Il Covid-19 sta devastando i popoli autoctoni di tutto il mondo

 

Il nuovo relatore speciale dell’Onu per i diritti dei popoli autoctoni, il guatemalteco José Francisco Cali Tzay, è molto preoccupato per l’impatto devastante della pandemia di Covid-19 sulle popolazioni indigene che va oltre la minaccia sanitaria.

Cali Tzay, un indio Maya Kaqchikel, si è occupato dei diritti dei popoli indigeni sia per l’Onu che per l’Organizzazione degli Stati Americani, ha fondato diverse organizzazioni indigene ed e stato ambasciatore del Guatemala in Germania, direttore per i diritti umani del ministero degli esteri del Guatemala, membro della Comisión Presidencial contra la Discriminación y el Racismo contra los Pueblos Indígenas de Guatemala, Presidente del programa Nacional de Reparación a las Víctimas del Conflicto Armado Interno e per 16 anni presidente del  Committee for the Elimination of all forms of Racial Discrimination, which oversees the implementation of the International Convention on the Elimination of All Forms of Racial Discrimination: c’è quindi da preoccuparsi se nel suo primo discorso come relatore speciale ha rivelato: che «ricevo ogni giorno di più dei rapporti che provengono dai 4 angoli del mondo sulla maniera in cui le comunità autoctone sono colpite dalla pandemia di Covid-19 e sono fortemente preoccupato di constatare che non si tratta mai solo di un problema di salute.

Gli stati di emergenza esacerbano la marginalizzazione delle comunità autoctone e, nelle situazioni più estreme.

Si assiste a una militarizzazione dei loro territori. I popoli autoctoni sono privati della loro libertà di espressione e di associazione, mentre degli interessi commerciali invadono e distruggono le loro terre, i loro territori e le loro risorse».

Cali Tzay ha denunciato il fatto che «in alcuni Paesi, le consultazioni con i popoli autoctoni e le valutazioni di impatto ambientale sono state bruscamente sospese per forzare la realizzazione di megaprogetti legati all’agroalimentare, allo sfruttamento minerario, alle dighe e alle infrastrutture.

I popoli autoctoni che perdono le loro terre e i loro messi di sussistenza vengono spinti ancora più a fondo nella povertà, con tassi di malnutrizione più elevati, mancanza di accesso all’acqua potabile e ai presidi sanitari, così come all’esclusione dai servizi medici, il che li rende particolarmente vulnerabili alla malattia».

Di fronte a queste minacce di un’economia iperliberista che ritiene sacra solo la sua proprietà e si appropria di quella degli altri, ancora una volta, come fa notare il relatore speciale, «le comunità autoctone che hanno resistito meglio alla pandemia Covid-19 sono quelle che sono autonome e si amministrano da sole, gestendo così le loro terre, il loro territori e le loro risorse e garantendo la sicurezza alimentare grazie alla loro culture tradizionali e alla medicina tradizionale».

Ma in diversi Paesi, come il Brasile, la Colombia, il Messico, il Myanmar, la Repubblica democratica del Congo… la pandemia è stata l’occasione per scatenare una vera e propria offensiva contro i popoli indigeni e i difensori dell’ambiente e della terra e Cali Tzay evidenzia che «oggi più che mai, i governi di tutto il mondo dovrebbero aiutare le popolazioni autoctone ad attuare i loro piani per proteggere le loro comunità e a partecipare all’elaborazione delle politiche nazionali per assicurarsi che non siano discriminatorie nei loro riguardi.

Gli stati devono vigilare affinché i popoli autoctoni abbiano accesso alle informazioni sul Covid-19 nelle loro lingue e devono essere prese delle misure speciali urgenti per garantire la disponibilità e l’accesso a dei servizi medici culturalmente adattati.

Il fatto che gli impianti di salute pubblica siano spesso rari nelle comunità autoctone costituisce una grande sfida.

I diritti allo sviluppo, all’autodeterminazione e alle terre, territori e risorse devono essere garantiti per fare in modo che i popoli autoctoni possano gestire questi tempi di crisi e far progredire gli Obiettivi mondiali di sviluppo sostenibile e la protezione dell’ambiente».

Il relatore speciale dell’Onu ha concluso: «La pandemia ci insegna che dobbiamo cambiare: dobbiamo privilegiare il collettivo rispetto all’individuo e costruire delle società inclusive che rispettino e proteggano ciascuno. Non si tratta solamente di proteggere la nostra salute».

(Articolo pubblicato con  questo titolo il 19 maggio 2020 sul sito online “greenreport.it”)

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