«Stamperemo cibo spaziale»

 

Fino ad oggi gli astronauti hanno mangiato cibi conservati, ma la prospettiva di Marte cambia tutto, perché solo per raggiungere il Pianeta Rosso e tornare sulla Terra sarà necessario un viaggio di circa due anni.

Thales Alenia Space, leader mondiale in campo aerospaziale, sta già lavorando alle coltivazioni senza suolo attraverso una serra sperimentale in Antartide, Eden ISS.

Un esperimento i cui risultati stanno facendo scuola in tutto il mondo.

Liliana Ravagnolo è la responsabile ALTEC, costola di Thales Alenia, delle operazioni di missione e del training degli astronauti e si sta occupando della preparazione degli operatori di terra del Rover Operations Control Center (ROCC), la centrale operativa che da ALTEC a Torino seguirà la missione ExoMars 2020.

Fra le prime donne al mondo a conseguire la certificazione da parte della NASA per l’addestramento degli astronauti, Ravagnolo è una grande esperta di space food.

Dottoressa Ravagnolo, cosa significa oggi parlare di cibo spaziale?

La preparazione del cibo spaziale deve rispondere a parecchi requisiti che sono determinati dalle principali agenzie spaziali di riferimento per il cibo, la NASA, con il NASA Food Lab, e l’agenzia spaziale russa, con l’IBMP-Institute for Biomedical Problems.

I requisiti sono pensati per un utilizzo ottimale del cibo in ambiente spaziale ma possono essere traslati per un utilizzo a terra in situazioni estreme, come le razioni di emergenza per militari, squadre di soccorso o di pronto intervento in caso di terremoti o eventi particolari, spedizioni di esplorazione in luoghi impervi come il deserto o l’Antartide.

I menù sono studiati per garantire il giusto apporto nutrizionale e calorico.

In particolare, non viene consentito l’uso di sale aggiunto, per limitare le conseguenze già indotte dall’ambiente di microgravità sulla circolazione del sangue. Inoltre, si utilizzano particolari procedure di conservazione del cibo che ne consentano la consumazione fino a 24 mesi dalla data di produzione in ambiente non refrigerato: la deidratazione e la termostabilizzazione.

Come vi state preparando alla missione su Marte e quale sarà l’apporto italiano?

ALTEC partecipa al programma ExoMars 2022, il primo rover europeo che verrà inviato sul suolo marziano alla ricerca di tracce di vita.

In ALTEC abbiamo il ROCC (Rover Operations Control Center), da dove gli esperti comanderanno il rover una volta arrivato su Marte.

Al momento sono attivi solo progetti di esplorazione robotica del pianeta, mentre per quelli relativi all’esplorazione umana dovremo aspettare ancora un po’.

Le competenze sviluppate nel seguire il programma ExoMars saranno però sicuramente utili in futuro anche per la gestione di una missione umana.

Dovremo far fronte ai ritardi nella comunicazione dovuti alla distanza fra i due pianeti, ci abitueremo a pianificare le attività e a dare supporto agli astronauti da remoto non solo nel senso dello spazio ma anche del tempo. Stiamo studiando per esempio dei sistemi di supporto alle operazioni e all’addestramento basati sulla realtà virtuale e aumentata.

Thales Alenia sta studiando anche la coltivazione senza suolo in Antartide…

Questi studi sono dedicati alla seconda fase dell’esplorazione umana dello spazio, quella della produzione del cibo in loco, una volta che le basi spaziali saranno consolidate.

Si stanno studiando delle serre idroponiche che potranno produrre verdura e frutta in quantità.

Al momento sulla Stazione c’è Veggie, un dimostratore americano molto piccolo.

Lo scopo non è sostituire l’attuale dieta degli astronauti, ma provare a produrre del cibo commestibile in condizioni di microgravità.

In attesa di avere serre spaziali per la produzione di cibo in loco, state progettando macchine a stampaggio 3D in grado di produrre cibo direttamente nello spazio.

Luca Parmitano ad esempio ha cotto biscotti in orbita… A che punto siete con questo progetto?

Queste macchine consentono di impostare delle ricette: ogni cartuccia contiene un singolo ingrediente.

Si seleziona la ricetta e si procede al suo stampaggio in strati successivi. In missioni di esplorazione umana verso la Luna e Marte, che prevedono la costruzione di basi permanenti, i principali problemi da risolvere relativamente al cibo saranno la fornitura del cibo nel periodo iniziale, e la produzione di cibo in loco, che richiederà del tempo per arrivare a regime.

Per coprire questo lasso di tempo, abbiamo studiato varie possibilità, fra cui l’utilizzo di stampanti 3D per il cibo.

Il vantaggio è l’utilizzo di ingredienti di base liofilizzati a cui verrà aggiunta l’acqua solo in fase di stampaggio.

Questo garantisce la durata del cibo per cinque anni.

Per realizzare i piatti, chef e nutrizionisti stanno studiando alcune ricette che si basino su un numero limitato di ingredienti base e che, stampati in serie, realizzino il piatto.

Quali sono i maggiori problemi e ostacoli con cui vi troverete a fare i conti?

Rimangono ancora parecchi nodi da sciogliere per garantire una sicura esplorazione umana dello spazio e degli altri pianeti.

Prima di tutto dovranno essere sviluppate nuove tecnologie e nuovi vettori che siano in grado di trasportare gli astronauti in modo sicuro ed efficiente.

La NASA sta sperimentando una serie di nuovi vettori, tra cui il Falcon Heavy di SpaceX, la società di Elon Musk.

In parallelo sta procedendo nella realizzazione dello Space Launch System (SLS), un sistema di lancio orbitale pesante unito alla capsula Orion, che dovrebbe essere utilizzata per i viaggi interplanetari.

Ma c’è anche la questione della protezione dalle radiazioni, la capacità di costruire in loco habitat funzionali e protettivi rispetto all’ambiente esterno, e lo sviluppo di nuove tute che siano adatte all’esplorazione planetaria.

(Articolo di Miriam Carraretto, pubblicato con questo titolo  l’11 giugno 20920 su “L’Extraterrestre” allegato al quotidiano “il manifesto” di pari data)

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