca conservati al livello superiore, facendo sapere che secondo l’usanza di allora venivano utilizzati anche dai parenti dei defunti all’atto della loro inumazione, per poi essere lasciati a corredo della tomba.

Ha quindi spiegato i resti di epoca romana conservata sui due piani inferiori.

Sul piano intermedio la dott.ssa Bartoli ha posto l’attenzione su un cavalluccio che faceva parte di una fibula (spilla) e che costituisce l’unico esemplare assieme ad un altro conservato al museo di Siena.

Ha infine fatto presente che la qualità dei resti denota un ceto sociale di rango superiore.

La Dott.ssa Margherita Bartoli è passata quindi ad illustrare la vicina teca dove sono conservati i resti ritrovati sotto la torre di Prima Porta, che costituiva all’epoca anche un presidio militare di pretoriani a custodia della villa di Livia e quelli rinvenuti alla Tomba Celsa.

Per gruppi di ancor minor numero la Dott.ssa Bartoli ha portato i ragazzi a vedere la sottostante sala dell’abside della chiesa medievale, dove sono conservati una serie di vasi che il dott. Gaetano Messineo ha lasciato nella esatta posizione in cui li ha trovati.

Una volta risaliti nella sala centrale del piano terra, la Dott.ssa Bartoli ha illustrato la statua e la stele con epigrafe posta al centro.

Ha quindi fatto cedere il sottostante basolato della via Flaminia che passava sotto l’arco.

La Dott.ssa Bartoli ha portato infine i ragazzi a visitare la sala a sinistra della scala di accesso, dove si conserva ina parte del timpano di una tomba rinvenuta all’altezza della stazione di posta di Grottarossa.

Dalla parte opposta ha fatto vedere il sottostante piano i calpestio, con la centro una fossa che risale all’epoca medievale. 

Dott. Arch. Rodolfo Bosi

 

 

 

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