La decarbonizzazione totale creerebbe 25 milioni di posti di lavoro solo negli Usa

 

Secondo il rapporto “Mobilizing for a zero carbon America: Jobs, jobs, jobs, and more jobs, pubblicato da Saul Griffith e Sam Calisch di Rewiring America, «la decarbonizzazione rapida e totale dell’economia americana, triplicando le dimensioni della rete elettrica e sostituendo quasi tutte le auto a combustione con una elettrica, creerebbe 25 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti».

Griffith e Calisch sostengono che sia i cambiamenti climatici che l’ondata di disoccupazione da  coronavirus possono essere affrontati e risolti con una mobilitazione totale, da diversi trilioni di dollari, «come quella che ha aiutato l’America a vincere la guerra mondiale II».

Probabilmente, leggendo il rapporto, molti  esperti di energia e diversi ambientalisti scuoteranno la testa increduli: per Griffith e Calisch gli Usa dovrebbero raddoppiare le loro centrali nucleari – che evidentemente considerano energia pulita -, quadruplicare la capacità della rete elettrica e contare su 3 trilioni di nuove spese federali. 

Ma si tratta di un piano che può essere attuato con le tecnologie esistenti, non richiede la chiusura anticipata di centrali a carbone o gas e cambiamenti nel comportamento dei consumatori.

Griffith, del Massachusetts Institute of Technology, ha detto ad A&E News che «è tempo di considerare la transizione energetica come qualcosa che potrebbe creare sia un enorme quantità di posti di lavoro sia un’abbondante energia a basso costo, a differenza della “mentalità della scarsità” che ha guidato la politica energetica degli Stati Uniti dagli anni ’70.

Non puoi semplicemente aumentare il chilometraggio delle auto e risolvere i cambiamenti climatici».

Il rapporto va comunque ben oltre il programma del candidato democratico alla presidenza Usa, Joe Biden, che chiede di azzerare le emissioni per produrre elettricità entro il 2035.

Pur dandosi la stessa scadenza temporale, il piano di Griffith Calisch eliminerebbe non solo le emissioni dalla rete, ma anche dalla maggior parte del resto dell’economia, compresi i trasporti, l’industria e gli edifici.

Naturalmente contro queste previsioni si è subito scagliata la lobby petrolifera che appoggia Donald Trump – e viceversa –  e in particolare Dustin Meyer, boss dell’American Petroleum Institute, che sostiene l’industria petrolifera e del gas: «Questa è una timeline molto, molto aggressiva. Questo rende la sfida della decarbonizzazione molto più difficile.

 Le centrali elettriche a gas svolgono un ruolo cruciale nel bilanciare la rete – sia minuto per minuto che stagione per stagione – un problema che il piano di Griffith non affronta direttamente».

Infatti, nel  piano, pur non escludendoli, viene lasciato solo un piccolo ruolo ai combustibili fossili che poi dovranno scomparire. 

La rete dovrebbe essere ampliata perché quasi tutto funzionerebbe con l’elettricità e, per farlo, richiederebbe moltissimi lavoratori. quasi tutte le attività funzionerebbero a elettricità e alla fine, dovrebbero essere elettrificati «i 250 milioni di veicoli di veicoli, i 30 milioni di famiglie, i 6 milioni di camion, tutti di produzione e processi industriali e 5,5 milioni di edifici commerciali che coprono 90 miliardi di piedi quadrati».

Il rapporto è sostenuto da Rewiring America, un nuovo progetto del Windward Fund, un’organizzazione no profit che supporta cause ambientali. 

Rewiring America è guidata da Griffith, 46 anni, e da Alex Laskey, 43 anni, che ha co-fondato Opower, un’azienda per l’efficienza energetica che 4 anni fa è stata venduta a Oracle Corp.

Griffith ha dichiarato di aver scritto il rapporto per «fornire una parte mancante della transizione verso l’energia pulita: cosa si potrebbe ottenere da una rivoluzione dell’energia pulita, compresi i lavori?

Gli ambientalisti tradizionali e il movimento giovanile, hanno le giuste aspirazioni, ma non sanno cosa chiedere perché nessuno ha disegnato nella loro mente un quadro di ciò che è possibile».

L’ingrediente essenziale della proposta di Rewiring America è elettrificare quasi tutto a partire dalla prossima generazione: «Questo è abbastanza semplice da immaginare: quando l’auto di qualcuno raggiunge l’età pensionabile, viene sostituita con un veicolo elettrico.

Quando un impianto a  gas naturale viene chiuso, viene sostituito con impianti nucleari o rinnovabili», spiega il rapporto.

Il piano prevede forti iniezioni di investimenti nel sistema elettrico statunitense per portarlo dagli attuali 450 gigawatt di elettricità erogata fino a 2.000 GW.

Ma questo, secondo il rapporto, in realtà porterebbe a una riduzione di oltre la metà della domanda complessiva di energia Usa, «perché le macchine elettriche sono in genere più efficienti di quelle che fanno affidamento sulla combustione. Il fabbisogno complessivo di energia degli Stati Uniti scenderà da circa 98 a circa 42 quad». 

Un “quad” è 1 quadrilione di unità termiche britanniche e rappresenta una quantità sbalorditiva di energia.

Le industrie che non potranno essere elettrificate – voli a lunga distanza e camion per trasporti pesanti, miniere e costruzioni, produzione di acciaio, veicoli agricoli – rappresentano circa 5-10 quad di energia. 

Ma secondo il piano di Rewiring America, nemmeno questi sarebbero più alimentati con combustibili fossili ma da idrogeno o altri carburanti sintetici. 

L’energia per questi combustibili verrebbe fornita dai parchi solari e eolici e dalle centrali nucleari statunitensi, che raddoppierebbero da 100 GW a 200 GW, trovando probabilmente la fiera opposizione di organizzazioni ambientaliste antinucleari come Greenpeace e Sierra Club,

Tanto per capire cosa viene proposto, l’unico nuovo progetto di costruzione di una centrale nucleare negli Usa, Plant Vogtle Units 3 e 4 in Georgia, è destinato ad aggiungere una capacità combinata di 2,2 GW alla rete elettrica quando sarà – forse – pronta all’inizio di questo decennio e si tratta di un progetto funestato da incidenti, ritardi e da un aumento dei costi enormi.

Se si vuol fare presto a elettrificare l’America, il nucleare non sembra proprio la tecnologia più adatta e sicura.

Ma la cosa non turba più di tanto Griffith  che è abituato a presentare ipotesi al limite del possibile.

Nato in Australia, è diventato imprenditore dopo essersi laureato al MIT nel 2004.

È il fondatore di Otherlab, un incubatore di invenzioni a San Francisco che ha avviato una dozzina di aziende di successo nel campo della robotica, della manifattura e dell’energia solare.

Alla base del suo lavoro c’è il Sankey diagram, un super-grafico dei flussi di energia degli Stati Uniti che il Dipartimento dell’energia Usa ha commissionato ad Otherlab nel 2018 e che è stato realizzato utilizzando decine di database del governo Usa per creare un quadro estremamente dettagliato del sistema energetico statunitense.

Il rapporto di Rewiring America chiede un «periodo di mobilitazione» simile allo sforzo bellico Usa per  la seconda guerra mondiale che creò 17,5 milioni di posti di lavoro.

Questo nuovo sforzo nazionale per l’energia pulita del XXI secolo creerebbe 25 milioni di posti di lavoro durante un frenetico periodo di transizione che dovrebbe durare solo da tre a cinque anni, che poi si ridurrebbero a 5 milioni di posti di lavoro per mantenere il nuovo sistema energetico.

Molti di più comunque dell’attuale industria energetica Usa che impiega circa 1,8 milioni di persone, e che arriva a 2,7 milioni se si contano anche i dipendenti dei distributori di carburanti.

Forte di queste cifre, il rapporto fa notare che «la decarbonizzazione aggressiva creerebbe, piuttosto che distruggere, molti milioni di posti di lavoro americani ben pagati.

Questi lavori saranno altamente distribuiti geograficamente e difficili da trasferire offshore».

Il governo federare dovrebbe stanziare 3 trilioni di dollari in 10 anni, mentre altri 17 – 22 trilioni di dollari dovrebbe metterceli l’industria privata.

Ma i risparmi energetici realizzati con un’economia elettrificata a zero emissioni di carbonio farebbero risparmiare alle famiglie americane da 1.000 a 2.000 dollari all’anno.

E il rapporto conclude: «Questo è quel che somiglia al percorso più veloce che si possa immaginare per la decarbonizzazione senza ostacolare l’economia, ma, in effetti, promuovendola».

(Articolo pubblicato con questo titolo il 5 agosto 2020 sul sito online “greenreport.it”)

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