La rappresentanza non si pratica a distanza

 

Martedì 31 la giunta per il regolamento della camera discute sulle modalità di organizzazione del lavoro.

Segue all’appello che ha ricevuto la firma di novanta parlamentari, letto da molti come una richiesta di aprire sul voto a distanza.

In una videoconferenza organizzata sul tema dall’on. Brescia, presidente della Commissione affari costituzionali e grande fan del voto telematico, sono emerse opinioni contrastanti.

Può sembrare un tema marginale, soprattutto oggi se raffrontato con le terribili statistiche di contagio e di morte.

Ma il coronavirus condurrà a ripensamenti, e cambiamenti.

Non sfuggirà il ruolo del parlamento, da tempo e in vario modo sotto attacco.

Oggi, è visibilmente emarginato nel momento in cui l’esecutivo limita libertà e diritti dei cittadini in una misura e secondo modalità senza precedenti.

Qui vediamo le premesse di futuri possibili.

È probabile che il voto a distanza sia in concreto praticabile con le moderne tecnologie, anche se è dubbia la piena conformità alla Costituzione e ai regolamenti.

Ma la vera domanda è se il parlamentare possa essere equiparato a chi pratica lo smart-working, o debba invece essere assimilato a chi rimane al suo posto di lavoro perché impegnato in attività essenziali che così richiedono.

Qui la risposta si trova considerando che il Parlamento non è un votificio.

Se lo fosse, il voto a distanza sarebbe lo smart-working parlamentare, e non troverebbe obiezioni.

Ma un parlamento degno del nome non si limita ad alzare le mani o pigiare un tasto per votare.

Il voto è solo il punto terminale e visibile di un political process complesso che lo precede.

Quando la base elettorale pone un problema, il parlamentare parla nel gruppo, cerca appoggi in colleghi portatori di istanze affini, fa pressione sugli apparati che elaborano i provvedimenti, chiede il sostegno del gruppo dirigente del partito di appartenenza, organizza la pressione dal basso con appelli e petizioni, cerca accesso alla stampa nazionale e locale, prende qualsiasi altra iniziativa utile al fine.

Questo è la carne e il sangue di una funzione di rappresentanza politica, che di sicuro non si pratica a distanza.

O si pensa che basti un cellulare, un tweet, un post su Facebook?

Qualche eco si trova nell’appello che ha raccolto le firme dei novanta, in specie laddove si richiama la necessità di assicurare che le istanze del territorio pesino sulle scelte di governo.

È giusto.

La crisi ha evidenziato le profonde diseguaglianze e fratture che attraversano l’Italia.

Lo shock della crisi è simmetrico, ma richiede risposte asimmetriche, in ragione delle condizioni assai diverse in cui versa il paese nella sanità e nel sistema economico-produttivo.

Un esempio per tutti: gli “invisibili”, e i connessi timori per l’ordine pubblico e la legalità.

Garantire l’aderenza delle scelte e della distribuzione territoriale delle risorse alle diverse esigenze sarà un problema cruciale nei giorni difficilissimi che abbiamo di fronte.

In questo, la funzione di rappresentanza dei parlamentari è indispensabile, e non fungibile con altri canali di comunicazione.

Si potrebbe mai esercitarla dal salotto di casa?

Certo no.

È questo il parlamento che vogliamo, e che vorremo.

Allora la richiesta di fondo oggi dovrebbe essere che le camere si organizzino in modo da assicurare la continuità del lavoro nella sede parlamentare, in condizioni di sicurezza.

Ad esempio, trovando spazi adeguati alle commissioni, in modo che possano riunirsi rispettando le distanze.

Ad esempio, chiamando il governo in aula quotidianamente – e non ogni quindici giorni, un’eternità – a informare su quel che accade a Palazzo Chigi.

Ad esempio, favorendo e sostenendo la presenza continuativa a Roma dei parlamentari.

Mantenere i palazzi aperti ha senso se i parlamentari li popolano facendo il proprio mestiere fino in fondo, e difendendo il senso vero del dettato costituzionale che mette nelle loro mani la rappresentanza della Nazione.

Non dimentichino mai che come rappresentanti vedono in prima fila milioni di lavoratori cui si chiede di rimanere al proprio posto, spesso in condizioni precarie e pericolose, non di rado pagando un alto prezzo, perché indispensabili al paese.

Dimostrino gli eletti di essere degni del seggio che occupano.

Se non ora, quando?

(Articolo del costituzionalista Massimo Villone, pubblicato con questo titolo il 31 marzo 2020 sul sito online del quotidiano “il manifesto”)

 

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