L’art. 35 dello “Sblocca Italia” non può essere dimenticato

 

Sul sito della “Organizzazione Lucana Ambientalista” il 26 maggio 2015 è stato pubblicato il seguente articolo scritto con questo titolo da Donato Cancellara (della Associazione Intercomunale Lucania e del Coordinamento Salviamo il Paesaggio del Vulture Alto Bradano) e da Nicola Abbiuso ( del Comitato “Diritto alla Salute” di Lavello): VAS ne condivide totalmente i contenuti.

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Intervengono sulla questione “incenerimento rifiuti” il Comitato Diritto alla Salute e l’Associazione Intercomunale Lucania: l’incenerimento della “monnezza” non è meno dannoso della filiera petrolifera. 

Non sembrano affatto terminate le discussioni sulla legge “Sblocca Italia” che hanno sempre fatto primeggiare l’art. 38 sull’art. 35 nonostante le vertenze in materia ambientale siano legate tanto alla questione petrolifera quanto alla questione rifiuti. 

L’art. 35 introduce facilitazioni all’insediamento di inceneritori nel nostro Paese così come l’art. 38 facilita le procedure amministrative per il rilascio delle concessioni legate alle attività petrolifere. 

Così come l’art. 38 ha avuto bisogno di un decreto attuativo (D.M. 25 marzo 2015) anche l’art. 35 ha urgentemente bisogno di un decreto che lo renda operativo. 

Un decreto sul quale sono scarse le attenzioni da parte di Associazioni e Comitati che dovrebbero chiedere all’unisono il corretto recepimento della Direttiva 2008/98/CE del Parlamento e del Consiglio europeo, del 19 novembre 2008, che prevede l’ottimizzazione della raccolta differenziata, la riduzione e il riuso del rifiuto e la gestione del rifiuto residuo tramite impiantistica finalizzata al massimo recupero di materia. 

Associazioni e Comitati che, in merito all’art. 35, sembrano quasi stanchi di tallonare l’operato di un Governo sempre più lontano dall’Ambiente e vicino al profitto delle multinazionali.

Questo assopimento può essere giustificabile per le piccole realtà associative locali, ma meno comprensibile per quasi tutte le grandi Associazioni. 

Gli interessi legati agli inceneritori sono elevati al punto che si continua a parlare di “termovalorizzatori”, una parola coniata ad hoc nel solo Paese Italia ed introdotta per evocare la falsa e suggestiva idea che si possa ricavare valore economico dall’incenerimento dei rifiuti. 

Un valore aggiunto che in realtà non esiste poiché il bilancio energetico sarebbe fallimentare se non ci fossero le tasse dei cittadini continuamente versate in bolletta per sostenere questa forma irrazionale di trattamento dei rifiuti. 

In assenza di questa tassa, sarebbe di gran lunga inferiore il numero di impianti d’incenerimento presenti sul nostro territorio così costosi nella loro realizzazione e gestione in sicurezza. 

La convenienza è stata introdotta, grazie al CIP6, nel lontano anno 1992 con la delibera n. 6 del Comitato Interministeriale Prezzi (CIP) determinando una maggiorazione del 6% del prezzo dell’elettricità pagato dai consumatori finali. 

Successivamente, con il d.lgs. n. 387/2003 sono stati estesi i benefici delle rinnovabili, tramite l’incentivazione statale, anche alla produzione di energia tramite combustione dei rifiuti con una nuova suggestiva parola “assimilate”.

Gli oltre 40 miliardi di fondi del CIP6, stanziati in questi anni, sono serviti per oltre il 70% a finanziare le “assimilate” e solo in minima parte a promuovere le “energie rinnovabili” (solare, eolico, geotermico, idroelettrico). 

Il gioco risiede principalmente nelle disposizioni contenute in due articoli del d.lgs. n. 387/2003: l’art. 2 lettera a) secondo cui per biomasse si intende la parte biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui provenienti dall’agricoltura e dalla silvicoltura nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani; e l’art. 17 intitolato “Inclusione dei rifiuti tra le fonti energetiche ammesse a beneficiare del regime riservato alle fonti rinnovabili”. 

La strategia del CIP6 venne trattata già nel settembre scorso (http://www.olambientalista.it/?p=34231) evidenziando che l’incenerimento dei rifiuti ha assorbito una parte degli incentivi distribuiti alle rinnovabili sotto forma di certificati verdi che complessivamente pesano sulle bollette attraverso la componente A3 per centinaia di milioni di euro ogni anno. 

La situazione si aggrava con le ulteriori “regalie normative” offerte dalla legge n. 164/2014, denominata “Sblocca Italia”, che con l’art. 35 abbatte le barriere sui limiti di incenerimento dei rifiuti e sulla loro circolazione in nome dell’autosufficienza del Paese. 

È proprio l’art. 35 a parlare di inceneritori come di “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale” che “costituiscono un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati, garantiscono la sicurezza nazionale nell’autosufficienza, consentono di superare e prevenire ulteriori procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore e limitano il conferimento di rifiuti in discarica”.

Un articolo di legge che introduce una vergognosa deregolamentazione nella gestione rifiuti eliminando le barriere per quanto riguarda la gestione e lo smaltimento dei rifiuti stessi: elimina i limiti riferibili alla quantità di rifiuti da bruciare all’interno di un impianto e cancella anche i limiti territoriali in cui i rifiuti potranno circolare per essere abbattuti.

Già da tempo alcuni attenti osservatori segnalarono che in diverse città e non solo in nome dell’emergenza, ma anche per un principio di autosufficienza del sistema Paese dettato dall’art. 35 dello Sblocca Italia, potranno essere bruciati i rifiuti prodotti da altre città. 

Inoltre, in alcuni Paesi dove è considerevole l’impegno nella raccolta differenziata si potrà assistere all’utilizzo di inceneritori nei quali indirizzare rifiuti di zone dove invece la stessa differenziata è praticata a livelli bassissimi, ciò che già avviene per i rifiuti speciali. 

Ad oggi, manca il decreto attuativo dell’art. 35 che in merito agli impianti di incenerimento dei rifiuti, considerati oramai strategici per il nostro Paese, dovrebbe prevedere la mappatura di quelli esistenti e di quelli già autorizzati nonché l’indicazione degli eventuali nuovi impianti per coprire il fabbisogno nazionale residuo. 

Ovviamente, è evidente il forte ritardo nell’emanazione del decreto attuativo, ma è altrettanto evidente che l’individuazione e la collocazione di nuovi impianti avrebbe potuto giocare brutti scherzi viste le elezioni regionali oramai alle porte.

Le società legate agli inceneritori o in possesso delle autorizzazione per realizzarli, sono sempre più allettate dalla presentazione di una richiesta che permetta il riconoscimento del passaggio da impianto di incenerimento per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (D10) ad impianto a recupero di energia (R1). 

Infatti, l’articolo 35 dello “Sblocca Italia” permette agli impianti R1 la saturazione del carico termico consentendo loro di accogliere anche rifiuti solidi urbani (RSU) provenienti da altre Regioni oltre che rifiuti speciali pericolosi, cosa che prima dello “Sblocca Italia” non era consentito. 

Occorre ricordare che la trasformazione in “impianti a recupero di energia” (R1) occorre che avvenga nel rispetto di requisiti previsti dalla direttiva europea del 2008 che ha stabilito i parametri per il calcolo dei livelli di efficienza di recupero del contenuto energetico dei rifiuti urbani. 

L’Italia, purtroppo, nel recepire la direttiva ha modificato i parametri di calcolo, a proprio vantaggio, in palese violazione del diritto comunitario causando l’intervento della Commissione europea che ha intimato all’Italia di riallineare i parametri con quelli della direttiva comunitaria onde evitare l’ennesima apertura di una procedura d’infrazione sulla questione rifiuti. 

Sembra del tutto assurdo considerare gli inceneritori opere strategiche per il nostro Paese così come sembra ingiustificato continuare a sprecare risorse pubbliche prelevate dalla tasche degli italiani per incentivare le “assimilate” piuttosto che investire, secondo quanto indicato dalla direttiva europea del 2008, nell’ottimizzazione della raccolta differenziata, nella riduzione e nel riuso del rifiuto e nella gestione del rifiuto residuo tramite impiantistica finalizzata al massimo recupero di materia. 

Quale sarebbe la strategicità e l’urgenza di far nascere nuovi inceneritori ed eventualmente nuovi impianti per la produzione di CSS (ex CDR) se sulla questione rifiuti l’Ue intende portare il riciclaggio al 70% entro il 2030 ed impone, a partire dal 2025, il divieto di trattamento termico per tutti i rifiuti che risultino riciclabili? 

Sarebbe arrivato il momento di stoppare i favoritismi e gli opportunismi politici a favore degli interessi societari, pensando seriamente ad una corretta gestione del territorio e, tra le tante brutture che ha comportato il far parte dell’Ue, si abbia quantomeno la serietà di attenersi a quanto l’Europa ci indica con specifiche direttive. 

Proprio quelle direttive da recepire obbligatoriamente piuttosto che pensare di blaterare a gran voce l’appartenenza all’Ue, ma poi raggirarle facendo subire al nostro Paese Italia continue infrazioni ai danni dei comuni Cittadini.

Tanto si parla di raccolta differenziata, ma si assiste ad una vergognosa contraddizione dal momento che il Governo sta aprendo la strada agli inceneritori grazie all’art. 35 dello “Sblocca Italia” lavorando alla sua attuazione tramite apposito decreto ministeriale.

La differenziata toglie carburante all’incenerimento. 

La differenziata, se concepita con onestà e senza inganno, è la vera arma per lo spegnimento degli inceneritori, ma purtroppo bisogna difendersi anche dai politici e dai disonesti burocrati a cui piace spacciarsi per ambientalisti ed ecologisti pur favorendo ed incentivando, in modo subdolo, il “business dell’incenerimento”.

 

 

 

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