Le coltivazioni sul pianeta rosso avranno i profumi della Sardegna

 

I primi astronauti che metteranno piede su Marte mangeranno, in un certo senso, italiano.

Il brevetto per il cibo sul Pianeta Rosso parla sardo.

DASS, il Distretto Aerospaziale della Sardegna, ha acquisito anni fa un brevetto in grado di garantire il sostentamento di missioni umane su Marte.

A inizio 2020 è arrivato l’ok anche da parte dell’India, dopo che già Cina, Europa, Giappone, Russia e Stati Uniti avevano detto sì.

I ricercatori dell’Università di Cagliari e del Centro di Ricerche Sviluppo e Studi Superiori in Sardegna, ora soci del DASS, guidati dal professor Giacomo Cao, sono riusciti a inventare un processo capace di generare cibo sfruttando le risorse presenti sul Pianeta Rosso: il suolo, prima di tutto, ma anche i relativi componenti, come pure l’anidride carbonica, di cui l’atmosfera marziana è quasi completamente costituita, per ottenere ossigeno, fertilizzanti, propellenti e biomassa edibile.

«La tecnologia che abbiamo brevettato prevede numerosi stadi tra loro notevolmente interconnessi, che potremmo suddividere in due sezioni» spiega Cao: «Una contraddistinta da processi chimico-fisici, dalla quale si possono ottenere ad esempio fertilizzanti, e l’altra che contempla operazioni unitarie a carattere biologico, da cui si produce biomassa edibile, anche con l’impiego di microalghe».

Uno dei mantra della NASA è lo sviluppo di nuove tecnologie per l’esplorazione dello spazio che sfruttino le risorse disponibili in situ, tali da consentire un abbattimento dei costi e l’allungamento dei tempi di missione.

Cao e i suoi colleghi hanno ideato una cupola geodetica capace di mantenere le condizioni necessarie a consentire la coltivazione e la presenza di umani al suo interno, con un’atmosfera respirabile e una temperatura di minimo 10 gradi, garantita dall’energia raccolta da pannelli solari, un’escavatrice, macchinari per mantenere stabile il calore e l’umidità, e tubature per convogliare l’acqua estratta dal suolo.

«La cupola servirà anche a proteggere attrezzature e astronauti dalle radiazioni solari».

Ma cosa potremo coltivare su Marte?

«Specie alimentari di vario genere: sicuramente alghe, ma anche altri vegetali.

Per l’arrivo dell’uomo si parla del 2030, ma fosse anche il 2040 poco cambierebbe.

 

Con poco meno di 500mila euro ottenuti dalla Agenzia Spaziale Italiana nel 2009 siamo riusciti a realizzare due brevetti internazionali e due brevetti italiani, un grande orgoglio per noi».

A chi lo interroga dubbioso sul senso di tutti questi progetti spaziali, Cao ricorda che esistono molte applicazioni sulla Terra di tecnologie nate per l’esplorazione dello spazio: dalle tute ignifughe alle pellicole degli occhiali per sciare fino alle celle a combustibile.

Cao è anche responsabile scientifico del progetto Small Mission to Mars, che coinvolge DAC (Distreto aerospaziale della Campania), il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali, Avio e altri, che consentirà all’Italia di essere annoverata tra i pochissimi Paesi al mondo in grado di raggiungere Marte sperimentando l’utilizzo di tecnologie nazionali proprietarie.

Su Marte entro il 2027, se tutto andrà bene, con una sonda di elevata tecnologia interamente progettata e realizzata in Italia, che verrà portata sul pianeta grazie al Vega, il lanciatore sviluppato in ambito Esa.

«I nostri punti di forza sono affidabilità e economicità.

Prevediamo di svilupparlo in sette anni, con un investimento di 250 milioni di euro, oltre ai 50 milioni del Vega».

A dimostrazione che il settore aerospaziale rappresenta un volano strategico, e neanche così costoso, per lo sviluppo e l’occupazione nel Belpaese.

(Articolo di Miriam Carraretto, pubblicato con questo titolo  l’11 giugno 20920 su “L’Extraterrestre” allegato al quotidiano “il manifesto” di pari data)

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