La vita contro il profitto: la vera “guerra” ai tempi del coronavirus

 

«Mai come ora la nostra comunità deve stringersi forte come una catena a protezione del bene più importante, la vita.

Se dovesse cedere un solo anello di questa catena saremmo esposti a pericoli più grandi, per tutti».

Con queste parole, la sera del 20 marzo, il premier Conte annunciava la chiusura delle attività produttive non essenziali e una restrizione ulteriore della libertà di movimento dei cittadini rispetto alle misure del precedente decreto “Cura Italia”.

Eppure sin dall’inizio della crisi, accanto ai cittadini costretti a restare confinati in casa, moltissimi sono stati altrettanto costretti ad andare a lavorare, esponendosi al rischio di contrarre il virus e al pericolo di diffonderlo.

Come è noto, la questione ha creato tensioni tra governo e sindacati per settimane, soprattutto a fronte della spiccata correlazione tra diffusione del virus e distribuzione del settore manifatturiero sul territorio nazionale.

Per molti la chiusura delle attività non essenziali andava disposta almeno due, se non tre settimane prima.

Peraltro, anche dopo l’entrata in vigore del nuovo decreto, la controversia è proseguita per alcuni giorni, dato che molte delle attività produttive ‘non-essenziali’ – complessivamente il doppio di quelle pattuite da governo e parti sociali – erano rimaste aperte. 

Confindustria pontificava perentoria che «la stretta deve essere conciliata con le esigenze produttive», anche se poi lo sciopero generale convocato dai sindacati – una mobilitazione che ha avuto adesioni tra il 60 e il 90% – ha forzato il governo ad attenersi agli accordi originali.

Questa schizofrenia non è purtroppo una peculiarità italiana.

Dagli Stati Uniti all’Europa i governi stanno assumendo misure contraddittorie, annunciano disposizioni per poi rimangiarsele e generano gran confusione nelle opinioni pubbliche, spesso parandosi dietro l’incertezza del momento.

Ma piuttosto che l’incertezza, questa tensione ci rivela uno scontro tra due logiche opposte: da una parte l’imperativo di proteggere la vita; dall’altra, l’imperativo di proteggere il profitto.

La prima è la logica dello stato, la seconda è quella del capitale

Per lo stato la vita è al centro della costruzione del patto sociale.

Sulla capacità di proteggere la vita umana senza fare distinzioni di valore (ad esempio tra cittadini utili e inutili, produttivi e non produttivi) si fonda la legittimità stessa dello stato. 

In maniera antitetica, il capitale s’interessa alla vita umana fintanto che questa sia funzionale a massimizzare il profitto: le persone hanno, insomma, un valore solo nella misura in cui producono e consumano.

È esattamente la logica che ha segnato prima la negazione e la messa in ridicolo della crisi (coloro che dicevano ‘è solo un’influenza!), slittata progressivamente verso l’idea che la stretta non può comunque frenare la produzione, l’unico polmone che conta davvero.

Si tratta evidentemente di due logiche inconciliabili che la pandemia del coronavirus – una crisi senza precedenti nell’era del capitalismo globalizzato – ci dà l’opportunità storica di tracciare in modo forse inedito: da una parte, riusciamo ad avere un senso ancora più tangibile della profonda e ‘invisibile’ penetrazione del potere del capitale nello stato; dall’altra, siamo di fronte ad una fondamentale divergenza tra stato e capitale – una divergenza che può essere mistificabile in tempi di relativa normalità ma diventa impossibile da camuffare nel bel mezzo di una pandemia.

Sin dalla fine della guerra fredda, nonostante la retorica anti-statista del capitalismo neoliberista, il capitale privato ha di fatto progressivamente catturato le funzioni principali della sovranità, senza tuttavia mostrare il suo volto.

Lo stare dietro le quinte non è casuale, ma risponde al proposito di manovrare la sovranità, senza assumersene le responsabilità morali.

SI potrebbe addirittura dire che l’invisibilità del capitale è la chiave della massimizzazione del profitto: ciò che ha permesso al potere capitalista di forzare l’imposizione di politiche inique, scaricando sui governi il fardello del malcontento dei cittadini e la gestione delle conseguenze sociali dell’ineguaglianza.

L’emergenza del coronavirus sta però portando questa tensione allo scoperto.

Il disprezzo che il capitale mostra per la vita umana mette in questione la legittimità stessa dello stato costringendo quest’ultimo a reagire contro il capitale. 

Il conflitto diretto tra le due logiche è inevitabile e, proprio per questo, offre una possibilità storica alle forze anticapitaliste di mobilitare lo stato di emergenza contro il capitale, se non addirittura difendere lo stato dal capitale, reclamando il ritorno dell’interventismo dello stato in nome del bene comune.

L’emergenza è senza dubbio un momento assai delicato, soprattutto per le democrazie.

È facile che nell’eccezione conquistino terreno le tentazioni autoritarie, come sottolineato ancora una volta di recente da Giorgio Agamben.

Curiosamente però il pessimismo di Agamben si concentra sulla sottomissione dei cittadini ad uno stato autoritario (seppur temporaneamente) in nome della mera sopravvivenza. 

È sorprendente come Agamben, che pure ci ha insegnato a riconoscere l’uso sinistro dei poteri emergenziali dello stato, resti concentrato sulla disciplina dei nostri corpi segregati in casa e sulla restrizione delle libertà di movimento, senza notare la perniciosa necropolitica delle aziende insita nel negare, sminuire o ignorare l’emergenza, pur di non fermare la produzione e l’accumulazione del profitto.

Così come è difficile non osservare che i vecchi profeti della flat tax, delle privatizzazioni e dei tagli alla sanità e al welfare, coloro che hanno mobilitato per almeno tre decenni una serie di artefatte ‘emergenze’ economiche per svilire e precarizzare il lavoro a vantaggio dell’accumulo del profitto, siano gli stessi che oggi sostengono che le misure di protezione dal coronavirus – dalle mascherine al potenziale futuro vaccino – non debbano essere accessibili a tutti, ma soggetti alla legge dell’incontro tra domanda e offerta.

Tutto mentre gli stati mobilitano risorse eccezionali per scampare al collasso del sistema economico.

Sono gli stessi che oggi, dal calduccio di svariati metri quadri e in modalità smart working, fanno l’apoteosi di una logica omicida che, pur servendosi dello stato, ostenta disprezzo per l’idea stessa di bene pubblico.

Valga da sintesi il tweet di Vittorio Feltri: «meglio morire di virus che vivere di sussidi».

La situazione è insomma assai più complessa di come la descrive Agamben: lo stato di emergenza convive paradossalmente con la negazione l’emergenza.

Nel cuore dello stato capitalista è in altri termini in atto uno scontro tra sovranità e capitale.

Lo stato, infatti, non può sposare definitivamente la linea del potere capitalista senza accettare una compromissione definitiva della sua stessa giustificazione.

È una questione che va oltre il regime politico che governa lo stato e l’egemonia culturale del capitalismo, ma riguarda la raison d’être dell’istituzione dello stato, ben più simile in questo aspetto alla religione.

Il potere dello stato si fonda infatti sulla sua capacità di irreggimentare la vita. 

Per quanto brutale e autoritaria sia questa procedura, essa ha bisogno di essere riconosciuta dai cittadini.

Persino per Hobbes, gli uomini cedono “volontariamente” la loro libertà allo stato.

Il patto sociale siede cioè sul comune interesse per la vita che, seppur per motivi assai diversi, lo stato condivide con i cittadini.

In un famoso passo della Politica (1278b, 23-31), Aristotele ci ricorda che gli uomini formano associazioni politiche «in quanto così ciascuno vive meglio».

Ma lo fanno «anche soltanto per salvaguardare la vita».

Il capitale va in una direzione del tutto opposta, gerarchizzando il valore delle vite umane e svilendo l’essenza stessa del patto sociale.

È una logica perversa che mai come oggi deve essere denunciata e smascherata.

Volendo cedere per un momento alla abusata metafora della ‘guerra’, mentre le fabbriche si trasformano in ‘campi minati’, accanto agli ospedali e i supermercati, l’inevitabile prima linea del fronte, l’emergenza del coronavirus rivela che l’unica vera guerra è quella di classe.

Le forze anticapitaliste nella società hanno, forse paradossalmente, l’opportunità di ripartire durante questa pandemia, proprio dalla riaffermazione dell’uguaglianza del valore delle vite umane, per reclamare una vita dignitosa che il capitalismo tende a disintegrare strutturalmente, non eccezionalmente.

L’affermazione del principio per cui non esiste vita che possa essere sacrificata sull’altare del libero mercato e del profitto è una battaglia da condurre oggi nell’opinione pubblica, riaffermando lo sciopero come strumento di lotta politica, sincretizzando la logica dell’eguaglianza della vita a quella dignità (delle protezioni sociali, dei salari, etc). 

Seppur restando a casa, dallo spazio ristretto delle nostre case, lo stato di emergenza potrebbe essere anche l’occasione essenziale per recuperare spazio politico all’interno dello stato a detrimento del capitale, smascherando e guardando finalmente la faccia della mano invisibile.

(Articolo di Marina Calculli, pubblicato con questo titolo il 29 marzo 2020 sul sito online del quotidiano “il manifesto”)

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