Tumori ed inquinamento ambientale: esiste una correlazione?

 

Associazione Intercomunale Lucania     Circolo Territoriale VAS Vulture-Alto Bradano      Pro Natura.

A Palazzo San Gervasio il 18 dicembre scorso, presso la Biblioteca JMA, si è tenuto un incontro intitolato “Tumore della mammella – Cosa bisogna conoscere oggi”.

Tumore della mammella

Un incontro utile ai fini della prevenzione soprattutto se affiancato, secondo noi, all’incontro del 20 novembre scorso “Tumori e politica”, tenutosi presso la medesima biblioteca, con la partecipazione del Dott. Andrea Spartaco, del Dott. Giorgio Santoriello e del Dott. Gianpaolo Farina (medico dell’ISDE).

Tumori e politica

Incontro con l’equipe dell’IRCCS del CROB di Rionero in Vulture sicuramente interessante ed importante che ha visto la partecipazione, fra il pubblico, di alcuni soci dell’Associazione Intercomunale Lucania secondo i quali la prevenzione a tali patologie si afferma anche con la difesa del territorio per le evidenti ripercussioni che l’inquinamento ambientale ha sulla salute di tutti noi.

Considerazioni sull’incontro 

Non entriamo nel merito della questione medica pur avendo la possibilità di coinvolgere medici dell’ISDE, amici dell’associazione, che offrirebbero con piacere il loro contributo al fine di marcare l’attenzione anche sull’inquinamento ambientale la cui riduzione è di rilevante importanza al fine di prevenire l’insorgenza di svariate patologie.

La sezione italiana dell’ISDE (International Society of Doctors for the Environment) è l’Associazione Medici per l’Ambiente nata dalla consapevolezza di alcuni medici, sulla base della loro esperienza quotidiana, che è necessario impegnarsi, non solo nel campo diagnostico terapeutico, ma anche in quello della prevenzione e della identificazione dei fattori di rischio.

Per l’ISDE il ruolo del medico non può non tener conto del fatto che il degrado ambientale è connesso a nuove patologie ed è indubbiamente determinante per la salute delle popolazioni attuali e delle generazioni future.

Per l’ISDE i medici devono avere la cognizione che prevenzione vuol dire attenzione prioritaria alle problematiche ambientali poiché molte patologie di tipo degenerativo-neoplastico dipendono in larga parte da fattori ambientali e da stili di vita scorretti; in questa realtà è sempre più limitativo cercare di curare le persone quando la patologia si è ormai istaurata e quando l’ambiente che le circonda continua ad essere nocivo (cfr. http://www.isde.it/cosa-facciamo/).

Ciò premesso, ci soffermiamo su un dato fornito nell’incontro di cui sopra, in seguito ad una domanda dal pubblico circa la correlazione tra le patologie tumorali e l’inquinamento ambientale.

La risposta è stata categorica: solo il 5% delle cause legate a patologie tumorali è attribuibile a problemi di inquinamento ambientale.

Probabilmente, sarebbe stato opportuno precisare la fonte dalla quale poter verificare il risultato del 5% che, comunque, sembra basso solo apparentemente.

Sarebbe stato interessante capire se il mondo medico e scientifico è unanime nel ritenere realistico il numero percentuale fornito così da non far passare per certezza ciò che certezza potrebbe non esserlo affatto.

Facciamo questa precisazione perché secondo il Dott. Salvo Catania (Oncologo, Chirurgo generale, senologo), già Responsabile dell’Unità di Senologia Chirurgica Policlinico Multimedica Sesto S. Giovanni, già Responsabile dell’Unità Operativa di Senologia Chirurgica Istituto Clinico S. Ambrogio di Milano, attualmente Responsabile Breast Unit Columbus di Milano, autore di oltre 150 articoli, comunicazioni, relazioni su riviste scientifiche italiane e internazionali, la percentuale del 5% è attribuibile a quella categoria di tumori chiamati “familiari” ed associa alla categoria dei “tumori sporadici” della mammella, correlata a fattori ambientali in individui che non presentano familiarità né ereditarietà, una percentuale del 70-75% (cfr. http://www.medicitalia.it/minforma/oncologia-medica/69-tumori-ereditari.html?refresh_ce).

Tra i fattori ambientali c’è, ovviamente, anche l’inquinamento delle matrici ambientali.

Ambiente e tumori: una correlazione per nulla rassicurante 

Già nel 2007 l’Espresso pubblicò un reportage intitolato “SOS cancro” nel quale si evidenziava che “in Italia la crescita dei casi di tumori è a livelli da epidemia” 

Già allora veniva precisato che “sigarette e diete eccessivamente carnivore non bastano a spiegare l’epidemia”. 

Secondo il Dott. Renzo Tomatis, oncologo di fama internazione, direttore dell’Agenzia del cancro di Lione (Iarc) dal 1982 al 1993 e presiede per diversi anni del comitato scientifico dell’Associazione internazionale medici per l’ambiente (Isde): “i nuovi casi aumentano costantemente da cinquant’anni. Quelli dei bambini soprattutto, crescono di più dell’1% all’anno. I tumori con una forte componente ambientale superano il 50% del totale“. 

Al Dott. Renzo Tomatis si deve il vasto programma di ricerca dello Iarc che ha passato in rassegna centinaia di sostanze, eleggendone circa 400 e al loro ruolo più o meno certo di cancerogeno ambientale. 

Purtroppo, il Dott. Tomatis è venuto a mancare perché colpito da quella stessa malattia sulla quale per anni ha studiato e ricercato. 

Molto interessante sarebbe leggere un articolo intitolato Inquinamento e tumori: i dati drammatici dei medici ambientali”. 

Nell’articolo si legge che per la Dott.ssa Patrizia Gentilini, oncologa dell’ISDE, i cambiamenti degli stili di vita, gli strumenti diagnostici più potenti ed i programmi di screening sempre più frequenti “non spiegano compiutamente l’aumento dell’incidenza di specifiche forme tumorali (testicolo, tiroide, mammella, colon retto, prostata) e, soprattutto, dei tumori nei bambini e nei giovani. È necessario pertanto ipotizzare un ruolo eziologico sostanziale anche di fattori ambientali” 

L’incidenza delle cause ambientali sui diversi tipi di cancro non è facile da studiare e secondo il Prof. Dott. Carlo La Vecchia, Capo del Dipartimento di Epidemiologia dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Milano e Professore di Epidemiologia all’Università di Milano,“queste patologie hanno cause multiple e tempi di latenza lunghi” ed ancora, si legge nell’articolo, “molto rimane da approfondire, i dati disponibili rivelano correlazioni altamente probabili tra alcuni tipi di tumore e l’esposizione a sostanze pericolose”. 

La Dott.ssa Patrizia Gentilini, nella relazione introduttiva allo studio “Ambiente e tumori” dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica, spiega che i metalli, legati all’inquinamento industriale, sono anche associati a diversi altri tipi di patologie oncologiche: cromo e nichel sono legati all’insorgere di tumori a polmoni, naso e faringe; l’arsenico è correlato alla diagnosi di tumori a polmone, vescica, pelle.

Gli studi condotti sulle popolazioni residenti nei pressi di centrali a carbone, responsabili dell’emissione in atmosfera di polveri sottili, benzoapirene, benzene, metalli pesanti, diossine e isotopi radioattivi, “hanno dimostrato un aumento dell’incidenza di tumori di laringe, polmoni e vescica”

Sempre secondo la Dott.ssa Patrizia Gentilini, nel caso degli inceneritori, causa di emissioni di particolato, metalli pesanti, diossine, composti organici volatili, ossidi di azoto e zolfo, ozono“particolarmente importanti risultano gli eccessi nel complesso dei tumori, neoplasie polmonari, linfomi non Hodgkin, sarcomi dei tessuti molli e neoplasie infantili”.

Per non parlare dei PCB, i policlorobifenili usati in Italia nell’industria chimica fino agli anni ’80, ma ancora persistenti nell’ambiente, associati all’insorgenza del cancro al fegato e alle vie biliari (cfr. http://www.lastampa.it/2014/03/04/scienza/ambiente/green-news/inquinamento-e-tumori-i-dati-drammatici-dei-medici-ambientali-iyX5pQOMmFdXSd15sPuXFL/pagina.html).

Quanto riportato potrebbe completare, leggermente e parzialmente, il quadro prospettato nell’incontro tenutosi a Palazzo San Gervasio il 18 dicembre scorso, anche a fronte delle rassicurazioni che sarebbero state date in merito agli inceneritori.

Infatti, dal pubblico non poteva mancare la domanda circa le possibili ricadute dell’inceneritore della Rendina ambiente S.r.l. (ex Fenice) a San Nicola di Melfi.

La risposta è stata che in Basilicata i lucani sono, in genere, spaventati dall’industria e non abituati alla convivenza con gli inceneritori (chiamati termovalorizzatori), con le estrazioni petrolifere ecc.

Abbastanza singolare non sentir pronunciare la parola inceneritore, da parte dei relatori, bensì quella di termovalorizzatore, un termine evidentemente fuorviante poiché secondo le più moderne teorie sulla corretta gestione dei rifiuti, gli unici modi per “valorizzare” non sono quelli dell’incenerimento bensì quello del riuso e del riciclo.

Oltretutto, il termine termovalorizzatore è sconosciuto alla normativa europea ed italiana utilizzando unicamente il termine di “inceneritore”.

Si veda la Direttiva 2000-76-CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 dicembre 2000, sull’incenerimento dei rifiuti e il D.Lgs. n. 133/2005 sull’Attuazione della direttiva 2000/76/CE in materia di incenerimento dei rifiuti.

C’è chi pensa di tranquillizzare sull’uso degli inceneritori in Italia illustrando, con presunta superficialità e presunta mancanza di reale conoscenza, il loro utilizzo in altre nazioni diverse dall’Italia come la Germania.

Ci sarebbe tanto da dire, ma ci limitiamo ad allegare un lavoro sull’incenerimento dei rifiuti, a firma della Dott.ssa Patrizia Gentilini che parla del problema dell’incenerimento dei rifiuti come “pratica pericolosa, insulsa ed inutile” (v. allegato 1).

Nel reportage già citato “SOS cancro” si parla del Dott. Paolo Ricci, responsabile dell’Osservatorio epidemiologico dell’Asl di Mantova e membro dell’AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori) in merito ad un lavoro di ricerca condotto insieme al Registro tumori del Veneto sui sarcomi dei tessuti molli nella provincia di Venezia, dove tra Marghera e dintorni esistono 33 inceneritori tra industriali, ospedalieri e civili, precisando che “il rischio di sarcoma aumenta con il crescere dell’esposizione alla diossina, per arrivare a un massimo di rischio nella tranquilla cittadina di Dolo, sulla riviera del Brenta, perché il regime dei venti fa ricadere al suolo molti inquinanti proprio da quelle parti”. 

Il Dott. Paolo Ricci è conosciuto per l’inchiesta sul caso Caffaro e per lo studio epidemiologico intitolato “Progetto Sentieri”.

Nello studio, presentato nel 2013, il dott. Ricci, in collaborazione con il dott. Pietro Comba dell’Istituto Superiore di Sanità, riscontrò come nel Comune di Brescia esista un’incidenza maggiore del 49% per il tumore alla tiroide, del 20% per il linfoma non-Hodgkin, del 58% per il tumore al fegato, del 26% per il tumore al seno.

Per il Dott. Ricci “esiste una correlazione con l’esposizione al PCB per tutte queste tipologie di tumori”, facendo riferimento agli autorevoli studi di Philippe Grandjean, scienziato statunitense, stimato a livello mondiale, che da decenni studia gli effetti dell’esposizione a PCB e diossine sulla salute umana.

Il Prof. Benedetto Terracini, medico di fama internazionale, considerato il “padre” dell’epidemiologia italiana dichiarò: condivido le preoccupazioni espresse dal dottor Paolo Ricci per i rischi per la salute creati dalla contaminazione ambientale intorno all’area Caffaro” (cfr. http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/caso_caffaro_salute_pcb.html).

Ritornando al 5% di cui si è parlato nell’incontro a Palazzo San Gervasio, consigliamo di leggere le dichiarazioni della Dott.ssa Carmela Buonomo, responsabile dell’Unità operativa complessa di Anatomia patologica dell’Azienda ospedaliera di Caserta nonché segretaria della sezione casertana dell’ISDE, che con riferimento al tumore alla mammella in provincia di Caserta dice: “Anche in questo caso la crescita è stata esponenziale visto che da sette o otto anni si registrano almeno 190 nuovi casi all’anno, mentre la media storicamente era di circa 40 all’anno. Vuol dire che in questo lasso di tempo c’è stato un incremento che sfiora il 500%. Ed ovviamente, anche per questo tipo di patologie è possibile individuare uno strettissimo legame con l’inquinamento ambientale, in particolare con la diossina” (cfr. http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/caserta/cronaca/15_luglio_24/napoli-009-documentohcorrieremezzogiorno-web-mezzogiorno-fc5d7794-3203-11e5-b92d-e1bbe28c5709.shtml).

Inoltre, è facile costatare che in tutta Italia sta divenendo sempre più rilevante l’interrogarsi sulla correlazione tra le patologie tumorali e l’inquinamento ambientale come avvenuto il 23 settembre scorso in Provincia di Catanzaro con un Convegno dal titolo “Rilevare l’incidenza dei tumori e valutare i rischi ambientali: il contributo del Registro Tumori di Catanzaro”.

È indiscutibile l’importante ruolo che svolgono i registri tumori e l’assurda situazione della Regione Basilicata che non ha ancora un registro accreditato (cfr. http://www.registri-tumori.it/cms/it/RTnew).

Altre Regioni si trovano nella stessa condizione della nostra Regione e, pertanto, diviene alquanto forzato pensare che il 5%, di cui si è parlato nell’incontro a Palazzo San Gervasio, sia confortato dalla reale situazione nel Paese Italia visto che la situazione in alcune Regioni non è ancora chiara e, soprattutto, descritta sulla base di dati non ancora accreditati.

Puliamo l'aria

simboli inquinamento ambientale

Simboli di inquinamento ambientale

Tumori ed inquinamento secondo il TG Leonardo 

Nella puntata del TG Leonardo del 10 maggio 2013 si è parlato di “Tumori ed inquinamento” mettendo in relazione i Siti di Interesse Nazionale (SIN) maggiormente inquinati con la drammatica incidenza di tumori, considerando le diverse fonti di contaminazione e quanto in quelle aree la popolazione è stata esposta a possibili fattori di rischi al fine di contribuire a definire più precisamente l’entità del problema.

La notizia venne fornita dal TG Leonardo che riportò i dati preliminari di uno studio presentato alla 38esima Riunione del gruppo per la registrazione e l’epidemiologia del cancro nei paesi di lingua latina – GRELL (Siracusa 9-10 maggio 2013).

L’Istituto Superiore di Sanità confermò che là dove si produce senza rispettare l’ambiente aumentano i casi di tumore (cfr. http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d643dc14-4f29-4dd1-a91a-13d7974febc3-tgr.html?refresh_ce#p=0).

Ricordiamo che in Basilicata vi sono 2 Siti di Interesse Nazionale (SIN) da bonificare, un numero preoccupante se rapportato alla modesta popolazione che abita la nostra Regione. 

Penisola aavvelenata

Penisola avvelenata (fonte L’Espresso “SOS Cancro”) 

Cosa dice l’Associazione Italiana di Oncologia Medica 

Per far riflettere e meditare, al fine di non far passare messaggi che nella migliore delle ipotesi sono “mezze verità”, non si riesce a trovare un modo migliore che richiamare il lavoro scientifico della Dott.ssa Patrizia Gentilini, intitolato “Cancerogenesi ambientale: inquadramento” pubblicato nell’ambito del Progetto “Ambiente e Tumori” edito da Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica), edizione 2011.

Nel sommario del lavoro si legge: “il concetto che i fattori ambientali, intesi come quelli cui ognuno di noi è involontariamente esposto, rappresentino un rischio oncogeno trascurabile appare oggi difficilmente credibile alla luce della crescente incidenza di cancro anche in giovani e giovanissimi e delle più recenti acquisizioni nel campo della cancerogenesi. Vi è infatti una crescente evidenza che l’esposizione anche a dosi basse o bassissime di agenti esogeni, specie in fasi cruciali dello sviluppo, è in grado di modificare l’assetto genetico/epigenetico intervenendo nel processo della cancerogenesi”.

Nel paragrafo delle conclusioni si legge: possiamo affermare che la relazione fra ambiente-cancro è da considerarsi assodata, anche se la frazione attribuibile ai singoli agenti inquinanti è difficile da quantificare. Questo problema tuttavia è di secondaria importanza, se non addirittura fuorviante perché è il momento di mettere in pratica ciò che già sappiamo: se l’efficacia della Prevenzione Primaria è universalmente accettata per quanto attiene l’abitudine al fumo ed è confermata nel caso della riduzione dell’inquinamento aereo o dell’esposizione a pesticidi, perché allora non estenderla ed applicare il medesimo impegno nel ridurre drasticamente l’esposizione delle popolazioni ai tanti agenti cancerogeni noti e presenti nel nostro habitat cui noi, e soprattutto i nostri bambini, siamo sempre più massicciamente esposti?”. (v. allegato 2)

Tra le premesse, all’intero della relazione al progetto di ricerca “Ambiente e Tumori”, si legge: “Esiste sicuramente una stretta associazione tra l’inquinamento ambientale, gli stili di vita e l’incidenza di certe neoplasie […] L’inquinamento ambientale, inteso nel senso più ampio possibile, deve essere contrastato comunque, se non altro sulla base del principio di precauzione, al di là del reale impatto sulla possibile incidenza delle neoplasie, nell’ambito di una politica che si prefigga il mantenimento della salute dell’essere umano (ma anche degli altri esseri viventi) e l’integrità dell’ambiente e delle sue biodiversità”.

Principio di precauzione e diritto/dovere di applicarlo 

Non può che darci speranza sapere che ci sono medici, come quelli dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica, che invocano il principio di precauzione così come noi, nell’ultimo numero di “Libero Accesso”, con riferimento all’incontro “Tumori e Politica”, abbiamo precisato che oggi va di moda fornire rassicurazioni, non agitare gli animi, far credere in un rinnovamento, in un miglioramento, in un Paese che si sta rialzando grazie ad una politica attenta ai problemi della collettività.

Si cerca di far credere che il petrolio sia una risorsa da valorizzare da considerare “oro nero” o “regalo di Dio”.

Tali rassicurazioni, poiché del tutto infondate e non suffragate dall’evidenza, dalla realtà che ci circonda, dal buon senso e da dati scientifici, andrebbero stigmatizzate e fortemente condannate.

Recentemente è stata data notizia della sentenza di condanna, da parte della Corte di Cassazione, nei riguardi dell’allora vice-capo della Protezione Civile De Bernardinis per avere rassicurato la popolazione abruzzese all’epoca del violento terremoto del 31 marzo 2009 che fece 309 vittime distruggendo il centro storico dell’Aquila con danni che si registrarono anche in altri piccoli centri abruzzesi. 

Parole di rassicurazione pronunciate prima dell’evento sismico disastroso e che sono state considerate, dai giudici della Corte di Cassazione, come “negligenti” e “imprudenti” e quindi meritevoli di una condanna a 2 anni. 

Tale sentenza dovrebbe far riflettere tutti coloro che si lanciano imprudentemente in dichiarazioni volte a rassicurare e tranquillizzare là dove l’unico atteggiamento sensato sarebbe invocare il principio di precauzione e il diritto/dovere di applicarlo da parte delle Autorità competenti regionali e comunali.

Principio introdotto con l’art. 3-ter nella parte prima del d. lgs. n. 152-2006 (Testo Unico dell’Ambiente) grazie al d.lgs. n. 4/2008.

Il Principio di precauzione è stato previsto dall’art. 174, par. 2, del Trattato sulla Comunità Europea (TCE), oggi art. 191, par. 2, del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).

È utile ricordare che tale principio deriva dall’esigenza di un’azione ambientale consapevole e capace di svolgere un ruolo indirizzato alla salvaguardia dell’ecosistema, quindi anche della nostra salute, in funzione preventiva anche quando non sussistono evidenze scientifiche conclamate che illustrino la certa riconducibilità di un effetto devastante per l’ambiente ad una determinata causa umana.

La rilevanza e la cogenza del principio di precauzione è insito non solo nella definizione dettata dall’art. 3-ter, ma anche dall’art. 301 del d.lgs. n. 152/2006 che ne prevede l’attuazione (v. allegato 3). 

Ultime considerazioni sul radon quale gas radioattivo naturale 

Nell’incontro che si è tenuto il 18 dicembre scorso, pur non parlando degli inceneritori come fonte di inquinamento rilevante anche in correlazione all’insorgenza di possibili patologie tumorali, si è voluto evidenziare i rischi connessi al radon.

Chi è costui?

Il radon è un gas radioattivo naturale, inodore ed insapore, emesso dal suolo e da alcuni materiali da costruzione.

È un gas la cui concentrazione può essere agevolmente ed economicamente misurata nelle abitazioni e negli ambienti di lavoro.

In merito all’inquinamento da radon, la stessa Comunità Europea ha emesso una serie di atti normativi a tutela della salute della popolazione.

Sicuramente trattasi di una fonte di inquinamento da non trascurare, ma non sembra che le ricadute del radon in Basilicata siano particolarmente rilevante a fronte di tante altre fonti di inquinamento non naturali e ben più preoccupanti perché causate e volute dall’uomo per scellerate scelte industriali per nulla attente e rispettose dell’ambiente.

Infatti, alla luce dei dati relativi alle indagini sul randon, in Basilicata le abitazioni con concentrazioni maggiore ai 200 Bq/m3 sono nulle (Fonte: APAT , Annuario dei dati ambientali , edizione 2003, v. allegato 4).

Ricordiamo che il D.Lgs 241-00 Attuazione della direttiva 96/29/EURATOM in materia di protezione sanitaria della popolazione e dei lavoratori contro i rischi derivanti dalle radiazioni ionizzanti”, prevede nei luoghi di lavoro una verifica della concentrazione annuale media di radon ambientale al fine di accertarsi che sia inferiore al livello di azione, fissato in 500 Bq/m3.

Molti Paesi hanno emanato normative e adottato raccomandazioni della CE per tenere sotto controllo i livelli di concentrazione di radon nelle abitazioni.

I valori limite di riferimento variano dai 150 Bq/m3 medi annui degli Stati Uniti, ai 200 Bq/m3 di Inghilterra ed Irlanda, ai 250 Bq/m3 della Germania fino ai 750 Bq/m3 del Canada.

In Italia, anche se non esistono obblighi e limiti di legge per le abitazioni, è presente il Piano Nazionale Radon, pubblicato nel 2002, a cura del Ministero della Salute, con il quale si suggerisce di recepire la Raccomandazione della Commissione Europea 90/143.

In essa sono fissati i valori limite medi annui di riferimento, superati i quali sono raccomandate azioni di risanamento; tali valori sono di 400 Bq/m3 per gli edifici esistenti e 200 Bq/m3 per quelli da costruire.

Si invita ad osservare la Mappa della concentrazioni di Randon nelle abitazioni italiane per capire che, in una scala di priorità, ci sarebbero ben altri inquinati di cui preoccuparsi per le accertate ricadute sulla nostra salute.

Penisola Rn-222

Mappa della concentrazioni di randon nelle abitazioni italiane

(Fonte: APAT – Annuario dei dati ambientali – edizione 2005-2006)

La prevenzione passa anche dalla difesa del territorio  

In tanti crediamo che la prevenzione debba partire anche dalla drastica riduzione dell’inquinamento ambientale che non può e non deve essere sottovalutato.

Si veda il progetto che sta portando avanti il Dott. Vincenzo Petrosino, oncologo campano spec. in Chirurgia Oncologica (cfr. https://youtu.be/LqITPeJgbCU).

Si invita anche ad informasi su quanto sta accadendo in Regione Basilicata dove analisi del sangue e del capello di svariati lucani, hanno messo in evidenza concentrazioni sconcertanti di allumino, mercurio, cromo litio, arsenico, bario, cadmio, nichel, piombo.

Sostanze che non sono affatto riconducibili al radon e che evidenziano, in tutta la loro drammaticità, la seria questione dell’inquinamento ambientale legata alle attività industriali presenti sul nostro territorio e alla inadeguatezza, spesso riscontrata, di seri controlli e monitoraggi sulle matrici ambientali con inevitabili ripercussioni sulla salute di tutti noi e delle future generazioni (cfr. http://www.intercomunalelucania.it/2015/11/analisi-del-sangue-e-del-capello-risultati-sconcertati-sull-inquinamento-in-terra-di-basilicata.html).

 

20 dicembre 2015

Ing. Donato Cancellara

Associazione Intercomunale Lucania

Confederata Associazione Pro Natura

Associazione VAS Onlus per il Vulture Alto Bradano

 

 

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