Ai Parchi non basta la solidarietà

 

La tragedia delle Gole di Raganello nel Parco del Pollino ha riproposto drammaticamente il tema del ruolo e della gestione dei nostri parchi.

Per essere più precisi ha riproposto il tema tutt’altro che nuovo di come le istituzioni debbono tutelare il territorio a partire dal più pregiato, gestito appunto da aree protette nazionali, regionali, locali e europee.

Gestione però che deve coinvolgere, specie negli aspetti più delicati e rischiosi, tutte le istituzioni che operano sul territorio.

A questo riguardo ho avuto già modo di segnalare il libro di Mario Tozzi ‘l’Italia intatta’, che offre una panorama documentato e aggiornato di questa complessa realtà.

Ancor più prezioso è l’altro recente libro Aree interne (per una rinascita dei territori rurali e montani) dove alcuni autorevoli ricercatori – Marco Marchetti, Stefano Panunzi, Rossano Pazzagli – hanno approfondito questi temi in riferimento appunto alle aree interne dove essi risultano più complicati ma anche più importanti.

Il governo del territorio, infatti, soprattutto dove è maggiormente esposto, in Italia a partire dai rischi sismici riguarda la stragrande maggioranza dei nostri comuni, così come le esondazioni, le frane, gli smottamenti, l’inquinamento, in cui operano o dovrebbero operare generalmente buone leggi, alcune delle quali entrate in vigore negli anni ottanta o anche prima, ma che in più d’un caso sembrano sparite.

Il che significa che più che la bontà e adeguatezza delle leggi è la loro attuazione e rispetto che si è rivelata, spesso da tempo, inadeguata e non solo sotto il profilo finanziario.

Nella politica per le aree protette vi è – come sottolinea il libro – un forte collegamento tra la tutela della natura e lo sviluppo sostenibile delle aree interne.

Ma l’interpretazione del cambiamento nella concezione dei Parchi da strumento di vincolo a opportunità di sviluppo delle aree interne non è stata recepita in modo omogeneo sul territorio nazionale, e di conseguenza la politica delle aree protette ha prodotto risultati alquanto limitati sui processi di crescita delle aree interne.

Difficile non concordare specie dopo che proprio nelle aree interne e specialmente montane (ma non meno in quelle agricole), l’abrogazione delle comunità montane e poi il forte ridimensionamento del ruolo delle province e l’indebolimento dei comuni, soprattutto i piccoli, la cui dimensione risulterebbe penalizzante.

Anche in questo caso si ignora o si dimentica che i maggiori paesi europei con buone politiche ambientali hanno il doppio, il triplo e anche di più dei nostri comuni.

Ecco perché è la politica istituzionale che deve riprendere a tutti gli effetto il ruolo che gli compete, non delegabile ad altri soggetti privati e corporativi.

Qualcuno può spiegare perché nessuno parli della legge sui bacini ai quali sono stati affidati anche nuovi importanti compiti?

È normale che neppure in occasione dell’anniversario dell’alluvione di Firenze non se ne sia fatto parola?

Ricordo che parecchi anni fa come Federparchi e Centro Studi sui problemi fluviali del Parco di Montemarcello-Magra, facemmo a Lerici un convegno europeo sul tema con tanto  di pubblicazione di uno speciale fascicolo.

Oggi è venuto meno qualsiasi contatto e rapporto operativo e costruttivo tra stato, Regioni, enti locali e aree protette.

Delle leggi nazionali – vedi fauna – troppi se ne infischiano.

Altri tempi quando il presidente della Repubblica Scalfaro parlò di ruolo di supplenza delle regioni allo Stato nella messa a punto e approvazione della legge 394, che era arrivata al traguardo ignorando i parchi regionali.

Allora grazie alle regioni si rimediò.

Ora c’è qualcuno disposto a impegnarsi per rimediare alle sconcertanti latitanze e ai troppi silenzi?

 

Le opinioni espresse dall’autore non rappresentano necessariamente la posizione della redazione

 

(Articolo di Renzo Moschini, del Gruppo di San Rossore, pubblicato con questo titolo il 27 agosto 2018 sul sito online “greenreport.it”)

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