La consultazione pubblica riuscirà a migliorare il Piano nazionale energia e clima?

 

C’è tempo fino al 5 maggio per partecipare alla consultazione pubblica sul Piano energia e clima (Pniec) proposto dal Governo gialloverde, che è stato inviato a inizio gennaio all’attenzione della Commissione europea e prevede adesso una Valutazione ambientale strategica (Vas) all’interno della quale cittadini e stakeholder sono chiamati a dire la loro.

La posta in gioco è alta: «L’obiettivo – dichiara il vicepremier Luigi Di Maio – è quello di realizzare una nuova politica energetica che assicuri la piena sostenibilità ambientale, sociale ed economica del territorio nazionale, e accompagni tale transizione», con orizzonte 2030.

Nei fatti, però, al momento l’Italia gioca la sua partita al ribasso, come mostrano ad esempio gli impegni sulle fonti rinnovabili: come noto oggi il nostro Paese punta a perseguire una copertura dei consumi finali lordi di energia da fonti rinnovabili del 30%, rispetto al 32% europeo.

Dato però che «gli obiettivi europei non si traducono in pari obiettivi per ogni Paese», secondo il sottosegretario del Mise con delega all’Energia – Davide Crippa – il «target italiano è la trasposizione della formula matematica del 32% europeo non abbiamo un target di ambizione più basso di quello Ue, è quello europeo trasposto sui parametri economici ed energetici del nostro Paese».

Rimane un fatto che la curva delle ambizioni si sia abbassata di parecchio nel corso dei mesi, nel passaggio dalle parole agli atti. 

A giugno 2018 Di Maio proponeva infatti per le rinnovabili (a livello Ue) un «obiettivo vincolante pari al 35%» al 2030, addirittura più ambizioso di quello effettivamente concretizzatosi a Bruxelles attraverso la direttiva Red II (32%). 

A luglio 2018 lo stesso ministro spiegava che in Italia «raggiungere il 32% da fonti rinnovabili nei consumi finali significa che dobbiamo raddoppiare, in soli 10 anni, la produzione da rinnovabili.

Passando dagli attuali 130 TWh a più di 200.

Questi obiettivi, insieme al programma di decarbonizzazione, guideranno la stesura del Piano energia e clima».

Di fatto, invece, oggi il target è stato abbassato rispetto a quello comunitario.

Oltre ai passi indietro sulle rinnovabili, il Piano nazionale energia e clima testimonia inoltre come l’Italia continui a non fare la propria parte contro i cambiamenti climatici.

«Nel complesso – argomenta al proposito Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e già ministro dell’Ambiente – rispetto al 1990, con i due scenari stimati dal Governo si arriverebbe a una riduzione complessiva delle emissioni nazionali di gas serra del 37%.

Si tratta di un valore inferiore di quello medio fissato a livello europeo al 40%, che sappiamo non essere in traiettoria con l’obiettivo di contenimento dell’innalzamento della temperatura globale al di sotto dei 2°C, stabilito dall’Accordo di Parigi».

«Il governo del cosiddetto cambiamento non ha alzato l’ambizione sul clima – conferma la deputata Leu ed ex presidente nazionale di Legambiente, Rossella Muroni – ma ha presentato un Piano energia e clima in continuità con il passato, non sta spingendo sulle rinnovabili né sull’efficienza energetica e non ha iniziato neppure a spostare verso soluzioni innovative e sostenibili i 16 miliardi di sussidi alle fonti fossili (i sussidi ambientalmente negativi censiti dal ministero dell’Ambientendr). In sostanza si tratta di un piano fondato sulla continuazione delle misure esistenti – come il phase out del carbone dalla produzione elettrica al 2025 già previsto della Sen – e con obiettivi nazionali inferiori a quelli europei sia per la riduzione delle emissioni (37% il taglio italiano di emissioni, 40% quello europeo che l’Europarlamento ha chiesto di portare al 55%) che per le rinnovabili (che da noi soddisferanno il 30% dei consumi finali lordi, mentre il Europa arriveranno al 32%)».

Viste le numerose e importanti lacune del Piano nazionale energia e clima, è importante che la consultazione pubblica appena avviata possa concretizzarsi in un’effettiva occasione di confronto sui contenuti espressi dal Pniec e di miglioramento del documento.

A giovarne non sarebbe “solo” il clima, ma anche l’economia nazionale, bisognosa di investimenti – sostenibili – per uscire dalle secche della recessione.

 

 

(Articolo di Luca Aterini, pubblicato con questo titolo il 21 marzo 2019 sul sito online “greenreport.it”)

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