E ora basta con l’insostenibile uso degli animali selvatici

 

Incidere sulle cause?

La crisi del coronavirus può diventare un’opportunità per avanzare – nel mondo, non solo in Cina – verso l’abolizione del traffico spesso illegale di animali selvatici; un attentato alla biodiversità che, secondo il Wwf, frutta 20 miliardi di dollari all’anno.

In effetti alla Bbc il dottor Ben Embarek dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha confermato la «probabilità elevata» che il nuovo coronavirus, l’ormai famigerato nCoV-2019, arrivi dai pipistrelli, e prima di approdare agli umani sia transitato per altre specie animali.

Così avvenne per i coronavirus causa della Sars (sindrome respiratoria acuta grave) scoppiata nel 2002-2003, 774 morti e della Mers (sindrome respiratoria mediorientale) scoppiata nella Penisola araba nel 2012 e mai terminata, 858 morti fino allo scorso novembre.

Coronavirus anch’essi probabilmente provenienti dai pipistrelli, poi transitati rispettivamente attraverso civette e cammelli.

FRA MERCATI LOCALI e canali internazionali, reti illegali e percorsi informali, molte delle malattie infettive emerse negli umani provengono dagli animali, in particolare quelli selvatici.

Dalla caccia fino al consumo, i contatti con la fauna selvatica da parte di umani e animali domestici sono numerosissimi.

Si pensi anche ai mercati che vendono selvatici ancora in vita benché moribondi.

La possibilità di un salto di agenti infettivi fra una specie e l’altra è alta.

Gli inguardabili video di pipistrelli bolliti vivi nelle zuppe cinesi e di esseri sofferenti impilati sui banchi dei mercati suggeriscono che il consumo di animali selvatici è un fenomeno importante in molte zone della Cina.

Ma per molti altri cinesi la pratica è un’anomalia (accettata a Pechino solo dal 5% degli abitanti, per esempio) e il China Daily ha pubblicato editoriali caustici che stigmatizzano l’abitudine chiedendo una messa al bando permanente del commercio di fauna selvatica.

IL GOVERNO CINESE giorni fa ha sì vietato il trasporto e la vendita di animali selvatici ma solo «fino alla fine dell’epidemia», ricalcando un analogo provvedimento emesso al tempo della Sars (allora furono sequestrati nei mercati centinaia di migliaia di animali selvatici); tuttavia, in capo a qualche mese, finita l’emergenza, il commercio ricominciò.

«QUESTA CRISI SANITARIA deve servire come sveglia; basta con l’uso insostenibile di animali spesso minacciati di estinzione, e delle loro parti, come animali da compagnia esotici, o come cibo o per il loro presunto valore medicinale.

Dobbiamo evitare il ripetersi di eventi simili, con nuovi virus capaci di passare dagli animali agli umani» sottolinea un comunicato del Wwf.

Si batte per lo stesso obiettivo anche la China Biodiversity Conservation and Green Development Foundation, una Ong di Pechino che lo scorso settembre ha chiesto e ottenuto dalla polizia il rilascio (non si sa con quali chance di sopravvivenza) di migliaia di uccelli vivi, alcuni di specie minacciate, catturati illegalmente e destinati a ristoranti e mercati nella Cina meridionale (lo riporta il National Geographic).

LA RICHIESTA CINESE di fauna selvatica, usata nella medicina tradizionale o come cibo, ha una parte importante nel commercio globale di specie minacciate.

Ma il prossimo mese di settembre la Cina ospiterà la XV Conferenza delle parti (Cop) della Convenzione Onu sulla biodiversità, approvata nel 1992 e ormai ratificata da 196 Stati, i quali arrivano però tutti con i compiti tutti in materia di protezione: c’è rischio di estinzione per circa un milione di specie.

Pechino ad esempio ha messo fine all’importazione di avorio dopo anni di pressione internazionale.

Sarà più difficile per gli animali catturati essere venduti all’interno del paese: un pezzo di economia cinese da riconvertire.

MA È ORMAI EVIDENTE che evitare il contatto con i selvatici alla fine può evitare disastri umani e appunto anche economici.

«Abbiamo fatto diventare il coronavirus un’epidemia» scrive sul New York Times David Quammen, autore del saggio Spillover: Animal Infections and the Next Human Pandemic (2013).

Già nel 2005 il ricercatore Cheng-Li Shi, dell’Istituto di virologia di Wuhan, aveva mostrato che il virus della Sars era passato dai pipistrelli agli umani.

E nel 2017, in una grotta popolata di chirotteri nello Yunnan, in 4 specie diverse aveva trovato coronavirus.

Adesso Shi annuncia che il genoma di quel virus corrisponde al 96% a quello diffusosi nelle persone a partire da Wuhan.

Insomma l’attuale emergenza non è una novità.

E si ripeterà, se non si affronteranno anche lo «spericolato commercio di fauna selvatica a scopi alimentari» e «l’invasione di spazi selvatici che ospitano un brulichio di creature, e al loro interno tanti virus non noti», per usare le parole di David Quammen.

(Articolo di Marinella Correggia, pubblicato con questo titolo il 6 febbraio 2020 sul sito online del quotidiano”il  manifesto”)

 

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