La biodiversità verso estinzione

 

La Fao ha presentato a fine febbraio delle preoccupanti prove che la biodiversità nel mondo sta scomparendo, mettendo a rischio il futuro dei nostri alimenti, dei mezzi di sussistenza, della salute umana e dell’ambiente.

Tutto è scritto, nero su bianco, nel rapporto sullo Stato della biodiversità mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura, primo nel suo genere, che si basa sulle informazioni fornite da 91 paesi e sull’analisi degli ultimi dati globali.

Cosa denuncia in particolare la Fao?

La riduzione della diversità delle coltivazioni, il crescente numero di razze di animali a rischio d’estinzione e l’aumento della percentuale di stock ittici sovra-sfruttati.

NEL MONDO. Delle circa 6 mila specie di piante coltivate sul pianeta per fornire cibo, meno di 200, evidenzia il rapporto, contribuiscono in modo sostanziale alla produzione alimentare globale e solo nove rappresentano il 66% della produzione totale.

Per quanto riguarda invece il bestiame, la produzione mondiale si basa su circa 40 specie animali, con solo un piccolo gruppo che fornisce la stragrande maggioranza di carne, latte e uova.

Mentre delle quasi ottomila razze di bestiame locali segnalate il 26% è a rischio d’estinzione.

Anche altre specie che aiutano l’agricoltura a controllare i parassiti come uccelli, pipistrelli e insetti non se la passano bene; per non parlare poi degli impollinatori delle piante come le api che sono gravemente minacciate.

Secondo Graziano da Silva, Direttore generale della Fao, «meno biodiversità significa che piante e animali sono più vulnerabili ai parassiti e alle malattie.

Elemento, che insieme alla nostra dipendenza da un numero sempre minore di specie per nutrirci, sta mettendo la nostra già fragile sicurezza alimentare sull’orlo del collasso».

Il rapporto chiarisce anche che una volta perduta la biodiversità alimentare e agricola non è più possibile recuperarla ed è quindi tempo di mettere in atto tutti quei sistemi che ne favoriscano la tutela.

Una nota positiva nel rapporto c’è e riguarda l’aumentata consapevolezza che occorre fare qualcosa: l’80% degli stati interpellati per la realizzazione del rapporto dichiara di utilizzare una o più pratiche e approcci rispettosi della biodiversità come l’agricoltura biologica, la gestione integrata dei parassiti, l’agricoltura conservativa, una gestione sostenibile del suolo, l’agro-ecologia, una gestione forestale sostenibile, l’agro-forestazione, pratiche di diversificazione in acquacoltura, il ripristino dell’ecosistema.

Secondo la Fao però questo non è sufficiente e invita i governi e la comunità internazionale a fare sempre di più per rafforzare la legislazione, creare incentivi e misure di condivisione dei benefici, promuovere iniziative a favore della biodiversità e affrontare le cause principali della sua perdita: i cambiamenti nell’uso e nella gestione della terra e dell’acqua, l’inquinamento, lo sovrasfruttamento, i cambiamenti climatici, la crescita della popolazione e dell’urbanizzazione.

ITALIA. Anche nel nostro Paese la situazione non è certo rosea.

Nel secolo scorso – stando a quanto riportato dalla Coldiretti – si contavano 8.000 varietà di frutta mentre oggi si arriva a poco meno di 2.000 e di queste ben 1.500 si possono considerate a rischio di scomparsa, ma la perdita di biodiversità riguarda l’intero sistema agricolo: dagli ortaggi ai cereali, dagli ulivi ai vigneti e vale anche per moltissime razze di animali allevate. Il nostro Paese, sia a livello statale che regionale, si sta muovendo per tutelare il ricco patrimonio vegetale e animale presente nelle campagne.

Va ricordato che a fine 2015 è stata promulgata la legge 194 che prevede «disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità d’interesse agricolo e alimentare» con la conseguente nascita dell’anagrafe e di un piano nazionale sulla biodiversità di interesse agricolo e l’istituzione di un fondo di tutela per sostenere le azioni degli agricoltori e degli allevatori.

La sua attuazione però non è ancora a pieno regime mancando alcuni decreti attuativi.

IL RAPPORTO DELLA FAO evidenzia anche il ruolo sempre più importante che devono svolgere i consumatori su questo delicato argomento scegliendo prodotti coltivati in modo sostenibile, acquistando dai mercati contadini o boicottando i cibi considerati insostenibili.

Su questo punto c’è chi in Italia aiuta le aziende agricole a far conoscere ai cittadini l’impegno svolto nella tutela della biodiversità.

La Wba (World Biodiversity Association), una onlus che ha sede a Verona costituita da naturalisti, forestali e zoologi che operano in tutto il mondo, ha messo a punto una certificazione, Biodiversity Friend, che si esplicita in un marchio di sostenibilità da apporre ai prodotti agricoli ottenuti da un’azienda agricola che ha a cuore la tutela della biodiversità, attraverso buone pratiche agronomiche.

«Attualmente sono un centinaio le aziende agricole certificate», racconta Gianfranco Caoduro, presidente onorario, «distribuite principalmente nell’Italia centro-settentrionale e appartenenti a vari settori, soprattutto quello vitivinicolo, frutticolo e orticolo».

La certificazione avviene sulla valutazione, a cui viene attribuito un punteggio, di dieci azioni (il «Decalogo della sostenibilità») che prevedono: un modello colturale sostenibile, la tutela della fertilità dei suoli, la razionale gestione dell’acqua, la tutela di siepi, boschi e prati, la presenza di biodiversità agraria (vecchie varietà e razze animali in pericolo di estinzione) e naturale, l’uso di fonti energetiche rinnovabili, la buona gestione del territorio e del paesaggio, la sostenibilità economica e sociale, la buona qualità di aria, acqua e suolo.

«Per ottenere il marchio», precisa Caoduro, «l’azienda agricola deve raggiungere un punteggio minimo di ingresso pari a 60 punti su 100.

Per mantenere la certificazione l’azienda è tenuta poi a incrementare la biodiversità attraverso idonee azioni che sono indicate dai certificatori e verificate nei controlli successivi».

Per l’agricoltore la certificazione è un valore aggiunto dal punto di vista economico.

«È stata richiesta», ci tiene a sottolineare, «anche da gruppi di aziende che riforniscono la grande distribuzione del nord Europa, mentre in Italia sono soprattutto le singole aziende ad avvicinarsi allo standard Biodiversity Friend».

La prossima sfida per la Wba è di certificare un intero territorio, per attestarne il grado di sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

 

(Articolo di Giogio Vincenzi, pubblicato con questo titolo il 4 aprile 2019 su “il manifesto”)

 

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