Maldive, il progetto italiano per salvare la barriera corallina dallo sbiancamento: “Con il riscaldamento globale è sempre più intenso”

 

Far tornare le scogliere coralline delle Maldive al loro stadio originale, prima che il cambiamento climatico le “sbianchi” portandole alla morte.

L’università di Milano Bicocca e l’Acquario di Genova si sono uniti per salvare i coralli dal fenomeno del “coral bleaching” attraverso un progetto per “restaurare” le scogliere.

L’ateneo Bicocca aveva istituito il primo centro di ricerca dell’arcipelago con questo scopo: il MaRHE center Maldive. 

Adesso, la ricerca raddoppia con la nascita di una sede distaccata: il MaRHE center Acquario di Genova.

La sfida della ‘coral restoration’ è tutt’altro che semplice: “Il primo grosso evento di sbiancamento alle Maldive è avvenuto nel 1998 – spiega a ilfattoquotidiano.it Davide Seveso, ecologo marino dell’università Milano Bicocca – fu un episodio drammatico, dovuto al fenomeno naturale El Niño, in cui morì circa il 90% dei coralli e ne scomparirono alcuni molto sensibili agli stress termici come gli Stylophora“.

Tuttavia, negli anni successivi gli animali sono riusciti a riprendersi, “tornando alla loro funzionalità e a un ricoprimento delle scogliere simile al pre-bleaching”, aggiunge Seveso.

Invece ora, a causa del riscaldamento globale, “gli eventi di sbiancamento nel mondo sono così frequenti e intensi che le scogliere coralline non hanno abbastanza tempo per recuperare“.

Con lo sbiancamento avvenuto nel 2016 – considerato come il più intenso e distruttivo a livello mondiale – gli enormi coralli ramificati e tabulari delle Maldive sono stati completamente rasi al suolo“.

E ancora oggi, dopo quattro anni, “molte scogliere coralline appaiono irrimediabilmente danneggiate“, aggiunge il ricercatore.

Per fortuna in alcune aree si osserva la crescita di piccole reclute coralline”.

Il punto è che ormai il fenomeno del coral bleaching avanza ininterrottamente: “Anche lo scorso maggio e giugno alle Maldive abbiamo avuto eventi di bleaching a macchia di leopardo”, denuncia Seveso.

Ma perché il progetto si focalizza proprio sulle Maldive?

Innanzitutto perché sono un hot-spot ricchissimo di biodiversità“, spiega l’ecologo, “occupano un’area di soli 8.920 km quadrati, rappresentano il 5% dei reef corallini di tutto il mondo, ma ospitano circa 300 specie di corallo.

Inoltre, con la loro altitudine massima di 1 metro sul livello del mare, sono delle zone chiave per studiare il problema dell’innalzamento degli oceani“.

Seveso spiega poi nel dettaglio come si ‘ripara’ una scogliera: “Si prende un frammento di una colonia madre e si attacca (letteralmente) sulle scogliere rovinate, dove si moltiplicherà sfruttando la capacità dei coralli di riprodursi asessualmente, generando cloni di se stessi“.

Per ottenere un restauro “completo” occorre facilitare la crescita di coralli con esigenze diverse, per questo i ricercatori installeranno sia delle “rope nurseries“, cioé “delle corde sospese a mezz’acqua sulle quali crescono per lo più i coralli ramificati”, ma metteranno anche delle “table nurseries, tavole destinate soprattutto per i coralli di tipo massivo”.

I primi impianti avverranno nell’isola di Magoodhoo, nell’atollo di Faafu, dove si trova il MaRHE center.

“Con le tecniche attuali possiamo allevare fino a 8mila colonie di corallo all’anno: considerando che la densità ideale per il trapianto è di 4 colonie al metro quadro, prevediamo di ripristinare circa 2mila metri all’anno, anzi, l’obiettivo è di arrivare a un ettaro all’anno”.

Sembra facile, ma in realtà “per far ciò ci vogliono settimane e decine di immersioni ogni anno”, ragiona Seveso.

Alle Maldive non è solo il riscaldamento globale a creare problemi.

C’è anche la questione sovrappopolazione.

La chiamano land reclamation – chiarisce l’ecologo – e consiste nel creare isole artificiali o aumentare le esistenti ricoprendo di sabbia il reef“.

Poi c’è l’agricoltura “con i suoi fertilizzanti chimici e i pesticidi che in mare causano una proliferazione di alghe che soffoca i coralli”.

Altra questione: la pesca intensiva e le malattie causate da batteri, funghi, protozoi che “indeboliscono gli ecosistemi” e persino “l’attacco di infestanti predatori corallivori, come la stella corona di spine”.

L’Acquario di Genova è un partner importante, perché è esperto di riproduzione di coralli. 

Silvia Lavorano, Curatrice del Dipartimento Tropicale Acquario di Genova, racconta a ilfattoquotidiano.it: “Nel 1992, anno di apertura della struttura, avevamo solo vasche con coralli artificiali e l’idea di popolarle con coralli vivi era quasi un sogno.

Oggi vantiamo solo coralli riprodotti da noi in acquario, 2500 individui appartenenti a 60 specie diverse tra coralli duri e molli, che abitano le nostre 7 vasche espositive e 14 vasche curatoriali, per un totale di 270.000 litri d’acqua”.

In particolare, l’Acquario verificherà “l’influenza delle microplastiche sui coralli, studio che ha già affrontato sulle meduse e valuterà quali materiali biologici sono più consoni all’insediamento delle loro larve.

Infine si occuperà di studiare possibili cure a certe malattie”, precisa Lavorano.

Abbiamo anche esperienza sul campo: l’Acquario di Genova tra il 2004 ed il 2010 ha svolto alle Maldive sette campagne scientifiche, in collaborazione con le Università di Genova e di Urbino“.

(Articolo di Gabriele Vallarino, pubblicato con questo titolo il 28 luglio 2020 sul sito online “Ambiente & Veleni” del quotidiano “Il Fatto Quotidiano”)

 

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