Coronavirus: mentre Trump accusa la Cina, gli scienziati cercano l’anello mancante

 

Mentre, in chiave elettorale, impazza negli Usa – ripresa dalla destra italiana ed europea – la campagna anticinese e mentre un rapporto del ministero della sicurezza dello stato cinese avverte il presidente Xi Jinping che «il sentimento ostile nei confronti della Cina a causa dell’attuale pandemia di coronavirus è salito ai massimi livelli dall’incidente di Piazza Tiananmen del 1989» e che questo potrebbe portare a un conflitto militare diretto con gli Usa, in un’intervista al  National Geographic, il massimo esperto americano di malattie infettive della task force della Casa Bianca smentisce Donald Trump: «Se si guarda all’evoluzione del virus nei pipistrelli e a cosa c’è là fuori adesso, le prove scientifiche vanno fortemente nella direzione che il virus non avrebbe potuto essere manipolato artificialmente o deliberatamente; guardando all’evoluzione nel tempo tutto indica fortemente che questo virus si è evoluto in natura e poi ha fatto il salto di specie».

Se il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ribadisce, ignorando i suoi scienziati, che ci sono prove importanti che il virus venga da un laboratorio cinese, Pechino continua a negarlo con forza, anche se la trasparenza con cui la Cina ha gestito la crisi del Covid-19 non è stata certo un esempio.

Ma, oltre a Fauci e a numerosi esperti, le tesi anticinesi di Trump e Pompeo sono messe in dubbio da un loro alleato di ferro: il governo liberalconservatore-nazionalista dell’Australia e l’intelligence australiana mette apertamente in dubbio quanto asserisce la Casa Bianca e il Partito Repubblicano.

Come rivela il Sydney Morning Herald, citando «alti esponenti dei servizi australiani» in realtà il famoso documento di ricerca sbandierato dall’Amministrazione Usa e condiviso in ambienti dell’alleanza di intelligence Five Eyes tra Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e Canada, è quasi totalmente basato su notizie di stampa e non contiene nessun materiale proveniente da indagini di intelligence.

Si tratta del “dossier” di 15 pagine – ampiamente citato dai giornali di tutto il mondo e diffuso inizialmente da quelli iperconservatori del gruppo Murdoch – sul presunto insabbiamento delle origini del virus in un laboratorio di Wuhan da parte di Pechino.

La fonte?

Più probabile il mercato che il laboratorio ma l’Herald, smentendo il Telegraph di Murdoch, scrive che secondo i servizi segreti australiani in realtà il documento di Trump e Pompeo si basa, fino al plagio, su un rapporto di ricerca basato su materiale open source, cioè di dominio pubblico e hanno fatto sapere che l’Australia non ha ancora ricevuto alcuna evidenza che suggerisca fortemente che l’Istituto di Virologia di Wuhan sia stato la fonte dell’epidemia.

Gli australiani non escludono definitivamente che il laboratorio, a causa di un incidente non voluto, abbia potuto svolgere un ruolo nella diffusione iniziale dell’epidemia, ma ritengono che la causa più probabile del virus sia il mercato di Wuhan.

Anche il primo ministro conservatore australiano Scott Morrison, amico personale e alleato di Trump,  ha detto che il suo governo «non ha forti evidenze che leghino il laboratorio cinese al virus».

D’altronde il governo federale australiano ha scelto una strada del tutto diversa da quella di Trump: ha istituito un consorzio di scienziati veterinari per formare una nuova generazione di “detective delle malattie degli animali” in 11 paesi del sud-est asiatico e del Pacifico.  

Al Progetto, finanziato dall’Indo-Pacific Centre for Health Security dell’Australian Department of Foreign Affairs and Trade (DFAT), lavorano più di 40 esperti delle veterinary schools di Australia, Nuova Zelanda e dell’Asia-Pacifico.

Il programma da 4,3 milioni di dollari durerà tre anni e opererà in Cambogia, Fiji, Indonesia, Laos, Myanmar, Papua Nuova Guinea, Filippine, Isole Salomone, Timor Leste, Vanuatu e Vietnam.

Mark Stevenson, a capo del team dell’università di Melbourne, che partecipa al progetto, spiega che «il consorzio si impegnerà con le autorità governative per la salute degli animali e gli educatori nella regione Asia-Pacifico per rafforzare la capacità di rilevare, rispondere, controllare e prevenire le epidemie di malattie degli animali che potrebbero influenzare la salute umana, la salute degli animali e il sostentamento degli agricoltori.

Il progetto promuoverà un approccio più coerente all’insegnamento dell’epidemiologia veterinaria nel sud-est asiatico e migliorerà le capacità di risoluzione dei problemi epidemiologici tra i veterinari del sud-est asiatico.

Le malattie zoonotiche, che si trasferiscono dagli animali all’uomo, contribuiscono in modo determinante al carico di malattie nei Paesi del sud-est asiatico. 

Una parte significativa delle malattie infettive emergenti proviene dagli animali, il che rende questo lavoro estremamente importante».

E anche questo autorevole team di ricercatori  sottolinea che «il CovidD-19 ha le sue origini in un trasferimento dagli animali» e Navneet Dhand della School of Veterinary Science dell’università di Sydney aggiunge che «le malattie animali transfrontaliere, e le malattie zoonotiche che viaggiano rapidamente attraverso i confini, stanno aumentando di frequenza a causa di una serie di fattori tra cui la crescita della popolazione, l’urbanizzazione e l’aumento del trasporto aereo globale.

Queste malattie possono diffondersi rapidamente oltre i confini e avere enormi impatti economici e sanitari. 

Lo stiamo scoprendo proprio ora con il Covid-19.

Il nostro programma supporterà gli sforzi dei nostri vicini per far fronte a queste minacce emergenti e, nel farlo, rafforzerà la biosicurezza, la salute e l’economia dell’Australia.

Un anno dopo che la peste suina africana ha spazzato via più di un quarto della popolazione mondiale di suini e con oltre 200.000 persone morte per Covid-19, dotare i veterinari degli strumenti per l’indagine e la sorveglianza dell’epidemia non è mai stato così importante».

D’altronde gli scienziati di tutto il mondo sono convinti  che il passaggio del coronavirus dai pipistrelli agli esseri umani fosse una questione di «quando non se».

Non è chiaro  neanche se l’animale “zero” sia stato venduto nell’ormai famigerato mercato della fauna selvatica di Wuhan e l’Organizzazione mondiale della sanità ribadisce che tutte le prove indicano l’origine naturale del virus, mentre alcuni scienziati affermano che non potremmo mai sapere come e dove la prima persona sia stata infettata.

Quel che è certo è che il commercio di animali selvatici è sotto esame come fonte di questo “spillover”.

Il problema è che la fauna selvatica viene cacciata, acquistata e venduta in quasi tutti i Paesi del mondo e che controllarla – e tanto meno vietarla – è tutt’altro che semplice.

Farlo a livello globale potrebbe essere la strada per fermare una futura pandemia prima che inizi.

Da molti anni gli scienziati sanno bene in che modo il commercio di animali selvatici costituisca una fonte di trasmissione delle malattie da specie a specie e che il Covid-19, per quanto ci abbia cambiato e ci cambierà la vita, è solo una delle tante malattie emergenti collegate al commercio globale.

La leader tecnica per il Covid-19 dell’Oms, la nota epidemiologa statunitense Maria Van Kerkhove, ha detto alla BBC: «Ci stavamo preparando per qualcosa del genere in quanto non era questione di se, era una questione di quando».

Andrew Cunningham, della Zoological Society of London, conferma: «In realtà ci aspettavamo qualcosa del genere da un po’ di tempo.

Queste malattie stanno emergendo più frequentemente negli ultimi anni a causa dell’invasione umana nell’habitat selvatico e dell’aumento del contatto e dell’utilizzo di animali selvatici da parte delle persone».

L’elenco dei virus che hanno probabilmente avuto origine in popolazioni di pipistrelli selvatici è ormai lungo Ebola, rabbia, Sars e Mers… ora il Covid-19 ma è solo nel 2017 che gli scienziati hanno individuato in una sola grotta in Cina «il ricco patrimonio genetico di coronavirus legati per la Sars nei pipistrelli» come possibile fonte della pandemia gemella del Covid-19.

«Nonostante quel che crede o fa finta di credere Trump, questi convivono con i pipistrelli da millenni, ma sono pre-programmati per infettare un essere umano».

David Robertson, un virologo dell’università di Glasgow, spiega che «nel caso del Sars-CoV-2 la chiave è una proteina virale chiamata Spike e il lock principale per entrare in una cellula è un recettore chiamato ACE2.

Il coronavirus non è solo in grado di adattarsi al lock ACE2,  in realtà lo fa molte volte meglio della Sars-1», il virus che ha causato l’epidemia del 2003.

Questo adattamento perfetto potrebbe spiegare perché il coronavirus viene così facilmente trasmesso da persona a persona e perché la sua contagiosità abbia superato i nostri sforzi per contenerla. 

Ma è dove avviene il passaggio del virus del pipistrello fino alla serratura di una cellula umana che entra in ballo il commercio di animali selvatici.

Il problema, anche per Trump, è che nel mercato di Wuhan dove avrebbe preso il via la pandemia di Covid-19 non è stato trovato nessun animale con questo patogeno.

James Wood dell’università di Cambridge spiega che «il cluster iniziale di infezioni era associato al mercato, ma questa è una prova circostanziale.

L’infezione potrebbe essere venuta da qualche altra parte e solo, per caso, si è raggruppata intorno alle persone lì.

Ma dato che si tratta di un virus animale, l’associazione con il mercato è fortemente suggestiva.

I mercati della fauna selvatica sono hotspot per le malattie animali per trovare nuovi ospiti. 

La promiscuità di un gran numero di specie in condizioni igieniche e di benessere sfavorevoli e di specie che normalmente non si avvicinano, potrebbero offrire agli agenti patogeni la possibilità di saltare di specie in specie».

In passato, molti virus della fauna selvatica hanno infettato gli esseri umani attraverso una seconda specie che veniva allevata, cacciata o venduta al mercato.

Woods spiega ancora che «il virus Sars originale è stato trasmesso alla popolazione umana attraverso un’epidemia di zibetti delle palme, che venivano venduti nella Cina meridionale per essere mangiati.

E’ stato molto importante saperlo, perché c’era stata un’epidemia negli stessi zibetti delle palme che hanno dovuto essere tenuti sotto controllo per fermare una continua ricaduta negli esseri umani».

Cercando l’anello mancante in questa particolare catena di trasmissione, gli scienziati hanno trovato indizi che indicano i possibili ospiti in animali come i visoni, i furetti e persino le tartarughe, virus molto simili al Covid-19 sono stati trovati nei rari pangolini, l’animale più illegalmente trafficato del mondo, ma nessuna di queste specie sospette ha dimostrato di essere coinvolta in questo focolaio. 

Quello che sappiamo è che entrare a contatto con il commercio di animali selvatici ci porta dritti verso nuove malattie che cercano silenziosamente un ospite.

Wood ne è pienamente convinto: «Cercare di assicurarci che non stiamo portando la fauna selvatica a contatto diretto con noi stessi o con altri animali domestici è una parte molto importante di questa equazione.

E ci sono state varie campagne per vietare qualsiasi commercio di animali e tutti i contatti con la fauna selvatica, ma quel che si fa allora è penalizzare alcune delle persone più povere del mondo.

In molti casi, introducendo misure che portano ad intensificare il commercio clandestino, il che rende molto più difficile fare qualsiasi cosa».

L’Oms ha già richiesto norme igieniche e di sicurezza più rigorose per i cosiddetti mercati umidi in Cina, dove il governo intanto li ha temporaneamente chiusi, vietando anche la caccia. 

Ma in molti casi, come il commercio di selvaggina nell’Africa subsahariana, che è stato collegato all’epidemia di Ebola, si tratta di mercati informali e quindi molto difficili da regolamentare.

Wood fa notare che «Non puoi farlo da un ufficio a Londra o a Ginevra; devi farlo localmente sul campo in ogni Paese».

La Van Kerkhove, che è specializzato in malattie infettive emergenti, conclude: «E’ molto importante lavorare con la popolazione e le persone che lavorano all’interfaccia animale/umano, le persone che lavorano con la fauna selvatica.

Questo sarà un lavoro o veramente globale e altamente complicato. 

Ma l’epidemia di Covid-19 sembra averci mostrato il costo dell’alternativa».

(Articolo pubblicato con questo titolo il 6 maggio 2020 sul sito online “greenreport.it”)

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