Brasile: un altro leader indio assassinato nel Rondônia

 

«Nel momento in cui abbiamo cercato di intensificare le azioni per proteggere i nostri territori, a causa delle minacce della pandemia di Covid-19, abbiamo ricevuto con tristezza e indignazione la notizia dell’omicidio di Ari Uru-eu-wau-wau».

E’ quel che si legge in un comunicato Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (APIB) che dà notizia che il 18 aprile, oggi (18), nel municipio di Jaru, nello Stato brasiliano del Rondônia è stato ucciso un leader indigeno che faceva parte del grupo de vigilantes e protetores do território del suo popolo, gli Uru-eu-wau-wau e che era stato «minacciato dai criminali responsabili delle invasioni e delle devastazioni nella regione».

Ari era cugino della più nota leader indigena Awapu Uru-eu-wau-wau, che ha già subito diverse minacce di morte.

L’APIB ricorda che «questo è il secondo omicidio di leader indigeni in meno di 20 giorni. 

Zezico Guajajara, professore e leader che ha combattuto per proteggere il territorio del suo popolo, è stato brutalmente assassinato nel Maranhão il 31 marzo. 

La violenza contro le popolazioni indigene aumenta e questa crescita è direttamente correlata alla politica di genocidio del governo Bolsonaro».

Secondo l’Associação de Defesa Etnoambiental (Kanindé), il 33enne Ari lavorava per il grupo de vigilância do povo indígena Uru-eu-wau-wau, il suo corpo è stato trovato lungo la Linha 625 di Tarilândia, accanto al suo motorino e, mentre all’inizio la sua morte era stata denunciata come un incidente stradale, ma la Polícia Federal e la Fundação Nacional do Índio (Funai) hanno subito detto che si tratta di un omicidio. 

Por G1 RO riferisce che poi la Polícia Civil ha confermato che Ari è stato ucciso «con circa quattro colpi da un oggetto contundente che ha causato un trauma cranico. 

Il probabile momento della morte è stato l’alba di sabato (18). 

Finora, la paternità e la motivazione del crimine sono sconosciute.

Sempre secondo la Polícia Civil, la vittima era sulla sua moto quando si è fermato ed è stato attaccato da un sospetto non identificato.

Sulla scena del crimine non c’erano segni di una lotta tra la vittima e l’indagato».

IL grupo de vigilância do povo indígena Uru-eu-wau-wau di cui faceva parte Ari identifica e segnala i disboscamenti illegali all’interno del territorio indigeno e ora i suoi compagni dicono: «Salviamo la Terra Indígena Uru-eu-wau-wau Gli invasori, gli incendiari, i boscaioli e i cercatori d’oro – tutti armati e pericolosi – stanno rubando e minacciando gli indigeni di morte!»

Nel 2019 una ricerca di Amnesty Internationale aveva dimostrato che la Terra Indígena del popolo Uru Eu Wau Wau, così come altre terras indígenas dell’Amazzonia, hanno subito successive invasioni da parte di accaparratori terrieri e taglialegna. 

L’indagine condotta da Amnesty ha raccolto molte testimonianze di leader indigeni che affermano di subire minacce da parte di questi invasori e ha sottolineato l’assenza di organismi responsabili del monitoraggio ambientale e della situazione delle popolazioni indigene, in particolare dell’Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis (Ibama) e della Funai. 

Anche Amnesty International accusava il governo del neofascista Bolsonaro di aver indebolito finanziariamente fin dall’inizio Ibama e Funai e che il presidente brasiliano sta mettendo in atto tutte le minacce contro gli indios fatte in campagna elettorale.

Kanindé non nasconde la sua preoccupazione: «La Polícia Federal è responsabile delle indagini sulla morte degli indigeni nei conflitti per la terra. 

Tuttavia, i leader indigeni Uru Eu Wau Wau affermano che è la Polícia Civil ad essere incaricata di indagare sulla morte di Ari, trattandola come un omicidio non correlato alle invasioni subite nella Terra Indígena».

Per Amnesty International, è urgente che del caso se ne occupi esclusivamente la Polícia Federal: «E’ necessario rafforzare le agenzie federali responsabili della protezione e della salute delle popolazioni indigene, nonché proteggere le loro terre, impedendo agli invasori di trasportare il virus in queste popolazioni. 

Bolsonaro e Sergio Moro (il ministro della giustizia del Brasile, ndr) devono garantire alla Funai e alla polizia federale tutte le condizioni necessarie per proteggere questi brasiliani e brasiliane».

Ma, approfittando anche dell’emergenza Covid-19 gli assassinii e le intimidazioni contro i leader indigeni sono in aumento un po’ in tutta l’America Latina, con casi particolarmente gravi e numerosi in Colombia, Messico ed Ecuador.

Per questo l’APIB chiede con forza «misure urgenti per proteggere i nostri territori e le nostre vite. 

Non siamo solo esposti al coronavirus, i crimini commessi da taglialegna, minatori e ladri di terra continuano a violare i nostri diritti e distruggere la nostra natura».

Intanto, sempre dal Brasile, arriva una buona notizia: survival International ha annunciato che «con una sentenza storica, un giudice brasiliano ha proibito ai missionari evangelici di entrare in contatto con tribù incontattate della Valle Javari, terra ancestrale della più grande concentrazione di popoli incontattati esistente sulla Terra».

La causa è stata avviata dall’União das Organizações Indígenas do Vale do Javari (UNIVAJA), l’organizzazione indigena della Valle Javari, per contrastare gli sforzi concertati dai missionari integralisti statunitensi/brasiliani di New Tribes Mission (Ethnos360) per raggiungere le comunità indigene isolate.

New Tribes Mission, una delle più grandi organizzazioni missionarie fondamentaliste del mondo, aveva recentemente annunciato dei piani per contattare le tribù della Valle Javari, e per farlo aveva acquistato un elicottero.

Survival, che ha guidato una campagna internazionale per fermare i piani dei missionari integralisti e per del missionario evangelico Ricardo Lopes Dias come capo del Dipartimento per le tribù incontattate della Funai, sottolinea che «nella sentenza vengono elencati nominalmente diversi missionari – Andrew Tonkin, Josiah McIntyre e Wilson de Benjamin, ma la decisione vale per tutti i missionari che stanno cercando di entrare nella Valle».

Nella sua sentenza il giudice evidenzia la «particolare vulnerabilità degli Indiani incontattati» de che »entrare in contatto con loro è estremamente rischioso».

Per questo, ha autorizzato l’uso della polizia e dei militari per far rispettare la sentenza e ha fissato «una multa giornaliera di 1000 real (175 euro) per chiunque dovesse violare l’ordine».

Eliesio Marubo, l’avvocato indigeno dell’UNIVAJA, ha detto a Survival: «Non potevamo sperare in un esito migliore.

La legge dovrebbe essere uguale per tutti, e UNIVAJA, che rappresenta le comunità indigene della Valle Javari, sta difendendo il diritto dei nostri popoli a scegliere liberamente secondo ciò che ritengono sia meglio per loro.

Queste scelte spettano soltanto a noi, ai popoli indigeni!

Spero che questa sentenza ricordi ai Cristiani che il più grande insegnamento divino è quello di amare e rispettare gli altri!».

Fiona Watson, direttrice del dipartimento Ricerca e Advocacy di Survival International, esperta conoscitrice della Valle Javari, aggiunge: «Questa sentenza è estremamente importante perché riconosce il significato criminale e gli enormi pericoli insiti nei tentativi di contattare a forza le tribù incontattate.

E’ un duro colpo per i missionari evangelici che nel Brasile di Bolsonaro credono di essere al di sopra della legge.

Le autorità brasiliane devono agire immediatamente per far rispettare la sentenza, devono espellere tutti i missionari dalla Valle Javari e assicurarsi che non provino a tornarvi di nascosto, così come hanno già fatto in passato».

In un precedente comunicato, UNIVAJA ha avvertito che «se il Cpvid-19 dovesse arrivare nei nostri villaggi, le conseguenze potrebbero essere genocide.

E nonostante il pericolo che corrono i popoli indigeni della Valle Javari, il FUNAI [l’Agenzia governativa agli affari indigeni] e il SESAI [l’istituto di sanità per gli indigeni] nella pratica hanno fatto ben poco».

Ieri gli indios brasiliani vittime del Covid-19 erano almeno 17, ma l’APIB denuncia che «per il governo federale, solo 3 indigeni sono morti finora a causa del nuovo coronavirus. 

Questo perché la Secretaria Especial de Saúde Indígena (SESAI), del ministero della salute, non fornisce assistenza e registrazione ai non residenti (nelle città, ndr).

All’APIB ripudiamo questa misura e chiediamo l’urgente revoca dell’ordinanza 070/2004 per garantire che la SESAI sia al servizio di tutti gli indigeni, sia che siano residenti o meno. 

E’ un atto di razzismo istituzionale che rende invisibili e trascurati i popoli indigeni che vivono nelle aree urbane. 

Siamo indigeni sia all’interno che all’esterno dei nostri territori. 

Siamo in una situazione di grande vulnerabilità, con il rischio reale che questo nuovo virus causi un altro genocidio».

Il 18 aprile risultavano almeno 28 indigeni tra i casi sospetti e in attesa di risultati dei test per il COvid-19.

Altri 27 indigeni sono risultati positivi per Covid-19. 

La stragrande maggioranza dei casi confermati è nello stato di Amazonas, dove la sanità pubblica è già collassata a causa dell’aumento dei casi di coronavirus. 

All’APIB dicono: «Riceviamo segnalazioni quotidiane sulla mancanza di test rapidi su molti parenti sospetti in tutto il Brasile e riteniamo che i dati diffusi siano sottostimati».

Gli esempi di cosa potrebbe succedere nella valle Valle Javari non mancano: uno dei popoli indigeni che fanno parte dell’UNIVAJA, i Matis sono stati annientati dalle malattie occidentali dopo il primo contatto, avvenuto negli anni ’70.

Negli anni successivi al contatto è morta più della metà del popolo Matis.

Oggi, il loro numero è aumentato da 87 persone a 300, ma i portavoce indigeni dicono che il governo brasiliano non fa abbastanza per proteggere il loro stato di salute.

Survival ricorda che «le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili del pianeta.

Intere popolazioni vengono sterminate da malattie come l’influenza e il morbillo verso cui non hanno difese immunitarie.

Tentare di contattare questi popoli durante la pandemia di coronavirus avrebbe quasi certamente significato condannare a morte molti di loro.

Il coronavirus è già penetrato tra le comunità indigene dell’Amazzonia.

Le conseguenze potrebbero essere devastanti.

Un ragazzino Yanomami di quindici anni è morto a causa del virus, e si teme che il contagio si possa ora diffondere nel territorio, invaso illegalmente da migliaia di cercatori d’oro.

Nell’area si trovano anche diverse comunità di Yanomami incontattati.

I minatori stanno operando pericolosamente proprio vicino a uno di questi gruppi sollevando grande preoccupazione per la sua sopravvivenza».

(Articolo pubblicato con questo titolo il 20 aprile 2020 sul sito online “greenreport.it”)

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