Pac, i Conti europei non tornano

 

La Politica Agricola Comune non ha contribuito a mantenere e rafforzare la biodiversità dei terreni agricoli, tanto che «la diversità genetica delle colture e degli animali allevati è in continuo declino nell’Unione Europea».

Il pollice verso alla Pac non arriva dai piccoli agricoltori o da associazioni ambientaliste, bensì da una relazione speciale della Corte dei Conti europea, la custode delle finanze Ue, l’organismo comunitario che ha il compito di valutare se il denaro speso da Bruxelles sia andato a buon fine e se gli scopi sono stati raggiunti.

I revisori contabili, nella relazione intitolata «Biodiversità nei terreni agricoli: il contributo della Pac non ne ha arrestato il declino», hanno esaminato «la concezione, l’attuazione, i risultati ed il monitoraggio» delle azioni intraprese dall’Ue per arrestare la perdita di biodiversità in agricoltura: in sostanza hanno passato al vaglio le misure della Pac nel periodo 2014-2020 per valutare la loro coerenza rispetto agli obiettivi che l’Unione si è data.

In particolare, l’audit della Corte ha indagato se i pagamenti diretti abbiano prodotto un impatto positivo dimostrabile e se gli stanziamenti per le politiche di sviluppo rurale, attraverso le misure agro-climatico-ambientali, abbiano avuto effetti coerenti con la Strategia Ue sulla biodiversità del periodo 2011-2020.

Questa coerenza non c’è stata secondo la Corte dei Conti.

La relazione (si legge sul sito http://eca.europa.eu/) è scritta in modo molto chiaro e diretto: la Corte «ha constatato uno scarso coordinamento tra le politiche e le strategie dell’Ue che impedisce, tra l’altro, di contrastare il declino della diversità genetica… e ha rilevato che le modalità con cui la Commissione tiene traccia della spesa della Pac per la biodiversità non sono affidabili».

Inoltre, la «formulazione dell’obiettivo Agricoltura e delle azioni descritte nella strategia Ue sulla biodiversità fino al 2020 rende difficile misurare i progressi».

La perdita di biodiversità, una delle cinque principali minacce globali, rammenta la Corte nell’introduzione, è causata principalmente dall’intensificazione dell’agricoltura che «ha trasformato paesaggi un tempo diversificati, con tanti piccoli appezzamenti e habitat, in distese ininterrotte di campi gestiti con grandi macchinari, su cui opera solo una ridottissima forza lavoro.

Ciò ha provocato un declino della quantità e della diversità della vegetazione naturale e, di conseguenza, della fauna».

La biomassa totale degli insetti si è ridotta del 75% in 27 anni, le farfalle del 39%, mentre le 39 specie più comuni di uccelli sono diminuite del 34%.

Naturalmente esistono differenze tra gli stati membri, con Bulgaria e Romania considerati paesi più ricchi di biodiversità, in virtù della permanenza di pratiche agricole tradizionali, mentre i più poveri risultano Germania e Olanda.

Questo a fronte di una spesa nel periodo 2014-2020 di 86 miliardi di euro a favore della biodiversità (pari all’8,1 per cento del bilancio europeo), di cui il 77 per cento (66 miliardi) finanziati attraverso la Pac.

Siccome è l’Unione europea che definisce gli standard ambientali e co-finanzia la maggior parte della spesa agricola degli stati, è chiaro che soltanto attraverso una riforma della Pac le politiche ambientali in campo agricolo possono diventare più incisive ed efficaci.

Pubblicata il giorno prima dell’annuncio della nuova Strategia per la Biodiversità 2030 della Presidente Ursula von der Leyen e nelle more della discussione sulla riforma della Pac che dovrebbe entrare in vigore dal 2021, la relazione speciale della Corte dei Conti suona come un monito a riformulare una parte considerevole delle politiche agricole europee.

L’Ue non dispone di una strategia per la conservazione della diversità genetica, sottolinea la Corte.

«La crescente uniformità dei sistemi di produzione alimentare e la nostra alimentazione poco varia hanno contribuito non solo al declino della biodiversità ma anche ad altre conseguenze spiacevoli.

Minori risorse genetiche significano minore resilienza naturale di fronte a organismi nocivi, malattie e gravi cambiamenti ambientali».

Se il 50% di tutte le razze di allevamento in Europa è a rischio di estinzione lo dobbiamo a questa «crescente uniformità» che è l’esatto contrario del concetto biodiversità.

Non è il primo monito lanciato dai revisori: già nel 2017 avevano messo in guardia la Commissione sul fatto che il cosiddetto greening (il pagamento diretto introdotto nel 2015 che compensa gli agricoltori per le pratiche agronomiche che proteggono la qualità del suolo, favoriscono l’assorbimento del carbonio, la qualità delle acque, ecc.) non era efficace sul piano ambientale, semmai rendeva il sistema dei pagamenti ancora più complesso, determinando un cambiamento nelle pratiche agronomiche solo sul 5 per cento dei terreni coltivati.

Quindi, l’unico pagamento diretto la cui principale finalità è di carattere ambientale si è rivelato solo un sostegno al reddito.

Secondo vari esperti interpellati dalla Corte, gli obblighi di greening dovranno essere rafforzati nella Pac post-2020 e dovranno basarsi su risultati costantemente monitorati più che sulle azioni o sugli ettari coltivati, oltre che su più controlli (le sanzioni sono nell’ordine dell’un per cento) se si vuole arrestare il declino della biodiversità animale, vegetale e degli ecosistemi.

Alcune riforme introdotte nella Pac a partire dal 2013 sono andate nel segno opposto: per esempio, la rotazione delle colture è diventata «diversificazione delle colture», però quest’ultima ha meno valore ai fini della biodiversità e raramente determina una modifica della gestione dei terreni, come ha concluso anche uno studio della Commissione stessa dove si legge che tale misura è quella che ha prodotto minori benefici ambientali.

Idem per le regole sui prati permanenti (terreni agricoli utilizzati per la coltivazione di erba o di altre piante erbacee da foraggio per più di cinque anni consecutivi) che sono state diluite e rese meno efficaci, diventando obbligatorie solo per i «prati sensibili sotto il profilo ambientale» e non per tutti i prati di un’azienda agricola, come inizialmente proposto.

Risultati più promettenti per la biodiversità possono venire secondo la Corte dei Conti europea dal secondo pilastro della Pac, quello dedicato ai Programmi di Sviluppo Rurale (Psr, 100 miliardi di euro dalla Ue più altri 60 miliardi dagli stati membri nel periodo 2014-2020) tramite le misure agro-climatico-ambientali, l’agricoltura biologica i pagamenti per Natura 2000.

Un riconoscimento per chi da sempre si batte e lavora nel campo del biologico.

«Praticamente quello che l’Aiab (Associazione italiana agricoltura biologica) dice da anni, sollecitando un convinto sostegno della Pac all’agricoltura biologica che ha un impatto favorevole sulla biodiversità nei terreni agrari (più 30% da studi scientifici) – commenta il presidente dell’Aiab Antonio Corbari – Non abbiamo mai trovato un serio ascolto da parte delle istituzioni.

Speriamo che questa relazione apra gli occhi dei decisori politici che finora sono stati praticamente chiusi.

Ma, si sa, non c’è più cieco di chi non vuol vedere».

(Articolo di Daniela Passeri, pubblicato con questo titolo il 2 luglio 2020 su “L’Extraterrestre” allegato al quotidiano “il manifesto” di pari data)

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