Cresce la raccolta di rifiuti organici ma sul territorio mancano gli impianti per gestirla

 

Sono 7,1 milioni le tonnellate di rifiuti organici (umido, verde e altre matrici organiche provenienti dalla raccolta differenziata) raccolte in Italia: 5,1 milioni di tonnellate di Forus cui si aggiungono quasi 2 milioni di tonnellate di frazione verde, con una crescita del 7,5% rispetto all’anno precedente.

Sono questi i dati diffusi dal Cic – il Consorzio italiano compostatori – rielaborando gli ultimi dati (relativi al 2018) contenuti nei report Ispra, per raccontare l’andamento di una filiera che non si è fermata neanche nel bel mezzo di una pandemia.

«Le stime di crescita ci portano a traguardare per il 2025 quota 9.200.000 tonnellate di rifiuto organico raccolto in Italia, ovvero più di 150 Kg/ab/anno – spiega Massimo Centemero, direttore del Cic – Per questo è fondamentale continuare a lavorare soprattutto nelle regioni del Centro e del Sud: al momento, rispetto alla RD media pro-capite italiana, ben 5 regioni del Sud su 6 sono al di sotto.

La sola Campania è in media, ma non ha registrato sostanziali passi in avanti negli ultimi anni.

 Nell’ultimo anno la Sicilia è l’unica regione del Centro-Sud ad aver mostrato un netto incremento della raccolta, passando da 208.000 t a 300.000 t ca».

Ma raccogliere i rifiuti non basta se poi sul territorio non ci sono impianti in grado di gestirli secondo logica di sostenibilità e prossimità.

Ad oggi il riciclo dei rifiuti organici è affidato a 339 impianti di trattamento biologico: 281 sono impianti di compostaggio, 58 sono gli impianti integrati di digestione anaerobica e compostaggio (che nel 2018 sono arrivati a trattare più del 50% della frazione umida proveniente dalla raccolta differenziata).

La loro dislocazione sul territorio nazionale è però profondamente diseguale.

Dei 281 impianti di compostaggio che producono compost 173 sono dislocati al Nord, 46 al Centro e 62 nel Sud e nelle Isole; anche guardando ai 58 impianti di digestione anaerobica e compostaggio la maggior parte delle strutture si trova a Nord (47), mentre se ne contano solo 4 al Centro e 7 tra Sud e Isole.

«Ribadiamo come la concentrazione geografica degli impianti soprattutto nel Nord Italia rappresenti una criticità del sistema, uno squilibrio che finora ha retto perché l’Italia non è mai andata in emergenza per questa tipologia di rifiuti, ma che costringe il Centro e il Sud Italia a trasferire i propri rifiuti organici in altre regioni, con enorme diseconomicità del sistema – prosegue Centemero – Stante il complessivo deficit impiantistico necessario a gestire le raccolte previste a regime (più di 9 mln di ton/anno), oltre il 35% del deficit nazionale a regime si concentra tra Lazio, Campania, Sicilia e Puglia; nella prospettiva di una gestione regionale del rifiuto raccolto, il deficit a regime delle regioni del Centro-Sud è drammatico: oltre il 700% in Campania, quasi 500% nel Lazio, 200% in Sicilia e Marche».

Eppure con una penetrazione più capillare di questi impianti a guadagnarci non sarebbe “solo” l’ambiente, ma anche il lavoro: nel 2018, secondo le proiezioni del Cic, il volume d’affari generato dal comparto è stato pari a 1,9 miliardi di euro di fatturato, mentre i posti di lavoro generati  10.620 (+8% rispetto al 2016).

In pratica 1,5 posti di lavoro ogni 1.000 t di rifiuto organico.

Con una raccolta differenziata a regime in tutta Italia si potrebbe arrivare a 13.000 addetti e 2,5 miliardi di euro comprensivi dell’indotto generato.

(Articolo pubblicato con questo titolo il 4 maggio 2020 sul sito online “greenreport.it”)

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