«Per ora provvedimenti provvisori, ma i trasporti vanno ripensati»

 

«Le politiche dei trasporti sono state orientate come nella sanità a ciò che è redditizio, nel mito della privatizzazione».

Lo sostiene Angelo Tartaglia, già professore di Fisica al Politecnico di Torino e da anni impegnato nell’applicazione della logica dei sistemi ai problemi trasportistici.

Con l’inizio della Fase 2 si pone il problema della mobilità urbana, come si può organizzare un modello adeguato all’esigenza di distanziamento?

Un discorso sostanziale e durevole sulla mobilità urbana richiede un ripensamento delle città: i provvedimenti che si possono prendere ora, in uscita dalla fase acuta, non possono che essere provvisori, perché la mobilità interna è strutturalmente legata a come si è evoluta la città.

C’è, però, la possibilità di ridurre il volume degli spostamenti, anche perché si è scoperta una cosa non molto praticata come il lavoro a distanza.

L’espediente di dimezzare la capacità dei mezzi pubblici affinché i passeggeri possano sedersi un posto sì e un posto no, nel caso in cui i volumi fossero quelli di prima, lascerebbe a terra molte persone.

Ecco perché sarà utile ridimensionarli e favorire, quando le distanze lo consentono, modalità alternative come le due ruote.

Non deve passare il rilancio della mobilità individuale a quattro ruote, perché contribuirebbe al disastro ambientale.

Un’ulteriore riduzione dei volumi si potrà ottenere riprogettando complessivamente le città cresciute a misura di auto.

E come un nuovo modello dovrebbe ripartirsi tra gomma e ferro?

Dal punto di vista ambientale, i trasporti collettivi su rotaia hanno un impatto sul clima più basso di quelli su gomma.

Bisogna vedere anche come si produce l’energia elettrica ma di per sé l’utilizzo di questa diminuisce le emissioni di polveri.

Il trasporto su strada in ambiente urbano dovrebbe essere indirizzato verso i motori elettrici, considerando che il volume totale degli spostamenti non è una variabile indipendente.

Ci vuole, infatti, un cambio di sistema per razionalizzare il volume degli spostamenti con l’elettrificazione da un lato e il rilancio della mobilità su rotaia dall’altro.

Che ruolo potrà giocare la mobilità su due ruote?

Molto importante.

La bicicletta è stata finora vista più come mezzo di svago, bisogna potenziarne l’uso, utile all’ambiente e alla salute.

Se un certo sviluppo in termini di tempo libero nelle città è già avvenuto, dovremmo ora riuscire a trasferire sulle due ruote gli spostamenti lavorativi, come in Danimarca.

Per questo le città vanno riorganizzate, diminuendo rischi di incidentalità ancora alti.

Se sulla sanità hanno pesato anni di tagli, quanto incidono sul trasporto pubblico?

Anche qui la tendenza, nel mito della privatizzazione e dell’ottimizzazione del profitto, ha portato a ridimensionare il trasporto pubblico o a specializzarlo in alcune filiere particolari come, uscendo dall’ambito urbano, le linee ad alta velocità, attrattrici di investimenti a danno del trasporto locale.

Le politiche dei trasporti, come nella sanità, sono state orientate a ciò che è redditizio.

Adesso vediamo quanto siano state disastrose, non avendo mai conteggiato le cosiddette esternalità, ovvero gli effetti collaterali non computati nel costo del trasporto.

Bisogna invece rimetterli nel computo e, per ridurli, avere un governo del sistema trasporti non lasciato agli automatismi del mercato.

Avendo le regioni una competenza sul trasporto pubblico, quali sono le differenze tra una e l’altra?

In generale, una politica regionale sensata tende a scoraggiare gli spostamenti tra centri urbani con mezzi privati e ad agevolare il trasporto pubblico, qualcosa che, per esempio, in Piemonte non è avvenuto, visti i tagli a linee ferroviarie considerate rami secchi.

Esempi diversi si trovano in Trentino Alto Adige e in parte in Emilia.

Non si può guardare al sistema trasporti, senza badare alla grande distribuzione, all’urbanistica e alle politiche territoriali.

Ridisegnando il territorio sarà meglio evitare i centri commerciali, concepiti a uso d’auto, e incentivare residenze prossime ai luoghi di lavoro; anche i servizi della sanità non dovranno essere concentrati in unico luogo.

In una situazione come quella attuale dove si colloca il progetto della Torino-Lione?

È una vicenda tragicomica.

I flussi merci sull’asse est-ovest non sono tali da giustificare investimenti, inoltre l’impatto ambientale è forte, stimato dai proponenti in una decina di milioni di tonnellate di Co2 durante il cantiere.

Una follia avendo una politica europea di green deal che vorrebbe entro il 2030 una riduzione del 40% di emissioni.

(Intervista di Mauro Ravarino, pubblicata con questo titolo il 5 maggio 2020 sul sito online del quotidiano “il manifesto”)

 

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