Giulio Cesare e il vulcano dell’Alaska. Il freddo estremo e la crisi sociale nell’antica Roma legati a una colossale eruzione

 

Lo studio “Extreme climate after massive eruption of Alaska’s Okmok volcano in 43 BCE and effects on the late Roman Republic and Ptolemaic Kingdom”, pubblicato su Proceedings of National Academy of Sciences (PNAS) da un team internazionale di scienziati e storici guidato da Joseph McConnell del Desert Research Institute (DRI) di Reno e dell’università di Cambridge, ha trovato prove che collegano un periodo inspiegabile di freddo estremo nell’antica Roma repubblicana con una fonte improbabile: una grande eruzione del vulcano Okmok dell’Alaska, dall’altro lato della Terra.

All’epoca in cui venne assassinato Giulio Cesare, nel 44 a.C., fonti scritte descrivono un periodo di clima insolitamente freddo, con notevoli perdite agricole, carestia, malattie e disordini nella regione mediterranea, impatti che alla fine contribuirono alla caduta della Repubblica Romana e del Regno tolemaico di Egitto. 

Gli storici sospettavano da tempo che la causa fosse da ricercar in un’eruzione vulcanica, ma non erano mai stati in grado di individuare dove o quando si fosse verificata quell’eruzione o quanto fosse stata grave.

Per collegare il periodo di inspiegabile clima estremo nel Mediterraneo con l’eruzione che nel 43 a.C. formò la caldera del vulcano Okmok in Alaska, il nuovo studio pubblicato su PNAS utilizza un’analisi della tefra (l’insieme dei materiali piroclastici prodotti durante un’eruzione vulcanica) trovata nelle carote di ghiaccio artico.

McConnell spiega che «trovare prove che un vulcano dall’altra parte della Terra sia esploso e abbia effettivamente contribuito alla scomparsa dei romani e degli egiziani e all’ascesa dell’Impero romano è affascinante. 

Certamente mostra quanto fosse interconnesso il mondo anche 2000 anni fa».

La scoperta fatta nel 2019 nell’Ice Core Laboratory del DRI , quando McConnell e il ricercatore svizzero Michael Sigl, dell’Oeschger-Zentrum für Klimaforschung (OCCR) dell’ Universität Bern si è imbattuto in uno strato di tefra insolitamente ben conservato in un campione di ghiaccio e ha deciso di indagare.

Al DRI aggiungono che «sono state effettuate nuove misurazioni su carote di ghiaccio provenienti dalla Groenlandia e dalla Russia, alcune delle quali sono state trivellate negli anni ’90 e archiviate negli Usa, in Danimarca e in Germania». 

Usando queste e precedenti misurazioni, i ricercatori sono stati in grado di delineare chiaramente, in tutti i dati delle carote di ghiaccio, due distinte eruzioni: «un evento potente ma di breve durata, relativamente localizzato all’inizio del 45 a.C., e un evento molto più ampio e più diffuso all’inizio del 43 a.C. con ricadute vulcaniche che durarono più di due anni».

Quindi i ricercatori hanno condotto un’analisi geochimica dei campioni di tefra della seconda eruzione scoperta nel ghiaccio, abbinando i piccoli frammenti con quelli dell’eruzione di Okmok II in Alaska, una delle più grandi eruzioni degli ultimi 2.500 anni.

Lo specialista di tefra Gill Plunkett, della Queen’s University di Belfast, sottolinea: «Abbiamo confrontato l’impronta chimica della tefra trovata nel ghiaccio con la tefra dei vulcani che si pensava fossero eruttati in quel periodo ed era molto chiaro che la fonte del fallout del 43 a.C. nel ghiaccio fosse stata l’eruzione di Okmok II».

All’ OCCR spiegano che «questo ha permesso ai ricercatori di eseguire simulazioni di modelli numerici dell’impatto climatico globale dell’eruzione. 

Datata al 43 a.C., nel mezzo della guerra civile romana, l’eruzione produsse anomalie climatiche in tutto l’emisfero settentrionale e influenzò il flusso del fiume Nilo e le successive rese delle colture. 

La scoperta aiuterà a districare la complessa interazione dei fattori di stress climatici esterni con le antiche società umane e funge da avvertimento dell’impatto su scala globale dei rischi vulcanici nel mondo globalizzato del XXI secolo».

Il team internazionale di storici e scienziati ha raccolto in tutto il mondo prove a sostegno di questa ipotesi, compresi dati climatici basati sugli anelli degli alberi provenienti da Scandinavia, Austria e California  e  dalla grotta di Shihua nel nord-est della Cina. 

Hanno quindi utilizzato la modellizzazione del sistema terrestre «per sviluppare una comprensione più completa dei tempi e dell’entità del vulcanismo durante questo periodo e dei suoi effetti sul clima e sulla storia».

Secondo quanto hanno scoperto, «i due anni successivi all’eruzione di Okmok II furono tra i più freddi nell’emisfero settentrionale negli ultimi 2.500 anni e il decennio che seguì fu il quarto più freddo.

 I modelli climatici suggeriscono che le temperature medie stagionali potrebbero essere state fino a 7° C al di sotto della normale durante l’estate e l’autunno che hanno fatto seguito all’eruzione di Okmok del 43 a.C., con precipitazioni estive del 50-120% al di sopra della norma in tutto il Sud Europa e le precipitazioni autunnali che raggiunsero il 400% in più del normale».

Un altro degli autori dello studio, l’archeologo Andrew Wilson dell’università di Oxford, evidenzia che «nella regione del Mediterraneo, queste condizioni umide ed estremamente fredde durante le importanti stagioni agricole primaverili e autunnali hanno probabilmente ridotto i raccolti e hanno aggravato i problemi di approvvigionamento durante i continui sconvolgimenti politici del periodo.

Questi risultati conferiscono credibilità a segnalazioni di raffreddamento, carestia, carenza di cibo e malattie descritte dalle fonti antiche».

Secondo lo storico Joe Manning della Yale University «è stata particolarmente sorprendente la gravità della mancata inondazione del Nilo al momento dell’eruzione di Okmok e la carestia e le malattie che vennero  riportate in fonti egiziane.

Gli effetti del clima furono un grave shock per una società già stressata in un momento cruciale della storia».

L’attività vulcanica aiuta anche a spiegare alcuni insoliti fenomeni atmosferici descritti da antiche fonti mediterranee durante il periodo dell’assassinio di Cesare e interpretati come segni o presagi, cose come aloni solari, il sole che si oscura nel cielo o tre soli che appaiono nel cielo, ma al DRI dicono che «tuttavia, molte di queste osservazioni hanno avuto luogo prima dell’eruzione di Okmok II nel 43 a.C. e sono probabilmente correlate a un’eruzione minore dell’Etna nel 44 a.C.».

Anche se gli autori dello studio riconoscono che molti fattori diversi hanno contribuito alla caduta della Repubblica Romana e del Regno Tolemaico, ritengono che «gli effetti climatici dell’eruzione di Okmok II abbiano avuto un ruolo innegabilmente grande» e che la loro scoperta «Aiuta a colmare un vuoto di conoscenza su questo periodo di storia che da lungo tempo ha lasciato perplessi archeologi e storici antichi».

McConnell  conclude: «La gente ha speculato su questo per molti anni, quindi è eccitante essere in grado di fornire alcune risposte».

(Articolo pubblicato con questo titolo il 24 giugno 20920 sul sito online “greenreport.it”)

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