Gli indigeni brasiliani stretti nella morsa, tra virus e trafficanti

 

Sono stretti in una morsa mortale gli indigeni del Brasile: da un lato il Covid-19 che avanza lento ma implacabile, dall’altro le invasioni ormai fuori controllo legate a doppio filo al bolsonarismo.

Così, mentre la mancanza di test diagnostici rapidi e l’inesistenza di un piano coordinato per la protezione dei popoli ancestrali accresce ogni giorno di più il rischio di un nuovo genocidio, i casi di contagio accertati (e sicuramente sottostimati) sono arrivati a 42, più altri 20 in attesa di conferma, con già dieci decessi.

Le ultime tre vittime – Adenilson Menandes dos Santos, 77 anni, e suo fratello Antônio, 72, del popolo apurinã e Antônio Frazão dos Santos, 61, del popolo kokama – vivevano tutte a Manaus, la città che si è tristemente imposta all’attenzione del mondo per l’enorme distesa di fosse comuni, il collasso della rete ospedaliera (1.958 i casi di contagio registrati e 172 i decessi ufficiali) e le lacrime del suo sindaco, Arthur Virgílio, con il suo disperato grido di aiuto.

Ma anche la città con il più alto numero di contagi tra gli indigeni (19).

Anche altrove la preoccupazione è massima tra i popoli originari, soprattutto a fronte dei drastici tagli alla Segretaria speciale di salute indigena e della partenza dei medici cubani, molti dei quali assistevano proprio le comunità ancestrali.

«La migliore prevenzione è mantenere le comunità isolate, impedendo uscite e visite dall’esterno», ha dichiarato Sônia Guajajara, coordinatrice dell’Articulação dos Povos Indígenas do Brasil.

Ma anche laddove non è la fame a obbligare gli indigeni a recarsi in città, la presenza dei garimpos illegali rende assai più complicato il compito di prevenire i contagi.

Con la riduzione delle attività dell’esercito nella regione a causa della pandemia, gli invasori possono agire indisturbati: solo nelle terre degli yanomani circolano ora più di 30mila garimpeiros rispetto ai 20mila della fine dello scorso anno.

Così, dopo la morte a Roraima del 15enne Alvanir Xrixana, membro di una comunità yanomami localizzata sul fiume Uraricoera, in un’area attraversata tutto l’anno da migliaia di cercatori d’oro, la Hutukara Associação Yanomami ha lanciato l’allarme su un imminente aumento di contagi, denunciando ritardi nell’assistenza medica prestata all’adolescente dal momento della comparsa dei primi sintomi ed esigendo dalle autorità l’allontanamento degli invasori dalle aree indigene.

Ma quanto poco il governo sia disposto ad ascoltare lo dimostra il fatto che due giorni dopo un’operazione dell’Ibama (Istituto dell’ambiente e delle risorse rinnovabili) mirata all’espulsione di garimpeiros e tagliatori di legna nel sud del Pará, il direttore della Protezione ambientale dell’organismo, Olivaldi Azevedo, è stato come per incanto esonerato dal ministro dell’Ambiente Ricardo Salles.

In molti casi, gli indigeni provano a difendersi da soli, chiudendo l’accesso alle loro terre in almeno 12 Stati del Brasile per cercare di arginare la diffusione del virus.

Devono, tuttavia, fare i conti con la violenta reazione degli invasori, a cui va probabilmente ricondotto anche l’assassinio, il 18 aprile, nel municipio di Jaru in Rondônia dell’indigeno Ari Uru-eu-wau-wau, che operava nel gruppo di vigilantes a guardia del territorio.

Un omicidio seguito di poco a quello, il 31 marzo, di un altro leader dei «guardiani dell’Amazzonia», Zezico Rodrigues, quinto indigeno guajajara ucciso negli ultimi cinque mesi per mano dei trafficanti di legname.

(Articolo di Claudia Fanti, pubblicato con questo titolo il 24 aprile 2020 sul sito online del quotidiano “il manifesto”)

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