Il mistero del picco di radiazioni nel Baltico. La Russia nega di esserne l’origine

 

Dei livelli di radioattività più elevati del normale sono stati recentemente rilevati su una grande area dell’Europa nord-orientale, tra i Paesi scandinavi, quelli Baltici e la Russia.

L’origine del picco, non pericoloso per la salute umana o l’ambiente, resta indeterminato, anche perché la Russia ha negato che la fonte possano essere le sue centrali nucleari.

Ma il rapporto sul picco radioattivo delle stazioni di sorveglianza scandinave del  Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty Organization (CTBTO) ha scatenato una raffica di speculazioni nei media locali ed europei sulle sue possibili origini.

La scorsa settimana, le sezioni CTBTO  di Finlandia e Svezia hanno riportato livelli più alti della norma di rutenio 103, cesio 134 e cesio 137 durante il mese di giugno, in Norvegia sono stati registrati picchi anomali anche di iodio 131.

I Paesi scandinavi non hanno accusato direttamente la Russia, ma il Rijksinstituut voor Volksgezondheid en Milieu – RIVM l’Istituto nazionale olandese per la salute pubblica e l’ambiente – il 256 giugno ha detto che un’analisi dei dati suggerisce che «le radiazioni provenivano dalla direzione della Russia occidentale» e che il modello «può indicare un danno a un elemento del combustibile in una centrale nucleare».

Ma il RIVM ha aggiunto che «una posizione specifica della sorgente non può essere identificata a causa del numero limitato di misurazioni».

Il Moscow Times evidenzia che il 28 giugno il RIVM ha precisato di non aver identificato in modo specifico la Russia come il Paese di origine dell’apparente incidente e che la sua dichiarazione iniziale, rilasciata in olandese, potrebbe essere stata tradotta male: «L’affermazione fatta dal RIVM è che i radionuclidi hanno viaggiato dalla direzione della Russia occidentale verso la Scandinavia, ma che in questo momento nessun Paese di origine specifico può essere indicato».

Un portavoce di Rosenergoatom, il ramo utility della compagnia nucleare statale russa Rosatom, ha negato che ci siano state fughe radioattive nella Russia occidentale e un suo  portavoce ha dichiarato all’agenzia Tass che le due centrali nucleari russe presenti nell’area –  Leningrado, vicino a San Pietroburgo e Kola vicino a Murmansk – «stanno funzionando in regime normale. Non ci sono state lamentele sul lavoro delle attrezzature.

A giugno, i livelli di radiazione in entrambe le centrali nucleari e le aree circostanti sono rimasti invariati».

Come il RIVM olandese, anche le agenzie nucleari e ambientali svedesi, finlandesi e norvegesi hanno dichiarato di non essere in grado di individuare l’origine della perdita e l’International atomic energy agency  ha detto di aver contattato la Russia per chiedere chiarimenti.

Andrei Zolotkov, direttore dell’ufficio di Murmansk dell’ONG ambientalista/scientifica norvegese-russa Bellona, ​​ha evidenziato però che «gli isotopi rilevati dalle autorità scandinave non sono presenti in natura e devono essere nati da un impianto nucleare creato dall’uomo». 

Ma ha escluso che l’apparente perdita possa provenire da una nave a propulsione nucleare, molte delle quali operano nella Russia nordoccidentale: «Sarebbe improbabile che una piccola perdita a livello del mare penetri nell’atmosfera superiore».

Invece, «le centrali nucleari, con le loro alte torri di raffreddamento, potrebbero dare radiazioni misurabili dai sensori scandinavi ed europei. 

Tuttavia, non dovrebbero essere presi in considerazione solo gli impianti russi. 

La Finlandia gestisce 4 centrali nucleari commerciali e la Svezia ne gestisce 7.

Le concentrazioni di radiazioni misurate dalle agenzie europee sono molto piccole e non si prestano a conclusioni inequivocabili».

Il problema è che la Russia, che gestisce 36 reattori nucleari commerciali in 11 centrali nucleari, ha una lunga storia di fughe radioattive negate: il tentativo più colossale e famoso di negazione di un incidente nucleare è stato quello del disastro nucleare di Chernobyl nel 1986, quando c’era ancora l’Unione Sovietica, ma nel 2017 la Russia ha negato di aver causato una nuvola di radiazioni rilevata in gran parte dell’Europa, ma 2 anni dopo una ricerca internazionale ha stabilito che la fuga, che ha superato per gravità quella di della centrale nucleare Usa di Three Mile Island, era stata probabilmente originata dalla Mayak Production Association, il più grande sito di ritrattamento di combustibile nucleare della Russia. 

Nel 2019, la Russia è stata accusata di aver nascosto un altro incidente radioattivo vicino a Severodvinsk nell’Artico e solo in seguito ha ammesso che si trattava di un test fallito di un missile a propulsione nucleare.

Popular Mechanics evoca proprio la pista di un nuovo test di un’arma nucleare come quello fallito il 29 gennaio 2019 a Kapustin Yar, uno dei principali poligoni per i test degli armamenti russi.

Un’altra possibile causa potrebbero essere gli incendi che stanno devastando i boschi in Russia e nei Paesi vicini, interessati dalla fallout radioattivo di Chernobyl.

Un fenomeno già osservato nei Paesi Baltici, nelle “nubi”  radioattive provenienti da delle centrali elettriche a biomassa della Lettonia, che utilizzavano legname proveniente da Gomel e Moguilev, in Bielorussia, particolarmente contaminato.

Ma la Commission de Recherche et d’Information Indépendantes sur la Radioactivité (Criirad), una nota ONG anti-nucleare francese specializzata nel controllo della radioattività non crede a questa ipotesi: «L’individuazione a Helsinki di elementi radioattivi di breve durata, il cesio 134 (periodo di 2 anni) e in particolare il rutenio 103 (periodo di 39 giorni), consente di escludere che si tratti solo della combustione di biomassa contaminata dal fallout di Chernobyl nel 1986».

Insomma, il mistero del picco della radioattività resta, almeno fino al prossimo studio internazionale che individuerà la fonte.

(Articolo pubblicato con questo titolo il 1 luglio 2020 sul sito online “greenreport.it”)

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