La coalizione fossile che ha sabotato l’accordo di Parigi

Giuseppe Onufrio

La Conferenza delle Parti cilena, ospitata a Madrid, doveva discutere per lo più argomenti tecnici legati al «mercato delle emissioni di Carbonio» previsto all’art. 6 degli Accordi e, dunque, condividere regole per consentire una «cooperazione climatica» trasparente.

La discussione sull’aumento degli obiettivi di riduzione delle emissioni, infatti, era ed è prevista – secondo il meccanismo di revisione quinquennale deciso nel 2015 a Parigi – l’anno prossimo.

Il «fallimento» della Cop25 sta nel non essere riusciti a chiudere gli aspetti tecnici che, come in ogni negoziato di questa complessità, sono decisivi: il diavolo sta sempre nei dettagli.

Regole non chiare per le transazioni nel commercio delle emissioni, infatti, avrebbero significato elevati rischi di doppi conteggi o di misure non sufficientemente contabilizzate, un «riciclaggio» di crediti già emessi sotto il Protocollo di Kyoto che avrebbero – queste le stime – annacquato del 25% ogni ambizione decisa sul piano formale e, dunque, reso carta straccia gli Accordi di Parigi.

La «coalizione fossile» ha cercato, attraverso la discussione sugli aspetti tecnici, di sabotare e di fatto affondare gli Accordi di Parigi.

A guidare un vero e proprio sabotaggio del negoziato, sull’articolo 6, è stato il Brasile Paese guidato da quel Bolsonaro promuovendo la distruzione dell’Amazzonia e dei popoli che ci vivono.

Cosa rimane dunque dopo il fallimento della Cop a Madrid?

Sul tema «tecnico» – l’articolo 6 – un gruppo di Paesi, di cui fanno parte i Paesi europei, i paesi più vulnerabili come le piccole isole, ha stabilito i principi inderogabili per regolare il mercato delle emissioni di Co2, che verranno ripresi il prossimo giugno a Bonn.

L’Accordo di Parigi ne esce assai malconcio certo, ma è ancora in piedi.

E il 2020 diventa dunque l’anno cruciale per vincere le resistenze del fronte fossile: la partita finale si gioca tra Bonn in giugno, la «pre-Cop dei giovani» in Italia e quella a Glasgow di fine anno.

In assenza di iniziative dei grandi emettitori, sarà difficile vedere progressi sul piano politico.

La «coalizione fossile» vede oltre al Brasile, l’Australia, Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita, India e Cina.

Va ricordato che l’Accordo di Parigi fu preceduto da diverse iniziative tra le quali un accordo di cooperazione tecnologica tra Stati Uniti e Cina, promosso dall’amministrazione Obama.

Oggi, come sappiamo, il contesto internazionale è profondamente cambiato: la “guerra dei dazi” promossa da Trump sta di fatto ridisegnando – o cercando di ridisegnare – gli equilibri e, in un certo senso, a ridefinire la globalizzazione o ciò che ne rimane.

Mentre per affrontare la questione globale più grave – il riscaldamento del pianeta – serve un alto grado di cooperazione internazionale.

A breve l’unica possibilità, in attesa di sapere come andranno le prossime elezioni americane, sembra quella di stabilire un asse di cooperazione tra l’Ue e la Cina: il prossimo settembre è previsto a Lipsia in Germania un vertice in vista della Cop26 di Glasgow.

Si tratterà di capire se la spinta alla trasformazione industriale delineata – in modo, però, claudicante – dal Green New Deal europeo e la revisione degli obiettivi di riduzione delle emissioni, da definire prima dell’estate, potranno essere la base anche di accordi tecnologici con la Cina.

Che però, assieme a Brasile, India e Sudafrica, chiede che i Paesi sviluppati mantengano la promessa di finanziare i Paesi più poveri.

E, in effetti, sarebbe ora di mantenere quella promessa.

 

(Comunicato di Giuseppe Onufrio, Direttore di Greenpeace Italia, pubblicato con  questo titolo il 17 dicembre 2019 sul sito online del quotidiano “il manifesto”)

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