I fondi Ue per la ripresa? Usiamoli per mettere in sicurezza l’Italia dagli eventi meteo estremi

 

Adesso che dal Consiglio europeo è arrivato l’ok decisivo – in attesa di sviluppi all’Europarlamento – sui fondi per la ripresa post-Covid, che per l’Italia valgono qualcosa come 209 miliardi di euro, è indispensabile che queste risorse siano messe adeguatamente a frutto: le principali direttrici d’investimento individuate da Bruxelles riguardano digitalizzazione e Green new deal, per l’Italia un’opportunità storica di mettere mano alla cura del proprio territorio sempre più a rischio a causa della crisi climatica in corso.

La bomba d’acqua che ha solo pochi giorni fa ha colpito Milano non rappresenta, come ormai dovrebbe essere chiaro, un fenomeno isolato.

Dall’inizio dell’anno ad oggi lungo la Penisola si sono verificati 71 nubifragi con precipitazioni violente e bombe d’acqua, con un aumento del 31% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno; a Milano anche il Seveso è tornato a esondare, per la ventesima volta in dieci anni.

Nel mentre il clima italiano già oggi si surriscalda a velocità quasi doppia rispetto alla media globale, eppure la lotta ai cambiamenti climatici è ferma al palo.

Questo significa che in parte gli effetti della crisi climatica sono inevitabili, ed è necessario rendere più resiliente il nostro territorio per potervi fare fronte.

«Noi di Cap nel nostro piano industriale 2020-2024 abbiamo destinato per i prossimi 5 anni oltre 160 milioni di euro per efficientare il sistema fognario e renderlo performante rispetto a eventi climatici sempre più intensi e frequenti –  commenta Alessandro Russo, vicepresidente di Utilitalia e presidente del gestore del servizio idrico integrato della Città metropolitana di Milano – Ma per mettere in sicurezza idraulica da eventi climatici estremi tutti i Comuni della Città metropolitana di Milano servirebbe oltre 1 miliardo di euro, per l’intero Paese il fabbisogno è addirittura di circa 7 miliardi.

Il Recovery fund è un’opportunità formidabile che non possiamo farci scappare».

Nel dettaglio sono 7,2 i miliardi di euro individuati da Utilitalia come necessari per far fronte a eventi climatici estremi correlati alla siccità, ma più in generale le aziende di servizio pubblico prevedono un fabbisogno di investimenti pari a 30 miliardi di euro nei prossimi cinque anni nel settore idrico.

E il perimetro degli investimenti necessari per mettere ragionevolmente in sicurezza il Paese dal punto di vista idrico e idrogeologico è ancora più ampio: è stato lo stesso ministero dell’Ambiente, nel 2013, a stimare in 40 miliardi di euro e 15 anni di lavori il necessario per mettere sotto controllo il rischio idrogeologico lungo lo Stivale.

Possono sembrare molti, ma negli ultimi vent’anni l’Italia ne ha spesi la metà – circa 20 miliardi di euro – solo per “riparare” i danni legati al dissesto idrogeologico: anche in questo caso, dunque, prevenire conviene.

Adesso grazie all’Europa le risorse economiche potrebbero rendersi finalmente disponibili, ma occorre anche saperle spendere.

Un aspetto su cui il nostro Paese registra ancora molte lacune, come dimostra da ultimo l’indagine del Sole 24 Ore in merito alle vasche di laminazione del fiume Seveso che ancora devono vedere la luce a causa di opposizioni locali.

«Servono le risorse e occorre chiarire il nodo delle competenze – continua Russo – noi gestori del servizio idrico siamo pronti ad accettare la sfida e prendere in carico la sicurezza idraulica del territorio.

Ma non basta aumentare gli investimenti, serve un patto d’intesa tra Governo, gestori del servizio idrico e amministrazioni locali per superare le resistenze della tortuosa macchina della burocrazia e del vizio italico dei ricorsi e controricorsi.

Oggi abbiamo sotto gli occhi la prova tangibile dei danni provocati da questi continui ritardi dei territori».

(Articolo di Luca Aterini, pubblicato con questo titolo il 27 luglio 2020 sul sito online “greenreport.it”)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Vas