Nel mondo ci sono 21 siti capaci di catturare CO2

 

Parecchia ricerca, tante aspettative per il futuro, qualche grande progetto ma molti interrogativi e dubbi.

Quando si va davvero a contare il numero degli impianti capaci di immagazzinare CO2 in scala industriale, i numeri si fanno davvero ridotti.

Secondo il Global Ccs Institute, il think tank di riferimento sul tema, ad oggi ci sono nel mondo 21 siti capaci di catturare e immagazzinare l’anidride carbonica in larga scala.

Altri due sono in costruzione, mentre 36 sono in stadi differenti di sviluppo.

I progetti che utilizzano la tecnologia Ccs (Carbon capture and storage) possono essere anche molto differenti: si va dall’iniezione nel sottosuolo di CO2 per spremere fino all’ultima goccia di petrolio un pozzo in via di esaurimento, fino all’utilizzo delle biomasse sostenibili in combinazione con la cattura dell’anidride carbonica per abbattere la presenza del gas nell’aria.

A dominare la scena ci sono i grandi gruppi petroliferi, ma all’orizzonte si stanno affacciando anche progetti più innovativi.

C’è ad esempio il gruppo inglese Drax che sta sperimentando il primo impianto europeo capace di catturare la CO2 da una centrale a biomassa.

L’obiettivo, una volta a regime, è quello delle 16 milioni di tonnellate di CO2 immagazzinate all’anno.

La compagnia promette, entro il 2030, di sottrarre più CO2 dall’atmosfera di quanto non ne produca.

Uno dei centri di Ccs più citati quando si parla di cattura e stoccaggio della CO2 è invece quello norvegese di Sleipner Vest, nel Mare del Nord.

Ad occuparsi di estrarre il gas e pompare nel sottosuolo l’anidride carbonica è la Equinor, compagnia controllata dal governo norvegese.

I vantaggi del Ccs per Equinor sono doppi: da un lato toglie dalla circolazione CO2, nel caso specifico per 1 milione di tonnellate l’anno; dall’altro permette le operazioni di Enhance oil recovery (Eor), che troppo amiche dell’ambiente non sono perché puntano a sfruttare al massimo giacimenti di petrolio e gas che altrimenti sarebbero da abbandonare.

Non per nulla la stessa Equinor (all’epoca Statoil) nel 2006 annunciava un accordo di questo tipo con il gigante petrolifero Shell.

Le tecniche di Ccs non sono una novità, anzi. Si segnalano impianti importanti in tutta l’America del Nord, in Cina e in Australia.

In Canada nella zona di Weyburn, provincia del Saskatchewan, i rifornimenti di anidride carbonica sono assicurati da un oleodotto che nasce nel Dakota, 320 km più a sud.

Si stima che Weyburn sarà in grado di immagazzinare 20 milioni di tonnellate di CO2, ma nello stesso tempo – con l’iniezione di anidride carbonica – produrre 130 milioni di barile di petrolio in più rispetto a quanto previsto, garantendo altri 25 anni di estrazione di petrolio, e quindi di combustione e ulteriori emissioni di CO2 nell’aria.

Di Ccs se ne discute da tempo in Gran Bretagna, ma le compagnie sembrano dipendere dai sussidi statali: quando i programmi pubblici di finanziamento sono stati cancellati anche la Shell ha deciso di fare un passo indietro.

In un report del 2018 la Corte dei conti europea ha dichiarato che i due programmi che avrebbero dovuto supportare lo sviluppo del Ccs non hanno avuto successo, e nessuno dei progetti cofinanziati è riuscito a raggiungere gli obiettivi.

Al contrario di quanto successo invece con i progetti legati all’eolico offshore.

Di giugno la notizia che lo stato norvegese sta riconsiderando l’opportunità di un nuovo impianto Ccs ad un passo dalla realizzazione.

Ufficialmente dovrebbe costare 2 miliardi e 600 milioni di dollari, ma un rapporto indipendente ha alzato l’asticella addirittura sopra i 10 miliardi.

A decidere sarà il Parlamento.

Se ci sarà il via libera toccherà al pubblico finanziare l’80% dei costi.

(Articolo di Angelo Mastrandrea,  pubblicato con questo titolo il 17 settembre 2020 su  “l’Extraterrestre” allegato al quotidiano “il manifesto” di pari data)

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