“Non toccate Tano Seduto”. Ricordando Peppino

Sui social, molti stanno ricordando Peppino Impastato.

Nel quartiere Niguarda a Milano, noi come VAS Onlus Lombardia abbiamo organizzato nello scorso febbraio un bellisssimo incontro assieme all’Anpi, con la presenza di Giovanni, fratello di Peppino.

Oggi, in occasione dell’anniversario della morte del compagno di Democrazia Proletaria, riprendiamo un lungo servizio/ricordo che il nostro caro amico Tiziano Marelli pubblicò sull’Europeo  qualche anno fa.

Perché noi non dimentichiamo: MAI.

“NON TOCCATE TANO SEDUTO” di Tiziano Marelli

Verso le ore 0,30-1 del 9.5.1978, persona allo stato ignota, presumibilmente identificantesi in tale Impastato Giuseppe, si recava a bordo della propria autovettura Fiat 850 all’altezza del Km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo, per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore”.

Al di là del tono burocratico-inquisitorio estremamente fastidioso e di difficile lettura, quelle appena riportate sembrano le certezze di tutta un’inchiesta. La sicumera con cui sono vergate queste poche righe, invece, è frutto delle ‘conclusioni’ a cui è velocissimamente giunto – con l’ausilio delle indagini dei carabinieri giunti sul posto – il procuratore aggiunto Gaetano Martorana, solo poche ore dopo l’episodio in questione, la mattina di martedì 9 maggio 1978. E rappresentano per intero il testo del fonogramma inviato sul caso al procuratore generale di Palermo, accompagnate dal titolo: “Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda”. Rappresentano anche l’immediato tentativo di uccidere di nuovo, per la seconda volta nel giro di poche ore, “tale Impastato Giuseppe”.

Un “tale” che invece tutti chiamavano Peppino: gli amici e i compagni di fede politica che lo conoscevano e tutti quelli che impareranno a conoscerlo da quel giorno, vittima prima della mafia poi di uno Stato interessato a tentare di chiudere subito una antipatica partita giudiziaria, iniziata appena poco prima del ritrovamento di un altro cadavere eccellente, quello di Aldo Moro all’interno di una Renault rossa: succede il pomeriggio dello stesso giorno, in via Caetani a Roma. Accadimento, quest’ultimo, di impatto sconvolgente per la storia della nostra Repubblica, e capace nell’immediato di relegare in secondo piano, per tanto e troppo tempo, un omicidio di mafia camuffato da attentato maldestro, in cui la vittima ‘deve essere’ per forza anche l’esecutore. Niente di più lontano, invece, dal personaggio protagonista di questa storia.

Un contesto tutto mafioso, a partire dalla famiglia

Personaggio e interpreti di una trama che, del resto, ha ben saputo comunicare il regista Marco Tullio Giordana, nel 2000, grazie ad uno splendido film, protagonista un esordiente Luigi Lo Cascio; per chi conosceva Peppino, la scelta dell’attore risulterà azzeccata anche per l’impressionante somiglianza fisica fra i due. Il titolo della pellicola è quello della distanza che intercorre fra la casa della famiglia Impastato e quella del boss Gaetano (Tano) Badalamenti: soltanto “cento passi”. Una distanza minima per il padre di Peppino, Luigi; inconcepibile invece per uno come il figlio che avrebbe voluto frapporre con quel mondo di omertà rappresentato dal boss tutta la distanza possibile. La famiglia – ci sono anche la mamma Felicia (che diventerà un’icona della lotta per la verità sulla morte del figlio) e il fratello Giovanni – respira mafia a pieni polmoni, da generazioni. Mafioso di piccolo cabotaggio il padre (piccolo commerciante), mafioso di grosso calibro invece lo zio Cesare Manzella (anche al confino per questo durante il fascismo, saltato in aria nel 1963 per lo scoppio di un’autobomba), mafioso praticamente tutto il contesto d’attorno, centrato sulla figura di Badalamenti, criminale che assurgerà al ruolo di boss della zona (lo dichiarerà anni dopo Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone) proprio in quel periodo.

Destinato, quindi, quasi ‘naturalmente’ ad essere uomo d’onore anche lui, Peppino invece si ribellerà all’eventualità quasi subito, appena la sua età sarà quella della ragione. E lo farà nella maniera che secondo quei codici è forse considerata la peggiore: diventando comunista e militando nei gruppi della sinistra extraparlamentare. Naturalmente ribelle negli atteggiamenti e nel look, Peppino si rivela ben presto un grande animatore, in una zona dove solo questo è sufficiente a suscitare sospetti. Fonda un circolo – “Musica e Cultura”, dove si proiettano film, si tengono concerti e si organizzano dibattiti – e, con l’avvento delle radio libere (siamo all’inizio del ’76, ha appena 23 anni) si mette a combattere via etere contro tutto il sistema che regola la vita di quella parte di Sicilia, a Cinisi, paesone stretto fra Palermo e l’aeroporto di Punta Raisi. Uno dei cavalli di battaglia della ‘sua’ Radio Aut sarà proprio quello contro la costruzione della terza pista dell’aerostazione, eventualità appetita naturalmente dalle cosche, per evidenti ragioni di appalti e di possibile ulteriore smistamento dei carichi di stupefacenti spediti dai ‘fratelli’ delle famiglie americane. Le sue trasmissioni radiofoniche, caratterizzate da un palinsesto tutto votato alla controinformazione, non cessano praticamente mai di picchiare duro sui personaggi malavitosi del luogo, arrivando addirittura ad osare l’inosabile: la presa per i fondelli tout court – il “contenitore quotidiano” (così diremmo oggi) da lui gestito si chiama “Onda Pazza”- di Badalamenti, che nelle sue vere e proprie jam session al microfono Peppino chiama “Tano Seduto”, senza preoccuparsi di celare minimamente l’identità del protagonista, dei suoi attacchi e di tutti i suoi più stretti accoliti. In breve tempo il padre lo caccia di casa e il paese gli fa terra bruciata intorno; vicini gli restano la madre, il fratello e gli amici e compagni della nuova sinistra, che sono anche quelli che gravitano intorno alla radio.

Poco tempo prima del suo assassinio muore anche il padre, appena tornato da un viaggio negli Stati Uniti dove avrebbe tentato di salvargli la vita incontrando affiliati della mafia in grado di intercedere per lui: aveva capito che il destino di Peppino era segnato. Ma a Luigi Impastato capita qualcosa di strano: viene investito, di notte, da un’auto pirata che si dilegua. Nessuno ha visto nulla. Intanto, al culmine del suo impegno sociale, Peppino si è presentato candidato alle elezioni comunali di Cinisi nelle file di Democrazia Proletaria; viene anche eletto, ma “alla memoria”: la consultazione è fissata per il 14 maggio, la domenica successiva alla scoperta del suo corpo dilaniato. Prende 260 preferenze “post-mortem” e il suo partito il 6%: un exploit per la zona, alla pari di quello registrato dalla Democrazia Cristiana di Cinisi, che raggiunge il suo massimo storico e sfiora la maggioranza assoluta con il 49% dei consensi.

Subito i depistaggi

La sera di quel martedì 9 maggio ‘78, all’uscita dalla radio Peppino saluta gli amici e dice loro che deve andare a Terrasini, un centro poco lontano da Cinisi. Da quel momento di lui si perdono completamente le tracce, nessuno ne sa più nulla. Le indagini non sono riuscite a ricostruire l’esatta dinamica dei fatti: sono mancate, del tutto, testimonianze dirette.

Quello che si presume è che l’auto di Peppino deve essere stata bloccata fra i due paesi, e lui trascinato da più persone nel casolare poco distante dal punto in cui il corpo è stato trovato dilaniato. Qui, probabilmente, è stato ucciso per essere poi disteso sui binari e fatto, letteralmente, a pezzi dal brillio del tritolo. All’1 e 40 di quella notte, il macchinista del treno Trapani-Palermo, Gaetano Sdegno, all’altezza della località Feudo – in territorio di Cinisi – avverte un forte scossone; ferma subito la locomotiva e scende ad osservare il binario, scoprendo che è tranciato. A quel punto avverte il dirigente della stazione ferroviaria che a sua volta avvisa al telefono i carabinieri; quando questi arrivano sul posto si accorgono immediatamente che la linea è divelta per un tratto di circa mezzo metro e che nel raggio di altri trecento sono sparsi resti umani.

Immediatamente cominciano quelli che gli animatori del futuro Centro di Documentazione Peppino Impastato chiameranno, senza nessun giro di parole, depistaggi. Vediamone alcuni. I resti umani vengono immediatamente raccolti in un sacco di plastica e portati via. Le tracce di sangue cancellate. I binari subito immediatamente riparati e ripristinati. All’interno della macchina di Peppino, distante un centinaio di metri, morsetti di un cavo lungo solo venti metri attaccati alla batteria diventano ‘prova principe’ dell’ideazione ed esecuzione dell’attentato, insieme ad un biglietto (solo due righe, scritte anni prima: “Voglio abbandonare la politica e la vita”…) trovato nella perquisizione effettuata nella casa materna in cui Peppino, sempre secondo i carabinieri, manifesta “chiari propositi suicidi”.

Una pietra insanguinata trovata nel casolare vicino – fra quelle mura sono visibili anche tracce di sangue: non sono prese in considerazione – e consegnata dagli amici di Impastato agli inquirenti sparirà immediatamente, senza mai più essere ritrovata. Il metodo mafioso classico per eccellenza, in occasione di un omicidio, contempla la sparizione del corpo, ma il periodo storico-politico favorisce una messinscena quasi raffinata per Cosa Nostra: le Brigate Rosse imperversano, Peppino è comunista, il rapimento Moro è nel pieno del suo tragico svolgimento. Inscenare un attentato che costa la vita al suo esecutore è quasi perfetto (anche se le Br non hanno mai messo bombe sulle rotaie…) per far passare la tesi dell’azione terroristica e infangare la memoria di un paesano scomodo e irriverente non concedendogli nemmeno quella sorta di “onore delle armi” – l’omicidio di stampo mafioso – che solitamente viene riservato ai nemici “regolari”. In più, l’avvertimento è invece chiaro, per chi lo deve intendere.

La lunga strada per arrivare alla verità

In effetti molti intendono da subito come possono essere andate le cose ma, a differenza di quello che pensavano Tano & compari, cominciano anche a dirlo. All’inizio piano, poi sempre più forte, anche quando le indagini continuano ad andare avanti a senso unico. Negli anni, nei tanti anni a venire, saranno diversi i colpi di scena. Il primo è pochi giorni dopo l’omicidio, il 16 maggio, quando mamma Felicia e il fratello presentano un esposto contro ignoti per l’assassinio di Giuseppe; sembra un gesto scontato, ma non è così, è molto di più: la prova di una rottura pubblica con il mondo omertoso della mafia operata dalla famiglia.

Il 6 novembre di quell’anno la prima svolta: la magistratura non crede alle tesi dei carabinieri, e il sostituto procuratore trasmette gli atti all’Ufficio Istruzione di Palermo, che fa capo a Rocco Chinnici, per aprire un procedimento per omicidio premeditato. Ci vogliono sei anni di indagini (nel frattempo Chinnici è ucciso dalla mafia) perché – è l’84 – venga emessa una sentenza che cambia per qualche tempo il corso di questa brutta storia: nelle motivazioni viene riconosciuta la matrice mafiosa dell’assassinio, attribuito però ad ignoti. La firma in calce al provvedimento è quella di Antonino Caponnetto.

I primi a mettere nero su bianco il nome di Badalamenti sono gli animatori del Centro Impastato, sostenuti dalla madre: succede con la pubblicazione del dossier ‘Notissimi Ignoti’, nel 1986. A quel punto Giovanni Falcone prende l’aereo e va ad interrogare il boss, recluso nelle carceri americane e condannato a quarantacinque anni per l’affare “Pizza Connection”: lui non risponde, ma dopo altri due anni si vede comunque recapitare una comunicazione giudiziaria per l’assassinio di Peppino Impastato. Sembra la via giusta, ma la strada per far luce sull’episodio è ancora lunga, e dovrà passare attraverso un’altra archiviazione (succede nel ’92, quando il sostituto procuratore De Francisci esclude la responsabilità di Badalamenti e ipotizza quella dei corleonesi suoi avversari), decine di audizioni parlamentari dalla Commissione Antimafia e interpellanze di alcuni parlamentari di Democrazia Proletaria, Guido Pollice e Giovanni Russo Spena in testa.

E’ soprattutto grazie a quest’ultimo se nel 2000 la Commissione Antimafia – Russo Spena nell’occasione ne è il relatore – approverà all’unanimità la relazione sul “caso Impastato”, in cui si riconoscono le responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini sul delitto. Passa altro tempo ed è ancora il Centro Impastato a chiedere formalmente che venga interrogato un pentito, Salvatore Palazzolo; è, finalmente, la mossa vincente: Palazzolo parla e indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio.

L’udienza preliminare contro quello che viene indicato come uno degli esecutori, Vito Palazzolo (parente del pentito), si apre il 10 marzo 1999, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. Vito Palazzolo è riconosciuto colpevole dell’omicidio e condannato, il 5 marzo 2001, a trent’anni di prigione; Tano Badalamenti, l’11 aprile del 2002, viene condannato all’ergastolo come mandante dello stesso assassinio, e nella motivazione della sentenza, fra l’altro, è scritto: “Grazie alle dichiarazioni dei collaboratori, non solo si è potuto restringere il cerchio della responsabilità alla cosca di Cinisi, ma anche è rimasto accertato che Badalamenti Gaetano, avvalendosi delle prerogative di capo di detta famiglia, decise l’omicidio e la sua esecuzione con quelle particolari modalità, essendo il maggiore interessato sia all’eliminazione del Giuseppe Impastato, che alla successiva messa in scena dell’attentato; cosicché il composito quadro indiziario, per la sua gravità, precisione ed univocità, impedisce ogni altra lettura alternativa”.

E pensare che era tutto già scritto

Solo due anni dopo, il 29 aprile 2004, ‘Tano Seduto’ morirà in un carcere di massima sicurezza Usa: formalmente non ha scontato un solo giorno di prigione per l’assassinio commesso al suo compaesano di Cinisi. Muore, anche, Felicia Bartolotta Impastato, poco tempo dopo, il 7 dicembre, a 88 anni. Ne ha passati ventiquattro anni e mezzo a combattere perché si arrivasse alla verità sulla morte del suo Peppino.

Al funerale di questa “mamma coraggio” parteciperà buona parte di Cinisi, una parte della Sicilia sana e migliaia di persone giunte da ogni parte d’Italia. Nell’occasione, sulla facciata della sua casa tutti hanno potuto leggere la lapide lì collocata nell’ormai lontano maggio ’89, e mai più rimossa: “A Giuseppe Impastato, assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978. Il Centro Impastato ricorda il suo contributo di idee e di esperienze nella lotta contro il dominio mafioso”.

Con largo anticipo, chi conosceva il contesto in cui è stato “girato” quest’orribile film di vita vera, aveva scritto correttamente la sentenza e le esatte motivazioni dell’omicidio. Poche parole impresse e incise nel marmo da chi conosceva molto bene sia Peppino che il suo nemico, quello contro il quale lui aveva messo in gioco tutta la forza a disposizione per combatterlo. Tutta, tanto da lasciarci la vita.

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