Al lavoro presso il Centro recupero di fauna selvatica della Lipu di Roma

 

Oltrepassare la porticina del Centro Recupero della Fauna Selvatica Lipu a Roma, portando un animale ferito o troppo piccolo per farcela, è un po’ come entrare in un ospedale e in un asilo nido.

Garriti e pigolii.

Siringhe e pappe.

Ma «dall’entrata in vigore delle misure di contenimento del virus Sars-CoV2, la consegna degli animali da parte dei cittadini e a volte delle forze dell’ordine avviene fuori», spiega Francesca Manzia, responsabile di questo centro di soccorso e riabilitazione.

Non si entra più.

Dal primo gennaio sono stati ricoverati 687 animali mentre nello stesso periodo del 2019 erano 729, quindi la riduzione è minima.

Ma il grosso deve ancora arrivare.

Oltre agli uccelli urbani ci sono parecchi ricci, abitanti della città: «Se questi animali notturni vanno in giro di giorno, sono da soccorrere perché c’è qualcosa di strano».

Sono stati portati balestrucci e pipistrelli e, precisa Francesca, «piccoli merli che già sono in fase di svezzamento, è la specie che nidifica per prima insieme agli allocchi.

Scendono dal nido, i genitori li seguono in terra per sette-dieci giorni e questo trae in inganno le persone».

A Roma ci sono terrazzi e giardini, le persone sensibili – che adesso hanno anche più tempo – individuano gli animali intorno a casa e firmando l’autocertificazione li portano al Centro.

Il quale però chiede di valutare bene, anche per muoversi il meno possibile: «I selvatici corrono rischi naturali, è il loro percorso di vita.

La maggior parte degli animali se la cava da sola.

Occorre intervenire solo quando il percorso naturale si interrompe: incidenti, il piccolo che si è fatto male, il genitore che non c’è più.

Naturalmente ci sono i feriti, da ricoverare.

E arrivano ancora animali investiti: l’assenza di umani li spinge in nuove aree e le macchine corrono di più».

Per sapere se e come intervenire (anche rispetto all’integrazione alimentare da offrire ai selvatici nelle aree urbane), bisogna telefonare a uno dei Centri per il recupero della fauna selvatica.

Lo spiegano da sempre alla Lipu, anche prima del coronavirus.

Raccogliere un piccolo qualora non sia necessario, significa strapparlo alle cure dei genitori, pregiudicarne la salute e la successiva possibilità di tornare libero.

I pulli di molte specie seguono i genitori anche se non sono indipendenti.

Lo diventano imparando man mano.

Nel Centro fauna selvatica di Roma operano ormai solo due persone al giorno, per mantenere le distanze previste.

I volontari da 70 sono stati ridotti a 15, iscritti in una lista autorizzata.

Certo, marzo e aprile sono gestibili.

Ma a maggio gli animali aumentano tantissimo.

«Cominciano ad arrivare i piccoli, devono mangiare ogni due ore.

Valuteremo sul momento. Viviamo anche noi alla giornata…», spiega la responsabile.

Un altro cambiamento dovuto alla quarantena è l’azzeramento delle entrate.

Si prende in consegna l’animale fuori e non c’è modo né tempo di proporre l’iscrizione, o un contributo.

Sul sito si possono fare donazioni.

Ma la Lipu anche a livello nazionale ha deciso di non fare alcun appello economico.

I centri tengono duro.

Nel mondo di «poi», chi è attento alla fauna selvatica apprezzerà anche questa discrezione.

(Articolo di Marinella Correggia, pubblicato con questo titolo il 30 aprile 2020 su “l’Extraterrestre” allegato al quotidiano “il manifesto” di pari data”)

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