Africa, parchi sotto assedio. L’esplosione demografica alimenta la rapida riduzione della fauna selvatica

 

L’aumento dell’attività umana intorno a uno degli ecosistemi più famosi dell’Africa il Masai – Mara, sta spingendo la fauna selvatica a rifugiarsi sempre più al centro dell’area protetta, sconvolgendo habitat e rotte migratorie di gnu, zebre e gazzelle.

E’ la preoccupante conclusione dello studio “Cross-boundary human impacts compromise the Serengeti-Mara ecosystem” pubblicato su Science da un team di ricercatori di 11 istituzioni di tutto il mondo guidati dall’università olandese di Groningen, che ha esaminato 40 anni di dati e ha rivelato che  «nell’ultimo decennio, alcune aree di confine hanno visto un aumento del 400% della popolazione umana, mentre in aree chiave (la parte keniota) le  popolazioni specie selvatiche più grandi sono state ridotte di oltre il 75%».

Uno degli autori dello studio,  Joseph Ogutu dell’università di Hohenheim, fa il punto: «L’intensa pressione su una vasta area protetta, come il Serengeti – Mara, dovrebbe suonare un campanello d’allarme perché la maggior parte delle altre aree protette sono di dimensioni molto più ridotte e quindi sperimentano pressioni ancora più intense da parte di attività che mettono a rischio i loro confini. 

Nei Paesi in cui si trova ancora più fauna selvatica fuori dalle aree protette, come il Kenya, dove oltre il 65% della fauna selvatica si trova al di fuori delle aree protette, l’espansione della popolazione umana, il bestiame e le attività antropiche pongono minacce serie e senza precedenti alle popolazioni selvatiche».

La pensa come lui Colin Beale dell’università di York: «Le aree protette in tutta l’Africa orientale sono sotto pressione a causa di una vasta gamma di minacce. 

Il nostro lavoro di mostra che l’invasione da parte delle persone dovrebbe essere considerata una sfida altrettanto seria quanto i problemi più noti come il bracconaggio e i cambiamenti climatici».

L’ecosistema del Serengeti-Mara è uno dei più grandi e protetti della Terra: si estende su 40.000 Km2 e ospita il Serengeti National Park e la  Maasai Mara National Reserve. 

Ogni anno un milione di gnu, mezzo milione di gazzelle e 200.000 zebre compiono la loro pericolosa migrazione alla ricerca di acqua e pascoli dal parco del Serengeti in Tanzania fino alla riserva di Maasai Mara in Kenya e viceversa

Il principale autore dello studio Michiel Veldhuis, è molto preoccupato: «Questa scoperta cambia il nostro punto di vista su ciò che è necessario per proteggere la biodiversità.

C’è un urgente bisogno di ripensare a come gestiamo i confini delle aree protette per poter conservare la biodiversità. 

Il futuro dell’area protetta più iconica al mondo e della popolazione umana ad essa associata potrebbero dipendere da questo».

Simon Mduma, direttore dell’ Wildlife Research Institute del governo della Tanzania, evidenzia che «questi risultati arrivano al momento giusto, poiché il governo della Tanzania sta ora compiendo passi importanti per affrontare questi problemi al  confine delle aree protette a livello nazionale. 

Questo documento fornisce importanti prove scientifiche delle conseguenze di vasta portata delle crescenti pressioni umane intorno all’ecosistema Serengeti – Mara, informazioni che ora sono urgentemente necessarie ai policy makers e ai politici.

Dovremmo ripensare alla nostra strategia delle aree protette, assicurandoci che gli sforzi di conservazione non si fermino ai confini delle aree protette».

Secondo il team internazionale di scienziati, l’aumento dell’attività umana lungo i confini delle aree protette sta avendo un impatto negativo su piante, animali e suoli. 

Lo studio rivela che la crescita della popolazione e l’intrusione di bestiame domestico nelle zone cuscinetto dei parchi hanno “spremuto” l’area disponibile per la migrazione di gnu, zebre e gazzelle che sono costrette a nutrirsi sempre più spesso in territori con scarso cibo rispetto a quanto facessero in passato. 

Questo ha ridotto la frequenza degli incendi naturali, modificando la vegetazione e alterando le opportunità di pascolo per gli altri animali selvatici nelle aree centrali.

Lo studio  dimostra che questi impatti si ripercuotono a cascata lungo la catena alimentare, «favorendo le erbe meno appetibili e alterando le interazioni benefiche tra piante e microrganismi che consentono all’ecosistema di catturare e utilizzare i nutrienti essenziali. 

Gli effetti potrebbero potenzialmente rendere l’ecosistema meno resistente agli shock futuri come la siccità o ulteriori cambiamenti climatici.

Gli autori dello studio concludono: «Anche per aree ragionevolmente ben protette come il Serengeti e il Mara, possono essere necessarie strategie alternative che sostengano la convivenza e il sostentamento delle popolazioni locali e della fauna selvatica nei territori circostanti le aree protette. 

L’attuale strategia dei limiti sempre più rigidi può essere un grave rischio per le persone e la fauna selvatica».

Anche secondo Mark Ritchie, della Syracuse University: «Tenere le persone fuori da un’area per proteggere la biodiversità non è sufficiente: abbiamo bisogno di integrare le attività umane e la conservazione anche al di fuori delle riserve».

Kate Parr dell’università di Liverpool, fa notare che «i nostri risultati mostrano che non possiamo contare sulla vastità delle aree protette per conservare la biodiversità: gli impatti umani sono pervasivi e minacciano anche le nostre riserve più iconiche».

James Probert dell’università di Liverpool ha detto che «il Serengeti – Mara è uno dei più grandi complessi di aree protette transfrontaliere al mondo, eppure troviamo gli impatti negativi delle attività umane che hanno un impatto sul suo nucleo.

E’ chiaro che anche le grandi aree protette, con severe restrizioni sulle attività umane, possono essere influenzate indirettamente dalle popolazioni umane ai loro confini».

Patrick Wargute del Directorate of Resource Surveys e Remote Sensing di Nairobi, conclude con l’auspicio che «queste scoperte informeranno politiche e pezzi di legislazione per la conservazione e la gestione della fauna selvatica per lo sviluppo sostenibile».

 

(Articolo pubblicato con questo titolo il 1 aprile 2019 sul sito online “greenreport.it”)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Vas