Nucleare italiano, una pesante eredità economico-ambientale e senza deposito

 

Alla fine il problema dei rifiuti, specialmente ma non certo solo quelli speciali/pericolosi, è sempre lo stesso: non si sa dove metterli.

Succede per l’amianto, succede per i rifiuti radioattivi.

E la conferma, ennesima, arriva dall’audizione dei vertici di Sogin da parte della commissione Ecomafie.

Al termine della quale il Presidente della Commissione Ecomafie Stefano Vignaroli ha detto molto sinteticamente che: «Dall’audizione di oggi è emersa l’ennesima conferma che il non decidere ha costi alti per la collettività.

I ritardi nella realizzazione del Deposito nazionale e nel recepimento della direttiva Euratom 2013/59 non sono senza conseguenze, ma anzi comportano un aumento di tempi e di oneri.

Proprio riguardo al recepimento della direttiva, ho cercato di dare il mio contributo segnalando alle commissioni consultive le criticità su cui porre attenzione.

Invito tutte le istituzioni a fare la propria parte con il massimo impegno, perché anche il nostro Paese possa gestire i rifiuti radioattivi in sicurezza e in efficienza».

A spiegare lo stato delle cose, i rappresentanti di Sogin Spa: il Presidente Luigi Perri e l’amministratore delegato Emanuele Fontani.

L’audizione ha riguardato la gestione dei rifiuti radioattivi per la quale è in corso un aggiornamento del piano a vita intera che dovrebbe terminare entro questo mese di giugno.

È stato inoltre riferito che è in corso anche la redazione di un nuovo piano industriale che ha tra gli obiettivi un recupero di efficienza.

Sarà inoltre pubblicato presto il bando di gara per il Cemex, il complesso di cementazione e stoccaggio dei rifiuti liquidi dell’Eurex di Saluggia e saranno avviate importanti bonifiche a carattere ambientale sui siti di Latina e di Bosco Marengo.  

E’ poi in fase di realizzazione presso la centrale di Trino l’impianto per il trattamento dei fanghi e delle resine SiCoMor.

Più in generale, è utile ricordare che Sogin rappresenta il soggetto cui è stata affidata l’attività di gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi in Italia, con costi individuati in 7,2 miliardi di euro, anche se dal 2001 al 2018 il programma di smantellamento è stato realizzato per circa un terzo delle attività ma è già costato 3,8 miliardi di euro.

Dati che suggeriscono le non poche difficoltà cui sta andando incontro l’operazione.

I rappresentanti di Sogin hanno inoltre riferito che nel 2019 la società ha avviato lo sviluppo di AIGOR (Applicativo informatico di gestione oggetti radioattivi), che consente di estendere le procedure di gestione dei rifiuti radioattivi a tutte le sorgenti e a tutti i materiali, anche potenzialmente rilasciabili, già prodotti o che verranno generati dalle future attività di decommissioning nucleare.

Con il decommissioning di otto siti nucleari, secondo quanto detto dai vertici Sogin, si potrebbero riciclare oltre un milione di tonnellate di materiali, pari circa all’89% di quelli complessivamente smantellati.

Sul fronte dei rifiuti radioattivi al momento stoccati all’estero, si sa solo che al momento sono in corso trattative con la Francia e il Regno Unito.

Insomma, l’eredità del nucleare è ancora molto pesante, anche se dà lavoro a quasi mille dipendenti.

Come già accennato, al proposito i rappresentanti di Sogin hanno segnalato i due temi più importanti per la chiusura del ciclo nucleare italiano: la realizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi e il recepimento, non ancora avvenuto dopo sette anni, della Direttiva 2013/59/EURATOM.

Nessun progresso neanche per il Deposito: un progetto da 1,5 miliardi di euro che dovrebbe essere completato entro il 2025, ma di fatto non abbiamo ancora idea di dove verrà realizzato.

La Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) a ospitare il deposito sono stati individuati 100 possibili siti ormai dal gennaio 2015, ma da allora è sempre rimasta chiusa in un cassetto.

Tutto ciò sta  comportando un allungamento dei tempi e una conseguente crescita dei costi.

Rimangono ad esempio in attesa di autorizzazione il decommissioning degli impianti (che in qualità di centrali nucleari hanno chiuso i battenti negli anni Ottanta e sono in smantellamento da allora) di Saluggia, Casaccia e Rotondella e la disattivazione del Reattore Ispra-1, recentemente entrato nel perimetro Sogin.

(Articolo pubblicato con questo titolo il 17 giugno 2020 sul sito online “greenreport.it”)

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