Guterres ai giovani arabi: lottate contro cambiamento climatico, disuguaglianza e guerre

 

L’ultimo giorno della sua visita in Tunisia il segretario generale dell’Onu, António Guterres, lo ha dedicato soprattutto all’incontro con gli studenti della Faculté des sciences juridiques, politiques et sociales (Fsjp) dell’università di Tunisi, invitandoli a impegnarsi per risolvere le grandi sfide del momento.

«La crescita delle ineguaglianze. Il cambiamento climatico e la moltiplicazione dei conflitti sono tre delle principali sfide con le quali ci confrontiamo e figurano al centro dei lavori dell’Onu – ha detto Guterres ai giovani tunisini – Quando ero al governo negli anni ’90, eravamo convinti che non solo la globalizzazione e i progressi tecnologici avrebbero aumentato la ricchezza, ma che questa ricchezza sarebbe andata a beneficio di tutto il mondo.

Ci siamo sbagliati.

Anche se la globalizzazione e i progressi tecnologici hanno enormemente aumentato il commercio e la ricchezza e oggi viviamo in gran parte molto meglio di qualche decennio fa, un pugno di uomini detiene la stessa quantità di ricchezza della metà della popolazione mondiale, una situazione totalmente inaccettabile.

La globalizzazione ha lasciato molte persone indietro, tra le quali quelle che vivono nelle ex regioni industriali e i giovani, anche istruiti, soprattutto nel mondo arabo».

L’ex premier e presidente socialista del Portogallo ha evidenziato che «queste dinamiche hanno prodotto delle frustrazioni che si sono momentaneamente tradotte in movimenti positivi, come la primavera araba in Tunisia che ha prodotto una reale transizione verso la democrazia, ma si sono anche tradotti in radicalizzazione islamista, o in xenofobia e in suprematismo bianco, punteggiati da atti di terrorismo da entrambi i lati».

Secondo Guterres, la seconda sfida importante è il cambiamento climatico: «Stiamo perdendo la battaglia contro il cambiamento climatico – ha detto agli studenti – Il cambiamento climatico va più veloce della nostra capacità di risposta.

Benché tutti gli indicatori – ritiro dei ghiacciai, scioglimento dei ghiacci polari, innalzamento della temperatura degli oceani, sbiancamento dei coralli o desertificazione – rivelino una situazione ben peggiore delle previsioni di 20 anni fa, la volontà politica perde il suo slancio.

Ci sono ancora degli investimenti nei combustibili fossili che sono anche oggetto di sovvenzioni.

Non c’è ancora un prezzo del carbonio nell’80% del mondo e la volontà politica di combattere il cambiamento climatico è veramente insufficiente di fronte alla dimensione della sfida».

Il segretario generale dell’Onu ha fatto notare che «le conseguenze di questi cambiamenti accelerati, compresa la siccità che spinge milioni di persone a migrare e le ondate di caldo che uccidono ormai migliaia di persone.

I recenti rapporti indicano che il cambiamento climatico sta accelerando e che bisogna fare di tutto per assicurarsi che il riscaldamento del pianeta non superi gli 1,5º C e per raggiungere il livello “emissioni zero” entro il 2050».

Per questo ha chiesto agli studenti arabi di «impegnarsi nella lotta contro il cambiamento climatico.

C’è bisogno di fare un balzo in avanti e la gioventù ha un ruolo essenziale perché la vostra generazione subirà tutte le conseguenze dei cambiamenti climatici e la mia generazione non sta facendo tutto quel che occorre per contenere questo flagello al livello necessario».

Ma i regimi autoritari di tutto il Medio Oriente stanno rendendo la vita difficile ad ambientalisti e attivisti climatici e dall’Egitto all’Iran, dall’Iraq all’Arabia saudita e alla Turchia, si susseguono gli arresti di ricercatori e chiusure di associazioni ambientaliste colpevoli di ficcare il naso dove non dovrebbero e di criticare le insufficienti politiche ambientali e climatiche dei loro governi.

Come ha spiegato a The Atlantic Kaveh Madani, senior fellow della Yale University e visiting professor all’ Imperial College London, che è stato vice capo del dipartimento dell’ambiente dell’Iran fino a quando non è stato arrestato e poi è fuggito dal Paese nel 2018, «il sistema di intelligence ora sente che l’ambiente è uno spazio di cui devono avere paura, perché può unire molte voci di opposizione, molta rabbia.

Nel corso degli anni, hanno visto aumentare i problemi e hanno sentito che le cose stavano andando fuori controllo».

A EcoPeace Middle East, un’ONG israeliana-palestinese-giordana che ha contribuito a spingere i responsabili politici a fare concessioni e cooperare per l’ambiente, persuadendo con successo tutte le parti ad estrarre meno acqua d fiume Giordano impoverito, sono convinti che «la mancanza di opzioni alternative alla fine costringerà le autorità a cambiare marcia. 

Con vaste aree aride e scarse risorse idriche, il Medio Oriente rischia di essere colpito in modo eccezionale dai cambiamenti climatici. 

Il movimento ambientalista potrebbe essere solo la forza motivata e unificatrice di cui molti Stati regionali frammentati hanno così disperatamente bisogno». 

Madani  è d’accordo: «Può piacerti il governo o puoi odiare il governo. 

Puoi essere religioso o no, ma l’ambiente, unisce le persone. 

E’ diverso dagli altri tipi di attivismo politico».

Guterres ha concluso il suo incontro con i giovani dell’Fsjp parlando della terza sfida: la moltiplicazione dei conflitti, «la maggior parte dei quali sono dei conflitti nazionali che prendono rapidamente una dimensione regionale e perfino globale», ogni riferimento alla vicina Libia e alla Siria, o alle guerre settarie ed etniche in corso nel Sahel  non è casuale.

Secondo il capo dell’Onu, «i rapporti di forza sono diventati sfocati e le situazioni imprevedibili e più difficili da controllare.

E’ una situazione che colpisce particolarmente il mondo arabo.

La popolazione araba rappresenta il 5% della popolazione mondiale, ma il 40% delle persone sfollate, il 52% dei rifugiati e il 68% delle vittime del terrorismo sono arabi.

Bisogna investire nella prevenzione e nella mediazione che potrebbero permettere di evitare dei conflitti.

Lo sviluppo, il rispetto dei diritti umani e le istituzioni democratiche sono le migliori forme di prevenzione dei conflitti».

Guterres ha lodato il dinamismo della Tunisia che ha saputo costruire una società basata sulla tolleranza, i diritti umani e la democrazia e ha dato prova di un’accoglienza generosa di fronte all’afflusso dei rifugiati durante la crisi libica.

Poi ha concluso: «E’ la società civile che è largamente responsabile della prevenzione dei conflitti, a volte i governi hanno difficoltà a gestire i mali delle nostre società.

E’ nella società civile, e in particolare nei movimenti studenteschi, che ripongo una delle mie più grandi speranze: che saremo in grado di rispondere alle disuguaglianze, invertire il cambiamento climatico e migliorare la situazione di pace e della sicurezza».

 

(Articolo pubblicato con questo titolo il 2 aprile 2019 sul sito online “greenreport.it”)

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