Terminillo, la pista sbagliata

 

Una minaccia incombe su uno spicchio di biodiversità del Lazio.

È il Terminillo Stazione Montana, o più brevemente TSM, un piano per il rilancio dello sci sul Terminillo che rischia di compromettere importanti zone di protezione speciali e siti di interesse comunitario della Rete Natura2000 in provincia di Rieti.

In realtà si tratta di un progetto che viene da lontano.

Tra il 2009 e il 2012 la Regione Lazio ha messo a disposizione un finanziamento di 20 milioni di euro.

Nonostante l’endorsement bipartisan delle forze politiche, finora nessuno degli interventi prospettati è stato realizzato.

Una prima versione del TMS fu bocciata in sede di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) nel 2010.

La seconda versione – presentata nel 2015 – cadde per motivi analoghi: associazioni ambientaliste e comitati locali presentarono osservazioni che documentavano l’insostenibilità ambientale, paesaggistica ed economica del progetto.

La procedura VIA fu arrestata per consentire un ulteriore affinamento, presentato a fine 2019.

Ma anche su questo permangono sostanzialmente inalterati i severi impatti ambientali e paesaggistici delle versioni precedenti: solo per citarne uno, l’integra Valle della Meta sarebbe invasa da un profluvio di impianti destinati a distruggere circa 17 ettari di bosco, in buona parte vetusto, modificando irrimediabilmente il paesaggio.

Il tutto per una proposta economica arrivata fuori tempo massimo: sono anni che al Terminillo gli impianti neppure aprono e secondo i dati della stazione meteorologica locale dal 1958 ad oggi su questa montagna si è perso un giorno di neve sciabile all’anno e così i giorni in cui è possibile sciare sono passati da una media di 140 a soli 60 l’anno, con conseguenze facili di immaginare.

L’investimento totale è di circa 50 milioni di euro: certi sono solo i 20 di origine pubblica, mentre resta ignota la possibile provenienza dei rimanenti.

L’esito occupazionale sarebbe di 17 posti di lavoro a tempo indeterminato e di 87 stagionali.

Ma tutte le ipotesi di redditività sono surreali, basate su una sottovalutazione sistematica dei costi e su una sovrastima dei ricavi, calcolati assumendo un flusso di circa 280 mila sciatori a stagione: in pratica i fruitori dovrebbero decuplicare rispetto al passato grazie a un fantomatico radicale drenaggio dalle altre stazioni sciistiche dell’Appennino.

È curioso vedere come gli studi economici del TSM siano talmente irrealistici da essere quasi disconosciuti persino da chi li ha redatti, concludendosi con un disclaimer dove si legge che il documento è stato redatto esclusivamente sulla base delle informazioni raccolte nel corso delle riunioni con la Provincia di Rieti o da e-mail della Provincia o del progettista del TSM per cui «non si assume la responsabilità, né si fornisce alcuna garanzia per quanto riguarda la veridicità, l’accuratezza e la completezza delle informazioni contenute nel presente documento», concludendo che i destinatari saranno gli unici responsabili delle azioni intraprese facendo affidamento sul contenuto del documento stesso.

«La palese inconsistenza del TSM quale occasione di sviluppo dovrebbe indurre alla prudenza le forze politiche e sociali locali», sottolinea Andrea Filpa, professore associato in Progettazione Urbanistica al Dipartimento di Architettura dell’Università di Roma Tre e delegato regionale del Wwf Lazio.

«E invece sta accadendo l’esatto contrario: dallo scorso aprile, avvicinandosi la decisione finale della Regione Lazio, si sono moltiplicate le affannate dichiarazioni di sostegno.

Il TSM viene dipinto come l’ultima spiaggia di una provincia derelitta, la speranza per la rinascita, la palingenesi di un immobilismo pluridecennale; non si vuole accettare l’evidenza che il TSM sarà espressione di uno sviluppo né sostenibile né insostenibile, ma semplicemente assente».

Ad oggi si presentano tre possibili scenari.

Primo.

Viene riconosciuta la compatibilità ambientale, ovvero il TSM supera la VIA. Ipotesi non probabile – sono veramente troppe le violazioni normative che comporta – ma sempre possibile.

Vi saranno ricorsi e, se verranno superati anch’essi, tra qualche anno si paleserà il disastro annunciato.

Secondo.

Viene permesso di realizzare solo le opere coerenti con la normativa territoriale e paesaggistica vigente, ovvero l’ammodernamento in situ degli impianti esistenti.

Probabilmente è quello a cui oggi puntano i promotori: sanno bene che spendere i 20 milioni di euro di finanziamento regionale sarà facile, mentre ben più difficile sarà trovare investitori privati per realizzare il progetto nel suo insieme. In ogni caso saranno soldi pubblici buttati.

Terzo.

Il TSM viene bocciato, come la normativa imporrebbe.

Probabilmente il suo naufragio sarà imputato agli ambientalisti che in realtà hanno semplicemente chiesto il rispetto delle regole evidenziando le enormi lacune tecniche del progetto.

Ma se anche dovesse arrivare l’auspicabile bocciatura, cosa sarà di questo territorio?

«Il Terminillo rimarrà comunque in attesa che emerga dai suoi abitanti e dalle sue istituzioni una visione diversa che ne tratteggi il futuro», conclude Filpa.

«Una visione che superi quella ormai decotta della Montagna di Roma di mussoliniana memoria; il Terminillo è ben di più.

Il Terminillo è una componente essenziale di un sistema dell’Appennino Centrale che riunisce Sibillini, Gran Sasso, Laga, Maiella, tutte realtà montane su cui, insieme a quelle dello storico Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise, da tempo sono stati istituiti importanti parchi nazionali che nel loro insieme rappresentano l’area protetta più grande d’Europa.

È in questi legami che va ricercato il futuro del Terminillo: nell’innesto sulle reti lunghe – i cammini religiosi, i sentieri e i tracciati ciclistici nazionali – nel turismo naturalistico e nell’accoglienza diffusa, nelle produzioni locali.

Il Terminillo ha molto da dare, ma va interpretato con occhi nuovi».

(Articolo di Dante Caserta, pubblicato con questo titolo il 4 giugno 2020 sul “L’Extraterrestre” allegato al quotidiano “il Manifesto” di pari data)

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