In piazza la rabbia dei delusi dai 5 stelle

 

«Sai come dovremmo chiamarlo Di Maio?

Er Bujia», dice un manifestante romano dando il benvenuto in piazza ad un’attivista No Tap che arriva dal Salento.

Un cartello che gira per il corteo «per il clima e contro le grandi opere inutili» esprime lo stesso concetto e ribattezza il vicepremier grillino «Gigi La Frottola».

Sono le voci di una manifestazione che si pone obiettivi globali, che ti proiettano oltre le schermaglie della politica italiana di tutti i giorni, ma che per forza di cose si confronta con la contingenza dei rapporti di forza.

Per dirla in poche parole: tra le migliaia per le strade di Roma nessuno fa niente per mascherare che si nutre un sospetto, che circola la sensazione e anche qualcosa di più di essere stati traditi dalla politica, di aver ricevuto una delusione anche da chi si presentava come il nuovo che avanza e ha riprodotto gli schemi del passato.

Il sole di inizio primavera illumina un serpentone che comincia a dipanarsi lungo l’Esquilino alla volta di San Giovanni.

L’approdo suona come uno strano deja vu.

Perché sei anni fa, la piazza storica dei ritrovi della sinistra era stata occupata dall’evento finale della campagna elettorale che avrebbe portato all’esplosione dei 5 Stelle.

All’epoca il M5S era riuscito nell’impresa di federare molte vertenze locali e parecchie battaglie ambientali.

Un popolo variegato e multicolore si era riconosciuto, per convinzione o per disperazione, in un simbolo elettorale, aveva scelto di utilizzare quel marchio per presentare il conto ai partiti tradizionali.

Il grillismo si presentava come il baluardo dei senza voce, lo strumento della vendetta contro tutti quelli che erano stati al governo nei venti anni precedenti e che giudicavano come «ineluttabili» cementificazioni, inceneritori, grandi opere, progetti calati dall’alto e considerati inutili e dannosi.

Oggi quella piazza si riempie di nuovo, ma non c’è un grande palco attorno al quale aspettare l’intervento conclusivo, non compare uno come Beppe Grillo al quale affidare le parole decisive.

Solo pochi giorni fa il comico genovese è arrivato a Lecce con il suo spettacolo.

Di fronte alle contestazioni dei No Tap ha fatto pubblica ammissione di impotenza: «So che siete un popolo che soffre, ma io non posso risolvere i vostri problemi», ha detto Grillo.

E dunque in piazza il microfono passa di mano in mano, si affida a diverse voci.

Si avvicendano le storie dei comitati e i racconti di tante comunità locali che nei mesi scorsi si sono ritrovate ancora una volta orfane, hanno scoperto di non avere una rappresentanza politica sulla quale poter contare.

Hanno capito di non potersi fidare neanche di quelli che parevano destinati a rompere le compatibilità e si sono rimessi in marcia, a patto che abbiano mai smesso.

I partiti della sinistra a sinistra del Pd si mettono in coda, come nella tradizione dei cortei di movimento.
«C’eravamo, ci siamo e ci saremo», recita lo striscione dei No Tav.

Sono parole che suonano come un monito.

La loro storia comincia prima di quella del Movimento 5 Stelle e, sono sicuri, durerà più a lungo di questo governo così come è sopravvissuta agli esecutivi precedenti.

«Non abbiamo governi amici, non ne abbiamo mai avuti», ripetono come un mantra.

Ma sanno che il crinale è davvero stretto perché mai come questa volta sono stati vicini a vincere, l’artificio giuridico del rinvio dei bandi potrebbe nascondere un tradimento da parte del M5S.

«Se dovesse succedere, sarebbero finiti.

Come è successo a quelli prima di loro», spiegano.

Lo spezzone di manifestanti che arriva da Taranto racconta di una città in cui la promessa di chiudere l’acciaieria si è infranta.

Il gruppo in consiglio comunale del M5S si è dissolto e i parlamentari eletti in una città che in alcuni quartieri gli ha consegnato quasi il 70% delle preferenze hanno difficoltà a farsi vedere.

«Hanno convocato un’assemblea con lo slogan lanciato da Roma che a Taranto suonava grottesco: ‘Se lo diciamo lo facciamo’ – racconta Luca – Ma la loro riunione è stata invasa da elettori infuriati.

Gli abbiamo portato il caffè e lo zucchero, come si fa dalle nostre parti quando muore qualcuno.

Volevamo dire che il M5S per quanto ci riguarda era finito lì».

 

(Articolo di Giuliano Santoro, pubblicato con questo titolo il 24 marzo 2019 su sito online del quotidiano “il manifesto”)

 

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