«La nostra sfida è l’ecologia integrale»

 

Costituita a metà febbraio la «Casacomune» ha luogo in un monastero del ’500, la Certosa 1515 di Avigliana, nei pressi di Torino.

Le lezioni della scuola permanente di formazione e dialogo culturale si articoleranno in diversi appuntamenti nell’arco dell’anno e si occuperanno in più occasioni di terra e ambiente, della loro custodia e ancor più del loro recupero e riscatto, del vivente a tutto tondo, della dignità umana, del diritto a un cibo buono e libero.

Obiettivo dichiarato è quello di fare conoscere e unire reti di persone e imprese verso progetti concreti e utili.

Ne parliamo con don Luigi Ciotti, promotore nonché presidente della «Casa comune».

Come è nata l’idea di costituire una scuola dedicata all’ecologia integrale e che fa riferimento all’enciclica Laudato Si’?

L’ispirazione, non credo ci sia parola più appropriata, è venuta dalla lettura stessa dell’Enciclica, un testo impressionante per ricchezza, profondità, capacità di guardare oltre e di riconoscere l’altro, la vita e l’esperienza in quegli aspetti che troppo spesso sono trascurati e dimenticati, nonostante molto più di altri diano senso alle cose, al nostro stare al mondo.

Che cosa si intende per ecologia integrale?

È un concetto rivoluzionario che fa riferimento all’ecologia come al pensiero in sintonia e all’altezza di quella grande casa comune, eco sta per oikos, casa per l’appunto, che è la Terra.

Ma attenzione, l’altra parola, logìa, richiama quel logos che non va inteso solo come ragione.

Il verbo greco vuol dire anche raccogliere, radunare, mettere insieme.

L’ecologia è insomma la consapevolezza che tutto è collegato nell’universo, che non esiste forma di vita isolata e autosufficiente.

Ecologia integrale significa allora accedere alla consapevolezza che non solo siamo in relazione, ma che siamo relazione, essendo la relazione la forma fondamentale della vita, ciò che le permette di rinnovarsi, di rigenerarsi in un continuo rapporto con l’altro.

Dunque consapevolezza che il bene – e la speranza, e la giustizia, e tutte le cose che rendono la nostra vita degna di essere vissuta – o è di tutti o non è bene.

Ogni ingiustizia, prima che una violazione della legge e una lesione dell’etica, è una negazione dell’Essere e del suo fondamento relazionale.

A chi si rivolge la scuola?

A tutte le persone che percepiscono la gravità di questa crisi, una crisi che ha drammatici risvolti economici e politici, ma la cui causa prima è culturale, è il distacco e la recisione, nell’epoca dell’ «io», (il più pericoloso degli idoli, un semplice strumento spacciato come fine, come valore) dei legami dell’individuo con i suoi simili e con la Terra che abitiamo.

Dice benissimo Papa Francesco: la crisi sociale, le disuguaglianze e le povertà non vanno separate dalla devastazione del pianeta in quanto facce di una stessa medaglia.

Ed è motivo di grande gioia per me il pieno e attivo sostegno del Vaticano e in particolare del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale nell’avviamento e nell’articolazione del progetto.

E’ una scuola che ha scelto l’interdisciplinarietà.

L’ecologia integrale sottende tanto sapere e tanti saperi?

La relazione riguarda anche i saperi, appunto.

Un danno non trascurabile lo stanno provocando proprio gli specialismi.

Beninteso, è importante approfondire un dato aspetto di una materia e di un sapere, ma guai se questo ci porta a scambiare la parte per il tutto e credere che quello che vale in un determinato contesto e solo in determinate situazioni, funzioni da regola universale.

È quello che a mio avviso è accaduto con l’economia.

Un sapere utile, indispensabile, ma profondamente dannoso quando si erge a unico criterio di valutazione della realtà, unica misura del valore delle cose.

Il culto nefasto del profitto ha queste basi.

Per questo è importante che anche i saperi si confrontino e si arricchiscano l’un l’altro, cercando appunto di costruire un logos, un discorso comune.

Logos e non nomos, legge, soprattutto se nomos diventa, come nel caso dell’economia, legge del più forte.

È una scuola che lascia spazio anche all’azione, alla ricerca di modelli o esperienze. Una scuola che avvicina il sapere al fare.

Avvicina il sapere alla vita, alle speranze e ai bisogni delle persone, alla loro inesausta, spesso tormentata ma tenace ricerca di senso.

«Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta» disse Socrate, uno dei padri della nostra civiltà, di questa Europa che quella civiltà ha dimenticato se guardiamo ai muri, ai respingimenti, ai razzismi risorgenti.

Il sapere deve essere veicolo di ricerca, deve frequentare le domande assai più che le risposte, coltivare il dubbio e lo stupore.

Se smette di farlo diventa ideologia e spesso dogma: parola che invece di unire divide, che invece di capire giudica e condanna.

È una scuola che è un progetto in itinere. In che modo pensate di diffonderla?

E’ una scuola che diventerà nomade?

Sarà la strada a indicarci le strade…                                                                                         

Bisogna diffidare delle pianificazioni troppo rigide e dettagliate perché escludono l’imprevedibile, il diverso, quel tanto d’imponderabile che rappresenta il sale della vita.

Quanto al nomadismo, è nel dna di un sapere che appunto non vuole chiudersi nei suoi recinti, nelle sue comode certezze.

Mi torna spesso alla mente un bellissimo passo dell’esortazione pastorale di Papa Francesco, la Evangelii Gaudium: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze».

Lei ha fondato il Gruppo Abele che ha un Centro Studi sin dalla fine degli anni Sessanta.

Un centro studi sulle problematiche sociali la cui attività è rivolta anche all’esterno, a un pubblico molto vasto.

Non solo un Centro Studi, in realtà.

Anche una casa editrice, una biblioteca specializzata, una rivista, animazione sociale, e, nel 1974, la prima scuola in Italia di formazione per operatori sociali e educatori: l’Università della strada, dove a insegnare non erano solo gli esperti e gli studiosi, ma anche le persone che la strada l’avevano vissuta anche nei risvolti più drammatici, appunto per non cessare mai di tessere legami tra il sapere e la vita, tra la logica della teoria e la complessità, spesso le contraddizioni, dell’esperienza.

Nella più generale aspirazione di creare un costante travaso tra accoglienza e cultura, perché l’accoglienza non può limitarsi ad accogliere, deve anche denunciare le cause politiche ed economiche dell’ingiustizia, della povertà, dell’emarginazione.

Inutile dire che la scuola è animata dallo stesso ideale, qualcuno dirà dalla stessa utopia: trasformare l’esercizio della solidarietà in un più concreto impegno per i diritti, per la dignità e la libertà di tutte le persone.

In una sua intervista affermava: «Vogliamo andare incontro al futuro e non aspettarlo».

Che cosa intende?

Voglio dire che il futuro si costruisce oggi, anzi adesso.

Il futuro è il presente animato da un progetto, da una tensione ideale, da un desiderio di bene, di verità e giustizia che inevitabilmente spinge chi ha deciso di vivere con gli occhi aperti, di lasciare il sonno solo al riposo notturno.

Il futuro è già presente nelle coscienze inquiete e nei cuori coraggiosi, e se poi il risultato non corrisponde appieno a ciò che abbiamo sperato poco male, lungi dall’abbatterci il limite e l’imperfezione diventano stimoli per riprendere con più forza il nostro cammino.

Ciò che conta è restare fedeli ai propri sogni, ai propri ideali, e non dimenticare mai che la vita ci invita a guardare sempre un po’ al di là del proprio naso: l’io è in funzione della vita e non, come purtroppo credono ancora tanti, troppi, la vita in funzione dell’io!

 

(Intervista di Lucio Cavazzoni e Rita Brugnara, pubbicato con questo titolo il 4 aprile 2019 su “il manifesto”)

 

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