«Vivere senza plastica è possibile»

 

Un libro per agire in modo consapevole contro la plastica.

Will McCallum, responsabile oceani di Greenpeace UK, in Vivere senza plastica ha raccolto scelte e pratiche per eliminare dal nostro quotidiano una delle maggiori minacce alla salute del nostro pianeta.

Ogni anno vengono prodotte 330 milioni di tonnellate di plastica e negli oceani ne finiscono 12,7 milioni di tonnellate.

Will McCallum sottolinea come cambiare abitudini sia più facile di quanto immaginiamo.

«In Gran Bretagna fino a poco tempo fa era normale andare al supermercato e tornare pieni di sacchetti, adesso in molti paesi europei le buste di plastica sono sparite».

Anche le amministrazioni possono fare la loro parte: «Possono agire su due fronti: l’educazione pubblica, aiutando le persone a modificare i propri comportamenti e i disincentivi, rendendo più difficile agli esercizi commerciali l’uso della plastica».

Possono imporre tasse sul prezzo di produzione o spingere le imprese a pagare per lo smaltimento, in modo da renderle responsabili.

«A questo dovrebbero aggiungersi incentivi per chi adotta buone pratiche» dice il responsabile oceani di Greenpeace.

Secondo il ricercatore il punto di partenza è l’eliminazione della plastica usa e getta: «La sua esistenza è ridicola. Produciamo un grande quantitativo di plastica che usiamo una volta sola e poi buttiamo via, senza pensare alla sua permanenza per 100-200 anni nell’ambiente».

Gli effetti sono sempre più evidenti: «Vediamo creature marine intrappolate o soffocate».

Un altro dato lo ha colpito profondamente: il 90% degli uccelli marini ha della plastica nello stomaco.

«Ho passato molto tempo sull’oceano e so quanta strada percorrono gli uccelli migratori per attraversarlo: per questo è mostruosa l’idea che tutti abbiano della plastica nel loro corpo» afferma.

Will McCallum è stato di recente in Antartide: «Volevamo valutare quali fossero le minacce ad un’area incontaminata. Abbiamo trovato tracce di plastica nel 90% dei nostri campioni».

Il ricercatore descrive il contesto della missione: «É una zona che non ha mai visto un insediamento umano, la più fredda del pianeta. Guardando la mappa satellitare mi sono accorto che intorno a noi c’era solo un’altra nave per più di 2 milioni di chilometri quadrati, eppure abbiamo trovato plastica nella neve fresca, in un iceberg e nell’acqua».

A pagare le conseguenze dell’inquinamento da plastica sono spesso paesi che non la producono: «Oggi si punta il dito contro i cinque fiumi principali del Sud Est asiatico, responsabili per l’80% della plastica che finisce nei mari» spiega McCallum e aggiunge: «Non è giusto: la plastica che finisce in quei fiumi, infatti, viene prodotta negli Stati Uniti e in Europa».

Molti dei nostri rifiuti in plastica vengono esportati: «Ne abbiamo trovati in Malesia, Vietnam e Cambogia» racconta.

«I paesi che additiamo come inquinatori sono gli stessi che ricevono la nostra spazzatura» sottolinea, e aggiunge: «Un nostro team è stato in Malesia lo scorso ottobre e nella giungla ha trovato sacchetti di plastica di una marca britannica di patatine».

I maggiori utilizzatori di plastica pro capite sono Stati Uniti e Gran Bretagna: «I loro abitanti usano più del loro peso corporeo in oggetti di plastica ogni anno».

Spesso la minaccia non si vede nemmeno, come nel caso delle microplastiche, rifiuti al di sotto dei 5 mm.

«La maggior parte è generata dalla plastica che si deteriora rompendosi, ma molta nasce già piccola».

Proviene, per esempio, dai nostri vestiti (nylon, poliestere e microfibre) e si disperde nell’ambiente quando li laviamo.

Secondo gli studiosi un terzo dell’intera plastica presente negli oceani proviene dalle microfibre. «Le microplastiche nell’ambiente agiscono come magneti» evidenzia McCallum: «Attraggono tossine come il mercurio o altri elementi chimici. Finiscono nello stomaco dei pesci e dei loro predatori, fino agli umani».

Il libro propone buone pratiche per eliminare la plastica dalla nostra vita quotidiana.

Secondo Will McCallum le prime mosse sono quattro: «Procurarsi: una borraccia, un termos da caffè e una borsa, oltre ad eliminare le cannucce».

Le alternative sono a portata di mano per tutti e permettono anche di risparmiare.

«Il messaggio che vuole lasciare il libro – evidenzia il ricercatore – è che compiere queste scelte è importante, ma lo è ancora di più parlare con altri del perché, incoraggiandoli a realizzarle».

Un punto centrale di Vivere senza plastica sono i consigli su come diventare attivisti anti-plastica.

«Abbiamo bisogno di tecniche per persuadere la politica, i nostri colleghi, la nostra famiglia» spiega.

«Ho cercato di inserire nel libro alcuni strumenti che le persone possono utilizzare: come scrivere una lettera, come cominciare una conversazione» dice McCallum.

L’obiettivo è convincere produttori e governi a cambiare rotta, agendo come individui: scrivendo sulla loro pagina Facebook, contattando il servizio clienti.

Il ricercatore racconta poi l’aspetto che più lo colpì dei primi sondaggi sull’origine del problema legato alla plastica: «La maggioranza delle persone incolpava se stessa, questo è stato il motore del mio impegno» sottolinea Will McCallum.

Nessuno biasimava le compagnie produttrici o i governi immobili.

Il comportamento individuale, invece, è solo una parte del problema e della soluzione, secondo l’attivista di Greenpeace.

«Ci siamo concentrati sulle azioni per spingere governi e aziende al cambiamento» afferma.

Le migliori soluzioni incontrate spesso sono anche le più semplici e le più antiche: «Le fontanelle per strada riducono enormemente l’uso delle bottigliette».

La plastica che è già nei mari è recuperabile?

McCallum sottolinea come esistano progetti per il recupero ma i risultati siano irrisori rispetto all’enormità del problema.

«Quando la tua vasca da bagno sta straripando la prima cosa che fai non è andare a cercare gli stracci per asciugare l’acqua, ma chiudere il rubinetto» e aggiunge: «Lo stesso vale per la plastica. Dovremmo certamente pulire gli oceani ma se non affrontiamo la fonte del problema, non otterremo alcun risultato».

(Articolo di Marta Gatti, pubblicato con questo titolo il 7 novembre 2019 sul supplemento “L’Extraterrestre” al quotidiano “il manifesto”)

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