Con i bonus si tamponano le falle, non si cambia modello di sviluppo

 

Si resta sconcertati di fronte al fatto che, a differenza che in molti paesi europei, da noi l’ipotesi di riaprire le scuole prima dell’estate non venga adeguatamente presa in considerazione.

Perché una simile discrepanza?

Conta l’intensità con cui l’epidemia da coronavirus ha ferito l’Italia, ma operano anche aspetti più di fondo.

Il depotenziamento della pubblica amministrazione durante i decenni dell’egemonia neoliberista è stato in Italia, già minata da una inaudita evasione fiscale, maggiore che altrove.

Lo starving the beast di bushiana memoria ha talmente affamato la “bestia governativa” da averla quasi tramortita.

Gli aspetti più di fondo che caratterizzano l’Italia delineano un contesto governativo-amministrativo in cui si manifesta una riluttanza a intervenire con politiche dirette e misure strutturali e una preferenza verso politiche indirette, quali contare sulla liquidità creata dalle Banche centrali, mobilitare le banche contro il credit crunch, fornire garanzie pubbliche ai prestiti bancari, consentire di rinviare le scadenze dei pagamenti, erogare a imprese e famiglie bonus, aiuti, sostegni, in una parola politiche indirette consistenti soprattutto in trasferimenti monetari i cui effetti immediati – al netto di imperdonabili lungaggini burocratiche – sono nell’emergenza sacrosanti.

Ma di fronte alla devastazione pandemica bastano politiche monetarie pur straordinarie agenti soprattutto sulla liquidità e politiche di spesa pubblica basate sui trasferimenti monetari?

Nel decennio di bassi tassi di interesse successivo all’esplosione della crisi del 2007/2008 l’Italia e il mondo sono stati inondati di denaro a buon mercato senza che si riuscisse a far ripartire gli investimenti.

Proprio colpiti da questa “problematicità del processo di investimento”, come Forum Economia nazionale della Cgil fin dal 2013 lanciammo un Piano del lavoro ponendo come questioni cruciali a) la creazione di lavoro, b) gli investimenti.

Tanto più oggi questa è la strada da aprire con assoluta urgenza.

L’aggancio con un’Europa più attivamente espansiva è fondamentale.

Dovremo, infatti, 1) fronteggiare problemi di disoccupazione elevata e di carenza di lavoro, 2) cambiare radicalmente il modello di sviluppo, dando la priorità alla riconversione ecologica, alla domanda interna, ai consumi collettivi e ai bisogni sociali insoddisfatti: salute, scuola, università, ricerca, riqualificazione dei territori, nuova agricoltura, rigenerazione urbana, beni culturali, cura, tempo libero, innovazione sociale.

Dunque, bisogna a) identificare delle “missioni”, b) avere dei soggetti a cui affidare le “missioni” e dei “progetti” in cui calarle.

Se l’eredità più pesante del neoliberismo è il depauperamento anche progettuale della nostra Pubblica Amministrazione, non possiamo rassegnarci a questa situazione, ricorrendo solo a trasferimenti monetari i quali, necessarissimi nell’emergenza e quando le difficoltà non siano altrimenti aggredibili come nel caso della povertà, hanno comunque un valore “compensatorio” non “promozionale” e non sono in grado di cambiare il modello di sviluppo.

Dunque, è qui che dobbiamo concentrare tutte le nostre energie ideative: ricostruire la “capacità progettuale” dello Stato e della pubblica amministrazione, in tutte le sue accezioni, soprattutto locali, senza escludere di poter utilizzare istituti esistenti ancora nel nostro ordinamento, come l’impresa a partecipazione statale.

Abbiamo innanzitutto bisogno di identificare un luogo in cui accumulare uno “stock di progetti” ampiamente articolato, suscettibile di usi plurimi, utilizzante diverse energie intellettuali, a partire da quelle universitarie.

Lo strumento dell’Agenzia sembrerebbe particolarmente appropriato, dato la sforzo di inventiva, di creatività, di creazione dal nulla che sarebbe necessario, proprio come fece Roosevelt con il New Deal per cui inventò tante istituzioni, tra cui i Job Corps, le Brigate del lavoro.

Ci vogliono “progetti”, tanti, in molte aree, interdisciplinarmente costruiti.

Per la riqualificazione dei territori debbono operare congiuntamente urbanisti, architetti, archeologi, biologi, operatori sociali, geologi (le Università chiudono le facoltà di geologia, ma intanto le nostre montagne franano alla prima pioggia).

Nelle grandi città si dovrebbe dar vita a progetti di manutenzione viaria e infrastrutturale straordinaria (anche tenendo conto che in simili opere il distanziamento sociale è facile da realizzare).

Nella scuola e nell’Università c’è una caterva di cose da fare (dando risorse e autonomia), a partire dalla riqualificazione dell’edilizia scolastica, dove due edifici su tre hanno più di trenta anni, mille scuole sono state costruite nell’Ottocento e più di tremila tra la fine del 1800 e il 1920.

Un altro campo di azione immediata sono le case popolari (dove vivono 800 mila persone, con altre 600 mila in attesa di averne una), il cui rinnovamento potrebbe trasformare le nostre periferie, dare speranza ai giovani, creare nuove comunità, muovere maestranze a livello locale.

E gli esempi potrebbero continuare.

(Articolo di Laura Pennacchi, pubblicato con questo titolo il 18 aprile 2020 sul sito online del quotidiano “il manifesto”)

 

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