Come scegliere gli allevamenti più sostenibili

 

Ormai da tempo è chiaro che allevamenti e agricoltura intensiva, deforestazione, smog e sfruttamento incontrollato delle risorse minacciano non solo la nostra salute, ma anche quella dell’intero pianeta.

In particolare, oggi più che mai, risulta chiaro che il fenomeno della diffusione delle malattie infettive dipenda dalle azioni, spesso scriteriate, degli esseri umani ai danni dell’ambiente.

NON ULTIMO, IL CORONAVIRUS (Covid-19): sembra esistere infatti uno stretto legame tra il nostro modello di sviluppo e l’insorgenza dell’attuale emergenza sanitaria.

E sicuramente non è una questione a breve termine, ma piuttosto è ben connessa alla grande sfida che l’umanità è chiamata ad affrontare: la salvaguardia del pianeta e la lotta al cambiamento climatico.

Uno studio pubblicato sulla rivista PNAS (PNAS February 25, 2020 117 (8) 3888-3892; Febbraio 14, 2020 https://doi.org/10.1073/pnas.2001655117), ed elaborato sotto il coordinamento del dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin dell’Università La Sapienza di Roma, ha indagato le similitudini e le ricorrenze dell’attuale epidemia con una serie di episodi recenti che hanno infiammato ampie zone del pianeta.

Tutte hanno una cosa in comune: «Circa il 70% delle malattie infettive emergenti, e quasi tutte le pandemie recenti, hanno origine negli animali e la loro emergenza deriva da complesse interazioni tra animali selvatici e/o domestici e umani».

Un esempio?

Il caso del virus Nipah, che colpì la Malesia nel 1998 e probabilmente legato all’intensificarsi degli allevamenti intensivi di maiali al limite della foresta, dove si disboscava per ottenere terreni a spese dei territori di pertinenza dei pipistrelli della frutta, portatori del virus.

C’è però una soluzione: siccome i focolai di queste epidemie sono stati associati ad attività e comportamenti di origine antropica – «alle alte densità di popolazione umana, ai livelli insostenibili di caccia e di traffico di animali selvatici, alla perdita di habitat naturali (soprattutto foreste) che aumenta il rischio di contatto tra uomo e animali selvatici e all’intensificazione degli allevamenti di bestiame (specie in aree ricche di biodiversità)» – è possibile in qualche misura ridurne il rischio.

CAMBIARE IL NOSTRO MODELLO DI SVILUPPO, e quindi il nostro sistema di produzione e consumo, ancora una volta, è fondamentale.

In particolare, in fatto di carne, gli attuali trend sono insostenibili e le stime sul futuro sono allarmanti.

Se, come sostiene la Fao, il consumo globale di carne raddoppierà entro il 2050, ovvero da oltre 250 milioni a 500 milioni di tonnellate di carne consumate ogni anno, il sistema non potrà reggere.

Per farci un’idea di quello che sta succedendo: nei sistemi di allevamento intensivi, produrre un chilo di manzo equivale a produrre gas serra pari a 36,4 chili di CO2: è addirittura l’equivalente delle emissioni medie di un’automobile che percorre 250 chilometri.

Troppi, ovviamente.

GLI ALLEVATORI – CON LA PARTECIPAZIONE degli stessi consumatori – dovrebbero dunque riflettere e ripensare i loro stili di vita e lavoro, ricercando una relazione naturale con la terra e con gli animali, per offrire carne di qualità da consumare in quantità minori, ma con maggiore piacere e salute.

In particolare, con la campagna Meat the Change (https://meatthechange.slowfood.com/), realizzata mediante il contributo del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Slow Food cerca di aiutare gli allevatori ad avere linee guida di produzione più sostenibili e i consumatori a fare scelte consapevoli proprio sulla carne, per imparare a ridurre l’impatto dei propri consumi e a privilegiare la qualità rispetto alla quantità.

SE PENSIAMO ALL’ALLEVAMENTO, DOVREMMO privilegiare infatti un’attività in equilibrio e non in concorrenza con le risorse ambientali.

Solo poesia?

Tutt’altro.

Lo dimostra anche lo studio che ha realizzato Slow Food con Indaco2, spin-off dell’Università di Siena: prendendo in esame alcuni Presìdi Slow Food si è stata studiata l’Analisi del Ciclo di Vita (LCA), in particolare la Carbon Footprint, ovvero la stima delle emissioni di gas a effetto serra (anidride carbonica, metano e protossido di azoto) emesse in atmosfera durante il ciclo di vita di un prodotto.

Il calcolo ha rivelato che i prodotti dei Presìdi, oltre al valore aggiunto per i territori d’origine, esprimono un livello di compatibilità con le risorse ambientali decisamente migliore rispetto alle produzioni intensive convenzionali.

Una produzione sostenibile, però, pur essendo un buon inizio, ma non basta per tentare di risolvere il problema.

DOBBIAMO AGIRE ANCHE COME CONSUMATORI. 

Ogni volta che ci accingiamo a fare la spesa, le nostre scelte individuali possono incidere su un cambiamento in positivo del sistema alimentare globale.

E, parlando di carne, possiamo fare davvero molto.

Basta partire dal presupposto che le pratiche di consumo sono strettamente interconnesse a quelle di produzione.

Basta comprendere che piccole dimensioni, razze locali, criteri rigorosi di benessere animale non potranno mai soddisfare livelli di consumo sempre più elevati, a maggior ragione se sono associati alla pretesa di pagare poco quel che ci apprestiamo a mettere nel piatto.

Se pretendiamo di mangiare carne tutti i giorni, più volte al giorno, e di spuntare un prezzo conveniente, prepariamoci ad accettare, anche noi, dei compromessi, perché nessun allevamento etico, con ricadute positive per il benessere ambientale e animale, potrà soddisfare ritmi di consumo crescenti

Come un buon allevatore dovrebbe cercare di lavorare in equilibrio con le risorse naturali, così noi consumatori dovremmo fare lo stesso.

Consumando meno carne, di migliore qualità, ed essendo pronti a corrispondere il giusto prezzo per quel che scegliamo di mangiare.

Chiedendoci, sempre, qual è l’impatto delle nostre scelte.

(Articolo di Annalisa Audino, pubblicato con questo titolo il 2 aprile 2020 sul sito online del  quotidiano “il manifesto”)

 

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