Caccia, la Lombardia approva la deregulation venatoria. Le associazioni: un martedì nero per la fauna selvatica

 

Secondo le associazioni animaliste e ambientaliste lombarde, «quello che è accaduto ieri è stato uno spettacolo indecoroso per la nostra Regione, che ha tenuto per dieci ore impegnato il Consiglio Regionale in piena Pandemia Covid: in diretta streaming si è potuto assistere alla svendita del patrimonio faunistico, che ricordiamo è tutelato da norme statali ed internazionali che ponderano l’esigenza di salvaguardia degli animali e l’attività venatoria.

Vano è stato il tentativo delle opposizioni di contrastare l’approvazione di norme in palese contrasto con le norme vigenti e che favoriranno solo il bracconaggio».

Una posizione condivisa da Simone Verni, consigliere regionale del Movimento 5 che stamattina ha partecipato al presidio in Piazza Duca D’Aosta a Milano contro la deregulation sulla caccia: «La legge ordinamentale è l’ennesima forzatura illegittima di questa maggioranza.

Questa volta la Lombardia approva una deregulation della caccia, favorendo il bracconaggio e mettendo a rischio i lombardi di sanzioni europee.

Ho ripetuto in aula le parole di Papa Francesco secondo cui siamo custodi del creato e abbiamo il dovere di tutelare l’ambiente.

In Lombardia evidentemente il centro destra è incapace di ascolto e non possiede nessuna etica ecologica.

La Lombardia è la prima regione italiana per reati di bracconaggio.

È vergognoso obbligare le guardie venatorie ad indossare abiti ad alta visibilità rendendo così inefficace la loro attività di contrasto del bracconaggio.

È assurdo consentire la caccia al cinghiale tutto l’anno e l’uso di visori notturni.

L’attività venatoria ha delle regole ben precise.

Si possono cambiare utilizzando solo mezzi e procedure legittime: a Roma o a Bruxelles.

Le scorciatoie illegali prese dalla Lombardia sono assurde, oltre che pericolose».

Le associazioni ambientaliste lombarde avevano presentato unitariamente una diffida ai consiglieri regionali contenente tutti i motivi di illegittimità delle modifiche proposte, ma questo non è riuscito a scalfire la compattezza della maggioranza di centrodestra a trazione leghista che ormai sembra in balia delle rivendicazioni della parte più estremista del mondo venatorio.

Ambientalisti e animalisti fanno notare che «il visore notturno (mezzo vietato di caccia anche per la Suprema Corte di Cassazione) potrà essere usato nella caccia al cinghiale.

Non è questa la soluzione alle problematicità create dall’aumento della popolazione di questi ungulati , ma a fronte della drastica riduzione degli agenti di polizia provinciale si assisterà, con la caccia consentita tutto l’anno e anche di notte, ad un incremento esponenziale del bracconaggio in tutta la Regione».

Ma è sugli indumenti ad alta visibilità per le Guardie venatorie volontarie – che sono alla base del 36% di tutte le notizie di reato in tema di caccia – che secondo le associazioni «si è arrivati all’apice dell’ipocrisia e falsità: la norma spacciata per esigenze di sicurezza è nella realtà destinata solo a favorire il bracconaggio.

Il testo originario è stato modificato introducendo una distinzione tra attività antibracconaggio (coordinata da Polizia Provinciale e Carabinieri Forestali) e attività di vigilanza venatoria come se le due cose siano distinguibili, ma cosa ancor più grave anche prevedendo la sospensione fino a un anno del decreto di Guardia Giurata in caso di violazione dell’obbligo.

Nei giorni scorsi questo regalo ai bracconieri aveva creato troppo clamore, così per gettare un po’ di fumo negli occhi all’opinione pubblica, la Regione ha introdotto “l’alta visibilità”, per i cacciatori di ungulati (selezione, braccata e girata, per queste ultime forme di caccia correttamente già vigente da anni in tutti i regolamenti provinciali) e per i cacciatori in forma vagante, ma solo alla fauna stanziale esclusi quindi i cacciatori in forma vagante alla fauna migratoria, distinzione impossibile da fare a meno che uno abbia già ucciso, ad esempio, un fagiano.

Ovviamente se alla guardia senza alta visibilità si sospenderà il decreto fino a un anno, per il cacciatore inadempiente la sanzione è di soli 30 euro: differenza sproporzionata, assurda e illogica se non finalizzata ad aprire infiniti contenziosi per eliminare gli addetti alla vigilanza scomodi, cioè quelli che denunciano cacciatori e bracconieri».

Animalisti e ambientalisti hanno definito «una recita incresciosa» l’intervento del consigliere regionale leghista Floriano Massardi – primo firmatario del provvedimento –  che con la falsa scusa della salvaguardia della vita delle guardie volontarie ha cercato di nascondere il vero fine della modifica: «imbrigliare l’attività di vigilanza in una norma senza senso che non ha eguali in nessuna parte del mondo.

Il Signor Massardi ha citato i pochissimi casi d’incidente (in Lombardia 1 solo ferito nel 2011, tra l’altro Agente del Corpo Forestale dello Stato) che hanno coinvolto addetti alla vigilanza venatoria in Italia, dimenticando di parlare di 1358 persone vittime di armi da caccia (con 356 morti e 1002 feriti) negli ultimi tredici anni in ambito venatorio ed extra venatorio (dato parziale frutto della ricerca dell’Associazione Vittime della caccia).

Solo lo scorso anno 10 morti e 41 feriti durante l’attività di caccia.

Se il giubbino ad alta visibilità era necessario lo era per i cacciatori tutti, non certo per i guardiacaccia.

La Lombardia si guadagna ogni anno la maglia nera del bracconaggio, con il 31% dei reati venatori commessi in Italia, tanto da essere indicata come una area black-spot per il bracconaggio. 

La vigilanza venatoria volontaria è in parte della regione l’unica attività presente sul territorio: per assenza di dipendenti degli Enti locali ridotti al lumicino negli ultimi anni, o per l’impegno in altri compiti istituzionali o in non pochi casi per lo scarso impegno nella repressione del bracconaggio».

Nella loro diffida, le associazioni ambientaliste sottolineano come «l’abuso della legge provvedimento si colloca oltretutto in un quadro in cui Regione Lombardia non ha ancora provveduto all’emanazione di un Piano Faunistico Regionale previsto dall’art. 10 comma 12 della L. 157/92, incorrendo in violazioni che la Corte Costituzionale ha già ben segnalato.

Le modifiche ai tempi di caccia, apportate ieri per talune specie, sono viziate da incostituzionalità perché cristallizzano nuovamente in forma di legge dei contenuti che sono invece propri del calendario venatorio».

Proprio mentre ieri terminavano le votazioni delle Modifiche alla Legge 26/93, la petizione “Stop bracconaggio, Stop deregulation venatoria”, creata sulla piattaforma change.org, raggiungeva le 10.000 firme, traguardo non da poco per un’iniziativa lanciata pochi giorni fa, a dimostrazione che l’opinione pubblica è stanca dei progetti “Calibro 12” della Regione Lombardia.

Le Associazioni ambientaliste lombarde assicurano che intraprenderanno «tutte le iniziative di carattere legale (richiesta di impugnativa al Governo, comunicazione alla Commissione Europea etc) per richiedere l’annullamento dei provvedimenti».

Intanto, dopo l’uccisione di un’aquila nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini e di un’altra nel nido in val Pusteria, in Alto Adige, la Lipu denuncia gravissimi episodi di bracconaggio in Italia: «Un fenomeno che non conosce sosta e che anzi, col recente lockdown, ha approfittato dei minori controlli per colpire di nuovo, in un contesto italiano già preoccupante nel quale la Lipu stima vengano uccisi oltre sette milioni di uccelli selvatici. 

Colpita, in questo caso, la popolazione italiana di aquila reale, presente sia sulle Alpi che sugli Appennini, che conta oggi tra le 622 e le 724 coppie con uno stato di conservazione che la Lipu classifica come “inadeguato”, a causa della contrazione e riduzione dell’habitat.

L’uccisione anche di un solo esemplare, oltre che essere inaccettabile di per sé, può avere dunque gravi ripercussioni sulla conservazione di questo splendido rapace».

Michele Mendi, del consiglio direttivo della Lipu-BirdLife Italia, sottolinea che «l’annuncio del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa dell’imminente presentazione delle nuove norme antibracconaggio nel Collegato ambientale –è un fatto molto positivo ma deve fare i conti con la gravità e l’urgenza della questione.

Per questo chiediamo al Governo di velocizzare le operazioni e dotare il paese di strumenti deterrenti più forti di quelli attuali.

Entro pochi mesi dobbiamo disporre di sanzioni dure e di controlli più serrati, senza i quali rischiamo di perdere la battaglia per la legalità ambientale».

Prosegue intanto la campagna “Stop al bracconaggio” con cui la Lipu, nell’ambito della campagna internazionale contro il bracconaggio #FlightforSurvival e sostenuta dal progetto Life Against bird crime, chiede a Governo e Parlamento di «intervenire subito con un disegno di legge contro il bracconaggio, prevedendo sanzioni più severe e rapportate ai ricavi illeciti che se ne possono trarre e ai danni arrecati alla biodiversità, così come un rafforzamento dei controlli delle forze di polizia, anche col ripristino delle funzioni di vigilanza venatoria delle polizie provinciali».

La Lipu chiede inoltre «la previsione della responsabilità oggettiva degli istituti di caccia per gli atti di bracconaggio: laddove si verificano abbattimenti di specie protette l’attività venatoria è sospesa».

Il contrario di quanto approvato dalla Lombardia e Mendi conclude sottolineando che sarebbe «una norma che rivoluzionerebbe lo scenario attuale, responsabilizzando gli attori locali e dando un serio colpo, dal basso, alle attività illecite».

(Articolo pubblicato con questo titolo il 26 maggio 2020 sul sito online “greenreport.it”)

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