Venezia è in ginocchio a causa della crisi climatica in corso

 

Anche per una città che ha il mare nel sangue come Venezia «una marea a 187 cm è una ferita che lascia segni indelebili».

Il sindaco della Serenissima, Luigi Brugnaro, sta facendo i conti con una città invasa dall’acqua: al momento si contano due persone morte a Pellestrina, mentre cittadini e imprese sono stati invitati a documentare i danni subiti e l’Amministrazione comunale chiederà che venga riconosciuto lo stato di emergenza da parte del Governo.

«Venezia è in ginocchio – ripete Brugnaro (nella foto, ndr) – la Basilica di San Marco ha subito gravi danni come l’intera città e le isole», e si parla di danni nell’ordine di centinaia di milioni di euro.

Un dramma che ha riguardato nelle stesse ore un altro sito Unesco come Matera, devastato dalla pioggia incessante.

Si tratta di un copione che si ripeterà sempre più spesso, senza azioni di contrasto e mitigazione dei cambiamenti climatici davvero efficaci. 

Come sottolineano dalla Procuratoria di San Marco dal IX secolo, cioè in 1200 anni, è capitato solo sei volte che la marea invadesse la Basilica.

E non è un caso che questo sia avvenuto tre volte negli ultimi 19 anni, di cui una nell’ottobre del 2018 e una ieri; ogni volta la Basilica invecchia di vent’anni in un solo giorno, anche se «forse questa è una considerazione ottimista» come precisano dalla Procuratoria.

Oggi, all’indomani della tragedia, il senso dell’allarme lanciato congiuntamente già tre anni fa dall’Unesco e dall’Unep non è difficile da cogliere: Venezia è  in  «immediato pericolo»  e rischia di essere sommersa dalle acque tanto quanto Palau e le Galapagos.

Ormai non occorre andare all’altro capo del mondo per tastare il polso ai cambiamenti climatici, che in Italia marciano anzi a velocità doppia: se nel 2018 l’aumento della temperatura media globale rispetto al periodo 1961-1990 è stato di 0,98°C, in Italia si è arrivati a +1,71°C.

All’inizio di quest’anno l’Enea ha messo perfettamente in chiaro cosa significa quest’allarmante tabella di marcia: «Entro la fine del secolo l’innalzamento del mare lungo le coste italiane è stimato tra 0,94 e 1,035 metri».

In altre parole senza mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici 40 zone costiere sono a rischio inondazione, con attività turistico-balneari, ferrovie, strade e autostrade, riserve naturali e città ad alta densità abitativa che potranno finire sott’acqua nel giro di 80 anni.

Venezia per difendersi ha messo in campo la contestata opera del Mose, una complessa rete di 78 barriere alle bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia, progettate per separare dall’Adriatico la laguna di Venezia: dopo 16 anni dall’inizio dei lavori e un’escalation dei costi – passati da una stima di 1,6 miliardi di euro a 5,5 – il Mose dovrebbe entrare in funzione nel 2022 (anziché nel 2011 come previsto) dopo gli scossoni giudiziari che negli anni scorsi hanno scoperto il giro di tangenti attorno alla mastodontica opera.

Il più pesante interrogativo rimasto oggi in sospeso riguarda però l’effettiva utilità del Mose.

Il consorzio di imprese incaricato della sua realizzazione afferma che «il Mose può proteggere Venezia e la laguna da maree alte fino a 3 metri e da un innalzamento del livello del mare fino a 60 centimetri nei prossimi 100 anni», mentre studi qualificati – come quello pubblicato su Nature alla fine del 2018 – affermano che «man mano che i livelli del mare continuano a salire, il Mose diventerà meno efficace nel prevenire le inondazioni in città senza compromettere il delicato ecosistema della laguna».

Non resta che passare dalle ipotesi ai fatti, con l’entrata in funzione dell’opera, per poterne valutare l’utilità sul campo; certo nel mentre non confortano le parole del presidente del Veneto Luca Zaia, riportate dal suo omologo toscano Enrico Rossi, secondo cui in ogni caso con la marea di ieri il Mose non avrebbe tutelato piazza San Marco.

La crisi climatica ormai non riguarda però solo Venezia, ma l’intero Paese.

«Quando si capirà che l’unica grande sfida che tutti insieme dobbiamo affrontare – dichiara al proposito il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – è quella contro i cambiamenti climatici? È tempo di agire subito, con scelte di politica economica coraggiosa che questo governo sta già mettendo in campo».

Un ottimismo che purtroppo non appare supportato dai fatti, come mostra da ultimo il dossier Brown to green report 2019 elaborato da Climate transparency, che evidenzia un livello d’ambizione ampiamente insufficiente dell’Italia contro i cambiamenti climatici.

«L’ondata di eventi climatici estremi che in queste ore sta interessando da nord a sud vaste zone dell’Italia non è maltempo, ma la conseguenza della crisi climatica in corso», commenta il responsabile Energia e clima di Greenpeace Italia Luca Iacoboni, che sottolinea l’inadeguatezza del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) che il Governo sta portando avanti e che dovrà essere approvato entro l’anno: «Se politici e grandi aziende continueranno solo a rilasciare dichiarazioni, senza mettere in campo azioni concrete, saranno ritenuti responsabili dell’intensificarsi, in frequenza e violenza, degli eventi come quelli che stiamo registrando in queste ore.

L’emergenza climatica che stiamo affrontando ha bisogno di vero coraggio, non di parole ipocrite e provvedimenti di facciata».

«Il Comune di Venezia – aggiungono dal Wwf Italia – deve urgentemente approntare una propria strategia e un proprio piano di adattamento al cambiamento climatico, coinvolgendo anche Regione e Governo.

Non si può continuare a parlare degli impatti del riscaldamento globale previsti, incluso l’innalzamento del mare, solo nei convegni e nelle riunioni scientifiche, omettendo di adottare le doverose strategie e gli interventi più efficaci, tra cui i più efficaci riguardano proprio il ripristino dei sistemi naturali.

Ricordiamo che l’Italia non ha ancora rivisto e approvato il Piano nazionale di adattamento, ma questo non può rappresentare un alibi per le altre istituzioni coinvolte che devono comunque lavorare sulla propria parte.

Resta la certezza che se non limiteremo il riscaldamento globale a +1,5°C, e comunque ben al di sotto dei +2°C, non ci sarà adattamento che tenga, e il rischio per alcune delle perle costiere italiane diventerà altissimo».

 

(Articolo di Luca Aterini, pubblicato con  questo titolo il 13 novembre 2019 sul sito online “greenreport.it”)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Vas